Le definizioni contano

Mi viene da pensare che ad esempio quei due tizi là, quello di Roma e quello di Milano (dico loro ma vale anche per altri, nel caso), forse sbagliano a far le cose che fanno perché è sbagliato il modo con il quale si fanno definire. Cioè, voglio dire: se si facessero correttamente chiamare l’uno Presidente del Consiglio dei Ministri e l’altro Presidente della Giunta Regionale, e non invece “premier” e “governatore” come tanti sui media li chiamano sbagliando grossolanamente (nonché ingiustificatamente, per giunta) senza che loro stessi per primi abbiano da obiettare come dovrebbero, magari, chiamandoli nel suddetto modo giusto, direbbero cose altrettanto giuste e farebbero ciò che è giusto fare. Invece, chissà, può essere che dicano cose che poi non fanno e fanno cose che non dovrebbero proprio perché così tanti li denominano come non dovrebbero invece di come sarebbe opportuno facessero. Ecco.

È un po’ – se mi passate l’”allegoria” – come se aveste a che fare con un pittore, dal quale dunque vi aspettate delle tele dipinte, ma vi ostinate a chiamarlo imbianchino. Se quello non obietta nulla su tale pur errata definizione, finirà per assecondarvi e tinteggiarvi muri, forse anche con gran maestria, ma resta il fatto che non è ciò che avrebbe dovuto fare, essendo lui pittore e non imbianchino.

Perché insomma, mi preme rimarcarlo, le parole sono sempre importanti. Anche nelle piccole cose, anche dove sembrerebbero quisquilie, questioni trascurabili e invece no, sono spesso quelle più emblematiche e rivelatrici di come vanno le cose, qui. Già.

La “cura” della politica

(Photo credit: E. Tritschler, 1908, https://wellcomecollection.org/works/wu29r4y5 – CC BY 4.0 [https://creativecommons.org/licenses/by/4.0])
La “politica”, per definizione, è l’arte di governare la società. Ovvero, il politico è colui che dovrebbe ben curare la cosa pubblica, un compito di cui la società ha bisogno per progredire al meglio.

Però in Italia no. In Italia la definizione si è ribaltata: è la società che dovrebbe far ben curare il politico. Medicalmente, intendo dire, perché è evidente che ve ne sia bisogno, per il miglior progresso della società.

Ecco.

Le comiche geopolitiche

Scusate se mi permetto la seguente osservazione dacché, ribadisco, non mi occupo di “politica” nel senso italico del termine e nemmeno dei suoi rappresentanti, ma leggere sui media degli attuali presidente del consiglio e ministro degli esteri italiani che si “occupano” di crisi internazionali e questioni geopolitiche globali mi fa tornare in mente quella meravigliosa comica di Stanlio e Ollio dal titolo (in italiano)La scala musicale, con i due protagonisti nelle vesti di trasportatori alle prese con un pianoforte da consegnare, il quale alla fine non farà una gran bella fine – e i due nemmeno…

Ecco, questo mi hanno fatto venire in mente.
E con tutto il rispetto del caso, eh! – per gli insuperabili Laurel & Hardy, intendo dire.
Già.

‘NdranghetAosta

«Eh, certo che di mafia ce n’è pure al Nord, vero?»
«Caspita, forse più che al Sud.»
«E nonostante al Nord ci si vanti di essere la parte “sana” del paese!»
«Già.»
«Si salvano solo le regioni autonome… La Valle d’Aosta, per dirne una: beati loro, su in mezzo ai monti e lontano da tutte le bassezze italiche!»
«Be’, d’altro canto mica sono italiani. Parlano francese, quelli.»
«Vero.»

Ecco.
La Valle d’Aosta. Sì, quello che molti pensano sia un “paradiso”, anche come tessuto sociale. Lassù, nell’aria pura delle più alte vette alpine, protesa tra la Svizzera e la Francia, 125mila abitanti, più piccola di buona parte delle città di provincia italiane. Cultura montanara e francoprovenzale, lì, anche l’inno è in francese: è una regione autonoma mica per nulla – viene da pensare.

Già, “autonoma”, ma non dalle indegnità tipiche della peggiore Italia.

