[Fonte dell’immagine: qui.]Ma, io penso, se si verrà (giustamente) costretti tutti quanti a indossare maschere – respiratorie, protettive ovvero “mascherine” ma tant’è, quelle sono – per lungo tempo, in Italia, pur in aggiunta al fatto che la situazione pandemica in corso abbia imposto l’annullamento di molti eventi legati al Carnevale in programma tra fine febbraio e inizio marzo coi relativi e divertenti mascheramenti, insomma, penso che tutto questo non giustifichi affatto la trasformazione della suddetta situazione emergenziale e, più in generale, dell’intero paese in una carnevalata. Ancor più di quanto già non fosse prima, intendo dire, e solo perché dovremo tutti portare una mascher(in)a, ecco.
Perché, in tutta sincerità, mi pare che alcune figure pubbliche italiche, politiche e istituzionali, con l’ausilio immancabile dei media, stiano perseguendo tale fine – lo facevano già prima, lo fanno con insuperabile impegno ora. E ci stiano riuscendo benissimo a conseguirlo, quel fine. Già.
(Uhm… Forse che vogliano recuperare in tal modo gli eventi carnevaleschi saltati a febbraio e marzo, nonché la bizzarra ilarità di essi? Mah!)
[Cliccate sull’immagine per scoprirne la fonte.]Sia chiaro, lo dico da subito che quanto leggerete qui l’ho scritto (peraltro non in merito all’aspetto scientifico-sanitario, che non mi compete, ma a quello sociologico-culturale) da semplice persona che cerca di rimanere sempre sensibile riguardo a ciò che si sente e si vede in giro, cercando poi di capirci il più possibile e nel modo migliore possibile.
Fatto sta che mi ha fatto parecchio specie sentire oggi, in un’intervista su un canale radio, un bravissimo e per ciò stimato primario di uno degli ospedali del bergamasco, tra le zone più colpite dalla pandemia del coronavirus, sostenere senza mezzi termini la notizia che in Germania, dopo l’allentamento delle restrizioni emergenziali stabilito dal governo federale, l’indice dei contagi sarebbe risalito – addirittura «alle stelle» avrebbe dichiarato qualcuno, ma credo fossero politici e commendatori mediatici che dunque, nel merito e non solo in quello, valgono 0 (zero).
Dunque, questo vorrebbe dire che anche stimati uomini di scienza, pure in posizioni di prestigio, stiano cominciando a fare come i più analfabeta-funzionali uomini della strada e prendano notizie tali e quali senza cercare dati probanti per poi diffonderli pubblicamente con egual superficialità?
No, eh! Almeno loro no, che diamine! Per carità, una svista ci può stare, due anche, nel caso, la mia è solo un’osservazione del momento e magari fin troppo puntigliosa, ma spero che non si vada oltre con una tale inquietante casistica. Lo spero proprio.
Con estremo sconforto – soprattutto morale – abbiamo assistito – ed ancora assistiamo – ad ampi dispiegamenti di mezzi per perseguire illeciti che non esistono, poiché è manifestamente insussistente qualsiasi offesa all’interesse giuridico (e sociale) protetto. […] Non sarebbe forse ‘strategicamente’ più utile limitare l’applicazione dei provvedimenti in vigore nell’ambito effettivamente necessario per il perseguimento dei fini loro propri di contenimento dei rischi reali – e non immaginari – di diffusione dell’epidemia in atto, salvaguardando il più possibile le libertà fondamentali dei cittadini. Ciò perché i cittadini stessi, ben consapevoli e largamente convinti della necessità di un regime comunque restrittivo, poiché coscienti – per la maggior parte almeno – dei rischi conseguenti al mancato contenimento della diffusione epidemiologica in atto, sarebbero così assai più motivati e spontaneamente disposti al pieno rispetto della normativa vigente, ragionevole ed equilibrata, e non si sentirebbero invece costretti a cercare i più umilianti sotterfugi per sottrarsi a solerti controlli che finiscono per essere percepiti come gratuite persecuzioni di nessuna utilità per l’effettiva tutela del bene della salute pubblica.
Sono brani da una “lettera aperta” – che io traggo da quima è ripresa da numerosi media – dei magistrati Eugenio Gramola, presidente del tribunale di Aosta, Anna Bonfilio, Maurizio D’Abrusco, Luca Fadda, Davide Paladino, Marco Tornatore, Stefania Cugge (giudice a Ivrea) e dei pm Luca Ceccanti ed Eugenia Menichetti, in merito ai divieti di passeggiate ed escursioni in ambiente naturale emanati da numerose amministrazioni locali per l’emergenza coronavirus.
