Notte da Gufi sul Monte di Brianza

[Il Monte di Brianza di notte, un’isola di naturale oscurità nel mezzo delle luci lecchesi e brianzole. Foto di Lino Rizzetto, tratta dalla pagina Facebook dell’Associazione Monte di Brianza.]
La conoscenza del territorio con il quale si interagisce, da abitanti stanziali o da visitatori occasionali, è un principio che ritengo ineludibile del nostro stare al mondo, e indispensabile per intessere quella relazione culturale con il paesaggio che al mondo ci fa stare e sentire bene – d’un ben-essere reciproco sia per noi che per il mondo stesso.

Posto ciò non posso che applaudire lungamente all’Associazione Monte di Brianza che continua nella sua preziosa opera di scoperta, esplorazione e conoscenza dell’omonimo piccolo/grande gruppo montuoso la cui modesta altitudine, come ho già scritto altre volte, è un dato inversamente proporzionale al grande fascino che sa offrire a chi vada lungo i suoi sentieri, scoprendo innumerevoli angoli di sorprendente bellezza nonché, in tal caso, chi li abita da secoli insieme agli umani e probabilmente molto di prima di loro.

Anche quando il buio notturno sembra celare il paesaggio, come capiterà con la Notte da Gufi di domani sera, 29 aprile, per i fortunati che vi parteciperanno (mi pare che al momento le iscrizioni siano chiuse per esaurimento posti, ma potete scrivere e chiedere maggiori dettagli al riguardo all’Associazione): peraltro, un modo di passare una serata veramente diversa dal solito e, anche per questo, assolutamente intrigante. D’altro canto, esiste un “locale notturno” più affascinante e meglio frequentato di un bosco di montagna? (La domanda è retorica, ovvio!)

«Chapeau!» insomma all’Associazione Monte di Brianza, un modello di attivismo culturale assolutamente da seguire e imitare.

Massimo Mila + Cesare Martinato

C’è infatti un modo di conoscere che è puramente mentale, una faccenda dell’intelligenza e basta. E c’è un modo di conoscere con i propri muscoli, con la propria carne, con la propria esperienza. Questo è quel “conoscere” che è assieme un “fare” e che è proprio di Dio il quale, come dicevano teologi e filosofi, conosce il mondo in quanto l’ha creato, l’ha fatto.
L’alpinismo è appunto una delle forme di conoscenza dove più inestricabilmente si uniscono il conoscere e il fare. Dove il soggetto si impadronisce anche materialmente dell’oggetto conosciuto.
Le montagne che non abbiamo ancora salito sono qualche cosa di esterno a noi. Materia grezza non ancora illuminata dalla luce dello spirito. Le montagne che abbiamo già “fatto” sono diventate parte di noi stessi, condividono la nostra natura umana. Non son più materia, ma spirito.

[Massimo Mila, Scritti di montagna, Einaudi, 1992, pagg. 26-27.]

La fortuna di conoscere persone variamente interessanti si manifesta anche negli ottimi spunti, contributi, opinioni, idee, opere, altrettanto variamente intriganti, che mi sanno offrire. Quando poi si manifestano quasi in contemporanea, per una di quelle “coincidenze” che non viene da ritenere tali ma fenomeni più attinenti alle cosiddette congiunzioni astrali (se mai se ne possano identificare al punto da credervi ma facciamo che sì, si possa), tali spunti diventano ancora più interessanti e intriganti.

Così ieri Federica Baldelli ha richiamato la mia attenzione su quel passo del celebre scritto montano di Massimo Mila (che fu musicologo di fama mondiale ma pure ottimo alpinista) e, poco dopo, Cesare Martinato, fotografo di gran pregio, ha pubblicato l’immagine che vedete lì sopra. E l’un e l’altro contributo dei due amici mi sono subito sembrati del tutto armonici. Ecco.

Celebrare Samhain, oggi

[Le Callanish Stones, monumento megalitico sull’Isola di Lewis, Ebridi Esterne, Scozia. Foto di Gordon Williams da Unsplash.]
Quand’ero più giovane e forse più spensierato di ora, la ricorrenza di Samhain o Samonios, popolarmente conosciuta come “Capodanno Celtico” e per tradizione ricadente oggi, 1 novembre, la festeggiavo sempre. Senza far chissà che e senza riferirmi alla celebrazione di Halloween (verso la quale non ho nulla in contrario, anzi!), semmai quasi sempre con un’escursione solitaria in Natura come espressione personale e manifestazione del senso principale che identifico nella ricorrenza, cioè quello di una riconnessione con il mondo naturale e con la sua dimensione vitale “sovrumana”, nel senso di posta oltre l’ordinaria esistenza umana. Probabilmente questo vi potrà sembrare un atteggiamento neopagano: be’, lo può ben essere, perché no? Il termine viene sovente usato con accezione dispregiativa in contrapposizione ai culti monoteisti; io invece trovo che sia una predisposizione preziosa, nel mondo di oggi, anche perché ben più naturale ovvero genuina di tante altre.

