Il privilegio dell’arte

[Foto di Jan Ehnemark, pubblico dominio; fonte qui.]

L’arte non è, ai miei occhi, un appagamento solitario. È il mezzo per smuovere la maggior parte degli uomini offrendo loro un’immagine privilegiata dei dolori e delle gioie comuni.

(Albert Camus, dal discorso proferito in occasione della consegna del Premio Nobel per la Letteratura, 1957. Citato in Davide Vago, Sartre e il Giano bifronte del passe’ compose’, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.142, aprile 2020.)

Uomini di parola

[Cliccateci sopra per saperne di più sul film.]
Ho visto Uomini di Parola.

Dunque… domanda: cosa potete fare se avete tra le mani una sceneggiatura parecchio debole e scontata, con un finale altrettanto prevedibile, e volete comunque sperare di ricavarne fuori un buon film? Risposta: tirar fuori un bel po’ di soldi e assoldare nel ruolo dei protagonisti alcuni grandi e celebri attori, contando sulle loro doti attoriali e, ovviamente, sul richiamo dei loro nomi (tutti nobilitati dall’Oscar, per di più). Ciò tuttavia vi espone ad un rischio non indifferente: quello di non riuscire a ottenere un successo sufficiente a coprire i costi di realizzazione del film, visti i tanti soldi spesi come sopra indicato.

Ecco, Uomini di parola è – sostanzialmente – tutto qui. Un gran cast per un film altrimenti mediocre, tutto basato sul duetto e l’intesa recitativa tra Christopher Walken e Al Pacino (meno su Alan Arkin), col primo notevolissimo e col secondo che, a me, pare sempre Al Pacino che recita e a volte parodia (voce del verbo “parodiare”) il se stesso anni degli ‘70/’90 (non che sia una colpa, sia chiaro), i quali sembra proprio che si divertano parecchio nei ruoli assegnati da vecchi gangster in pensione, divertendo parimenti lo spettatore che li osservi duettare. Ma, ribadisco, soprattutto – se non solo – lì c’è il divertimento, in quel duettante contesto, perché per il resto la pellicola non riuscirebbe (e non riesce) proprio a scrollarsi di dosso, ahimè, l’etichetta di «BANALE».

Forse per questo oppure per qualche altro motivo, chissà, fatto sta che quel rischio potenziale che paventavo poco sopra sul mancato ritorno dell’investimento s’è avverato. Un’occasione sprecata, insomma, lo hanno rimarcato in diversi nel disquisire del film: come avere a disposizione delle potenti fuoriserie e lasciarle intruppate nel traffico dell’ora di punta.

Chiara Ferragni – Unposted

Ho visto Chiara Ferragni – Unposted.

Be’, in realtà non tutto: ho interrotto la visione dopo circa 25 minuti e non l’ho più ripresa.

Ciò non toglie la mia ammirazione per certe cose di/su/fatte dalla protagonista del “film” (clic); d’altro canto lo stesso film serve a ben dimostrare come il confine tra splendore e miseria sia sempre labilissimo, anche quando sembri (e ci si illuda) che quella miseria “luccichi” splendidamente come una montagna di denaro. Già.

P.S.: comunque, ancor prima di vederlo del “film” in questione ne avevo parlato già qui.

Ultrasuoni #6: Argine, Le luci di Hessdalen

[Immagine tratta dal profilo facebook della band, cliccateci sopra per visitarlo.]
Mi sto riascoltando, in questi giorni, Le luci di Hessdalen, album del 2004 della band campana Argine, e mi riconfermo la stessa sensazione della prima volta che lo ascoltai e di quando scoprii gli Argine, nel 2010 con il successivo album Umori d’Autunno. Rispetto a questo, più prettamente neofolk pur tra le innumerevoli sfaccettature del suono creato dal gruppo di Corrado Videtta, in Le luci di Hessdalen risulta evidente la dimensione di “transito”, o potrei anche dire di viaggio, dalle precedenti esperienze punk/post-punk a quelle, appunto, più intimiste del folk apocalittico: un passaggio che si manifesta attraverso brani dal mood molto diverso, a volte molto elettrico, altre volte già di matrice fervidamente dark (ascoltate i brani qui sotto), ma nei quali nell’insieme si riconosce una coerenza stilistica e un gusto estetico/artistico veramente eccelsi, più unici che rari nel panorama musicale italiano e capaci di suscitare emozioni notevoli.

La personale sensazione riconfermata di cui dicevo all’inizio nasce proprio da qui: gli Argine hanno da soli più classe della stragrande maggioranza degli altri “artisti” musicali italiani messi insieme. Sono un gioiello pressoché nascosto ai più che tuttavia, se e quando viene scoperto, brilla di luce purissima ed emette baluginii sonori preziosi, sovente incantevoli.

Ascoltate me: mandate al diavolo tanti musicistucoli pseudo-alternativi che i media vogliono farvi credere così bravi e “fighi”, e poi ascoltate gli Argine: capirete quanta distanza, e quanta differente sostanza artistica, vi sia tra loro e quelli.