Divieti che, se già sembrano molto faticosamente “scusabili” dal punto di vista istituzionale (e solo per ragioni di convenienza, non certo di raziocinio e nemmeno di possibilità di controllo dei comportamenti illeciti), da subito sono apparsi palesemente illogici e ingiustificabili pur dalle doverose e più stringenti necessità di salvaguardia sanitaria dettate dalla situazione in corso, oltre che trascuranti gli innegabili benefici psicofisici di cui chiunque potrebbe giovarsi, preziosi proprio in momenti come questo, a fronte invece di altre circostanze quotidiane per le quali l’assembramento di persone, anche se inevitabile e controllato, appare molto più rischioso per la salute individuale e pubblica.
E la lettera aperta dei magistrati valdostani non fa che aggiungere ottime osservazioni di matrice giuridica per rendere ancora più evidente la stortura di quei divieti. D’altro canto al solito, come scrisse Riccardo Bacchelli,
Per rendere nobile, stimabile ed amata una cosa, non c’è nulla di meglio che perseguitarla.
Ecco.
P.S.: oggi è il 25 aprile, anniversario della Liberazione d’Italia, no? Bene, senza voler fare paragoni fuori luogo ma certamente sfruttando l’importante simbolismo di tale giornata, mi permetto di dire che pure quella a cui fa riferimento questo articolo sarebbe, nel suo piccolo, un atto di ritrovata libertà. Minima, secondaria, banale, eppure a suo modo preziosa. Già.
Mi viene da pensare che ad esempio quei due tizi là, quello di Roma e quello di Milano (dico loro ma vale anche per altri, nel caso), forse sbagliano a far le cose che fanno perché è sbagliato il modo con il quale si fanno definire. Cioè, voglio dire: se si facessero correttamente chiamare l’uno Presidente del Consiglio dei Ministri e l’altro Presidente della Giunta Regionale, e non invece “premier” e “governatore” come tanti sui media li chiamano sbagliando grossolanamente (nonché ingiustificatamente, per giunta) senza che loro stessi per primi abbiano da obiettare come dovrebbero, magari, chiamandoli nel suddetto modo giusto, direbbero cose altrettanto giuste e farebbero ciò che è giusto fare. Invece, chissà, può essere che dicano cose che poi non fanno e fanno cose che non dovrebbero proprio perché così tanti li denominano come non dovrebbero invece di come sarebbe opportuno facessero. Ecco.
È un po’ – se mi passate l’”allegoria” – come se aveste a che fare con un pittore, dal quale dunque vi aspettate delle tele dipinte, ma vi ostinate a chiamarlo imbianchino. Se quello non obietta nulla su tale pur errata definizione, finirà per assecondarvi e tinteggiarvi muri, forse anche con gran maestria, ma resta il fatto che non è ciò che avrebbe dovuto fare, essendo lui pittore e non imbianchino.
Perché insomma, mi preme rimarcarlo, le parole sono sempre importanti. Anche nelle piccole cose, anche dove sembrerebbero quisquilie, questioni trascurabili e invece no, sono spesso quelle più emblematiche e rivelatrici di come vanno le cose, qui. Già.
Quindi, dite che ora, con il coronavirus in circolazione e tutto il cancan emergenziale che giustamente è stato messo in piedi, finalmente ci si deciderà acomminare l’ergastolo a quelli che per sfogliare qualsiasi cosa cartacea che abbiano tra le mani continuano compulsivamente a leccarsi le dita per inumidirle di saliva, così inumidendo disgustosamente pure ciò che hanno in mano – proprio come già osservavo qualche tempo fa qui?
Be’, ok, sì… se non proprio l’ergastolo, qualche altra punizione esplicitamente educativa, ecco, che faccia capire loro quanto sia cafonesca quella loro abitudine oltre che, vista la cronaca, del tutto inaccettabile in futuro. Se almeno tali persone non si vogliano palesare come potenziali agenti patogeni (di virus e di maleducazione, una “malattia” a sua volta, purtroppo) piuttosto che come persone civili o semplicemente a modo. Che sarebbe già tanto, sia chiaro.
(Nell’immagine: un poster diffuso dal Dipartimento per la Salute Pubblica della Nuova Zelanda, anno 1950 circa.)