D’altro canto uno dei primissimi scritti letterari che composi, da ventenne o poco più, fu proprio un testo sul celeberrimo Calendario di Coligny e sul grande fascino del complesso, sorprendente sistema di computo del tempo in uso presso i Celti, strettamente legato ai cicli naturali e cosmici. Oggi, la costante ricerca della relazione con il paesaggio naturale e del suo senso culturale, declinato in ogni modo possibile, è parte fondante della mia quotidianità e della mia attività: sarò certamente meno spensierato di quanto avevo vent’anni, forse in certe cose sono diventato fin troppo razionale, ma Samhain resta sempre per me un momento simbolicamente importante e profondamente suggestivo che a mio modo celebro nella mente e nello spirito con immutata passione, proprio anche per rimarcare ulteriormente, attraverso la ricorrenza, quella personale relazione con la Natura che trovo imprescindibile per stare bene con me stesso, con il mondo che mi circonda e con ogni presenza che lo abita.

Dunque, fatemi rinnovare l’antica invocazione rituale tradizionale agli elementi naturali che si recitava nella notte di Samhain, ché ravvivare ogni tanto il proprio ancestrale spirito pagano è necessario, se non fondamentale:

Aria, Fuoco, Acqua, Terra,
Elementi di nascita astrale,
Vi chiamo ora, ascoltatemi!
Entro il Cerchio, esattamente formato,
Scevro da maledizione o rovina,
Vi chiamo ora, venite a me!
Dalla grotta e dal deserto, dal mare e dalla collina,
Con la bacchetta, la lama e il pentacolo,
Vi chiamo ora, siate al mio fianco!
Questa è la mia volontà, così sia!

(Marie Jamieson, “Samhain Bonfire”, composizione digitale, 2011.)

Qualche prezioso attimo di assenza

[Foto di Yusuf Evli da Unsplash.]
Ieri sera io e il segretario Loki eravamo fuori casa, dopo le 22, e c’era una tale assenza di vento, di gente per la via o di auto in transito, una così insolita immobilità delle chiome delle piante e delle foglie secche in terra, nessun cane abbaiante o animale del bosco vociante e neanche un aereo sorvolante e nessun altro rumore udibile, e l’aria era così in equilibrio tra tepore e frescura (dovrebbe fare ben più freddo, già) da sembrare una performance immateriale di stone balancing e persino le stelle nel cielo lievemente velato brillavano senza far troppo luminoso trambusto – viceversa di quando il cielo è così limpido, come in certe sere ventose, che le stelle ti sembra di sentirle ronzare, per quanto brillano… – e tutto questo originava un tale inopinato silenzio, di quelli che è rarissimo percepire stando in mezzo alla cosiddetta civiltà, che mi è tornata in mente una scena di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, il celeberrimo film di Spielberg, quando dopo alcuni attimi di silenzio e immobilità irreali i protagonisti della pellicola vengono sorvolati da alcuni abbaglianti UFO restandone sbigottiti.

Invece no, niente astronavi aliene, ieri sera. Nessun extraterrestre in visita alla Terra ma qualcosa di extra-ordinario senza dubbio, un momento di niente che conteneva moltissimo, la presenza contemporanea di tante assenze… insomma, una inaspettata sospensione temporanea del frenetico turbinare del mondo, all’apparenza, il quale in effetti a volte gira fin troppo veloce e fa un gran rumore ma quasi nessuno ormai pare infastidirsene mentre, io credo, qualche attimo di quiete, di silenzio, di immobilità generale, non farebbero affatto male – se li si sa apprezzare, naturalmente. E ci darebbero pure maggior consapevolezza di quel notevole rumore che altrimenti disturba il mondo e la nostra quotidianità, già.

La bellezza delle montagne d’Ucraina

[Foto di Alexandr Podvalny da Unsplash.]

Oltre le verdi colline ondulate della Mittel Land si levavano imponenti pendici boscose fino ai maestosi dirupi dei Carpazi veri e propri. Torreggiavano a destra e a sinistra, e la luce del sole pomeridiano, investendole in pieno, faceva risaltare tutti gli splendidi colori di codesta bella catena, l’azzurro cupo e il viola all’ombra dei picchi, il verde e il bruno là dove rocce ed erba si confondevano, e una prospettiva illimitata di rocce frastagliate e creste aguzze, che si perdeva in lontananza, dove picchi innevati si drizzavano maestosi. Qua e là, imponenti crepacci spaccavano i monti, e in essi il sole ormai declinante di tanto rivelava il bianco schiumare di una cascata. Uno dei miei compagni di viaggio mi ha toccato il braccio mentre, aggirata la base di una collina, compariva l’alta cima incappucciata di neve d’un monte che, per via delle tortuosità del cammino, sembrava starci proprio di faccia.

[Bram Stoker, Dracula, 1897.]

L’immagine mostra un panorama dei Carpazi Orientali Esterni, ovvero la parte della catena montuosa posta in buona parte nel territorio dell’Ucraina, senza dubbio una delle più amene e suggestive. Ecco: se gli uomini di guerra comandati dal Cremlino che hanno aggredito il paese si soffermassero a contemplare la sublime bellezza di questi paesaggi montani ucraini, chissà, forse smetterebbero di devastare anche gli altri.