Giorgio Agamben, “Che cos’è il contemporaneo?” (Nottetempo)

Che cos’è il contemporaneo? Chi è “contemporaneo”, e in che modo ci si può definire tali?
Ci sono domande che all’apparenza risultano scontate, ovvie, dunque inutili ovvero immeritevoli di troppa meditazione. Alla domanda “che cos’è il contemporaneo?” verrebbe facile rispondere “ciò che è qui e ora”, e di conseguenza “contemporaneo” sarebbe colui che vive il/nel “presente”. E se invece non fosse così scontata, la questione? Di più: se non fosse un tema così “ovvio”, se invece la sua comprensione risultasse fondamentale per capire al meglio il mondo che abbiamo intorno, le sue realtà e le conseguenti verità?
Queste mie, sì, sono domande retoriche. Il tema è in verità assolutamente fondamentale e nel senso letterale del termine, dacché nel “contemporaneo”, ovvero in un buon concetto o definizione sostanziale di esso, si fonda la generazione del tempo da noi vissuto, nel quale “facciamo cose” che segnano il tempo stesso che rapidamente diviene poi storia. E a fornire illuminanti risposte alle suddette domande s’impegna Giorgio Agamben, uno dei più brillanti filosofi contemporanei, in Che cos’è il contemporaneo? (Nottetempo, 2008), volumetto della collana “I Sassi” il cui testo riprende quello della lezione inaugurale del corso di Filosofia Teoretica 2006-2007 presso la facoltà di Arti e Design dello IUAV di Venezia.

Agamben basa sostanzialmente la propria riflessione al riguardo su due “definizioni” emblematiche. La prima – paradossalmente, ma forse non così tanto – ha quasi 150 anni e viene da Friedrich Nietzsche, il quale nel 1874 scrisse che “appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo”. Ovvero, è contemporaneo non tanto colui che vive fuori dal suo tempo ma chi, per così dire, sa elevarsi al di sopra di esso al fine di osservarlo e comprenderlo meglio. Un po’ come l’abitante “consapevole” di una città che, per capire come sia fatta, salga in cima ad una vicina montagna al fine di ammirarla dall’alto: egli resterà sempre un suo abitante/cittadino – per questo ho usato l’aggettivo consapevole – ma al contempo capirà bene che per osservarla dovrà uscire da essa e stare – per più o meno tempo – altrove, a differenza di chi non uscirà mai dalla conurbazione cittadina, che certamente vivrà e vi interagirà ma altrettanto certamente non potrà mai comprendere appieno.

La seconda definizione – più recente ma poi non così tanto – Agamben la trae dalle riflessioni poetiche di Osip Mandel’štam, in particolare da un componimento del 1923 intitolato Il Secolo. Da esso, Agamben afferma che “contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio. Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri. Contemporaneo è, appunto, colui che sa vedere questa oscurità, che è in grado di scrivere intingendo la penna nella tenebra del presente.” Definizione che, ad esempio, mi ricorda molto un’altra similare evidenza applicata all’ascolto della musica, ovvero che si può veramente capire la musica solo quando si comprende l’importanza del silenzio, il quale non è assenza di note o di suono ma è altro suono, diverso, apparentemente di natura opposta eppure fondamentale per la definizione della musica e della sua percezione. Oppure, con simile valore, si potrebbe dire che per capire cosa significhi “giorno” bisogna conoscere cosa sia “notte”, “caldo” con “freddo”, “pace” con “guerra” e così via. Insomma: contemporaneo è colui riesce a vedere l’intero tempo nel quale sta vivendo e non solo quella parte più funzionale alla propria quotidianità e alle relative competenze pratiche o agli interessi personali. Dal che se ne deriva che chiunque non riesce a fare ciò – a fare una pratica a ben vedere necessaria, per poter dire di avere coscienza piena e approfondita del proprio essere al mondo – non si rende pienamente conto della realtà con cui interagisce, ne resta parzialmente scollegato col rischio di staccarsene del tutto, prima o poi: dunque non può dirsi realmente parte attiva (cioè veramente vivente) del suo tempo, ergo non può definirsi “contemporaneo”.

La riflessione di Agamben sul tema prosegue poi verso altre evidenze – segnalo come particolarmente interessante e significativa quella intorno alla moda, ambito che rappresenta una buona esemplificazione pratica delle suddette definizioni – lungo un testo che si mantiene sempre comprensibile e intrigante nonché, pur nella sua brevità, pregno di sostanza filosofica, al punto da poter aprire innumerevoli altri sentieri elucubrativi su una questione che, ribadisco, è oltre modo fondamentale. Viviamo in una società che già da tempo ha quasi del tutto perso la capacità di ricordare, ovvero di salvaguardare la propria verità storica, e d’altro canto – ovvero per inevitabile conseguenza, temo – la dote di programmare il proprio futuro o anche solo di traguardarlo in modo nitido. Capire al meglio la contemporaneità, individualmente e collettivamente, resta dunque una delle poche buone strade da seguire per mantenerci in cammino nel tempo costruendo uno spazio ancora vitale, un mondo nel quale sentirci rappresentanti e identificati in modo proficuo e provvidenziale.

Quindi leggetelo, Che cos’è il contemporaneo?: è un piccolo ma utilissimo “libretto di istruzioni” per capire meglio la realtà in cui viviamo e, pure, noi stessi che la rendiamo “viva”.

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