Eh, d’altro canto lo dico da un po’, occupandomi di cose culturali di montagna (per questo ne parlo, qui): non ci sono proprio più i montanari di una volta, trasformati in troppe occasioni, e in molti luoghi, nella peggior versione dei cittadini da non luogo urbano, non più difensori consapevoli delle loro montagne ma svenditori e distruttori incoscienti di esse. Nemici dei propri monti, paradossalmente (qui un altro caso emblematico al riguardo).

Ma l’aria, lassù in alto, resta fina nonostante le umane bassezze di alcuni che mai potranno inquinarla. Anche perché – altra cosa che dico spesso – le montagne non hanno bisogno dell’uomo per preservare la loro bellezza, semmai è l’uomo ad avere bisogno di essere per essere parte di quella bellezza. E se molti sanno respirare ancora a pieni polmoni l’aria pura delle alte quote, altrettanti, palesemente, dimostrano di non voler manifestare questo bisogno. Ergo se ne vadano al più presto da lassù, come acque sporche che i torrenti non possono che raccogliere nel loro alveo e mandare a valle, ove si possano confondere con tutta l’altra sporcizia a loro così simile.

Buon letargo, M49!

Marzola (Trento), l’orso M49 immortalato da una fototrappola lo scorso 16 luglio.

E così M49, l’orso più ricercato d’Italia se non di tutte le Alpi, il feroce, pericoloso, aggressivo, terrificante M49 che quest’estate seminava il panico per tutto il Trentino e il Südtirol e per questo aveva (o pareva avere) alle calcagna le guardie ecologiche, i Carabinieri Forestali, la Protezione Civile, mezzo esercito con l’artiglieria campale, i Marines e i Samurai del periodo Edo oltre che, ovviamente, tutti i cacciatori dei territori tridentini, pronti a fargli fare la più brutta fine possibile, ha fatto «marameo!» a tutti quanti e rimanendo uccel di bosco (lo so, tale locuzione potrebbe apparire inadatta per un plantigrado) se n’è andato in letargo, chissà dove e chissà fino a quando, certamente almeno fino alla prossima primavera.

Be’, non si può non restare affascinanti tanto quanto divertiti e compiaciuti dalla fuga di tal bestione che si sta dimostrando ben più furbo e scaltro di chissà quanti suoi inseguitori umani e, ancor più, dei detrattori che lo volevano (e lo vorrebbero ancora, io temo) morto perché “pericoloso”.

Pericoloso, già.

«È prevista l’uccisione dell’animale in caso di pericolosità per l’uomo o avvicinamento alle case»: così, più o meno, recitava l’ordinanza emessa dalle autorità trentine. Cosa significa, secondo voi? Quali sono quei “casi di pericolosità”? Quanto si doveva (o non) avvicinare alle case per non essere abbattuto, o viceversa? E poi l’uomo, proprio l’uomo autoproclamatosi Sapiens, proprio lui, si arroga il diritto di stabilire se una creatura selvatica nel suo habitat naturale deteriorato dalla presenza antropica sia “pericolosa”, dopo secoli di distruzione della Natura e di massacri dei suoi abitanti animali?

«È prevista l’uccisione dell’uomo in caso di pericolosità per gli animali o avvicinamento alle loro tane». Ve lo immaginate, se un principio del genere dovesse venire applicato in ottemperanza alla realtà storica dei fatti? No, ovviamente, non ce lo immaginiamo. Sarebbe una malvagità assoluta.

Eh, lo sarebbe, sì. Per altre creature no. Per noi sì. Già.

Caro M49, buon letargo! Goditi una gran bella dormita, riprenditi, recupera le energie fisiche e mentali, così che per la prossima primavera tu possa tornare a beneficiare della tua naturale libertà, alla faccia di quegli umani che non capiscono proprio cosa significhi tanto il termine “libertà” quanto il vivere armonicamente con la Natura e i territori abitati. Ma non lo capiranno nemmeno in futuro, temo, dacché non avranno mai la tua intelligenza e la tua furbizia, sicché non impareranno nulla dalla “lezione di vita” sui monti che stai dando loro. E speriamo che con te le Alpi siano sempre protettive e accoglienti, come lo sono da sempre per chiunque sappia sintonizzarsi con la loro ancestrale essenza e la sublime bellezza vitale.
Buon riposo, M49, arrivederci alla prossima bella stagione!

(Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più su M49 e la sua storia.)