Il nome giusto per il comprensorio sciistico sul Monte San Primo

Come forse avrete letto sui media d’informazione, gli enti promotori del progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo a soli 1100 metri di quota (Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano, Regione Lombardia) hanno confermato di voler andare avanti con il progetto e di spenderci più di due milioni di Euro di soldi pubblici. Ciò nonostante la crisi climatica in corso e che sul San Primo da lustri non ci sono più le condizioni ambientali e non nevica a sufficienza per sciare (piove, semmai), nonostante i danni ambientali conseguenti e la palese insostenibilità economica degli impianti, nonostante i pareri contrari, solidamente motivati, di esperti d’ogni settore e l’opposizione generale, nonché rifiutando ogni confronto sul progetto e qualsiasi interlocuzione con la comunità locale.

[La quota delle piste in concessione sul Monte San Primo, tratto dall’“Elenco regionale delle piste dedicate agli sport sulla neve”, Decreto nr.8838 del 11/06/2024 di Regione Lombardia.]
Nonostante un progetto che da subito si manifesta sotto ogni aspetto come un disastro annunciato, in buona sostanza.

A questo punto, ai suddetti promotori degli impianti sul San Primo vorrei proporre il nuovo nome del comprensorio sciistico, che mi pare assolutamente consono alle circostanze e alla “filosofia” di fondo del progetto:


Ecco.

N.B.: per qualsiasi altra informazione al riguardo, potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.

Un momento particolarmente prezioso, ogni sera

[Foto di Di Roberto Mura, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Il quotidiano momento serale nel quale accompagno in giardino il segretario personale (a forma di cane) Loki per l’ultima pipì di giornata è ormai diventato un piccolo, prezioso spazio di sospensione e di riflessione su quanto accaduto nel giorno che sta finendo e su ciò che accadrà l’indomani, ancor più perché – se la meteo è favorevole – ne usufruisco sotto il cielo limpidamente stellato che l’abitare in montagna mi consente di osservare. Ma anche quando sia “diversamente bella”, la meteo, non manco di cogliere i dettagli del momento e le sue peculiarità – ce ne sono sempre da rilevare, anche quando ad esempio la nebbia sia così fitta da far scomparire ogni cosa, nascondendo la realtà ma così lasciando spazio alla fantasia.

È un momento che può durare una manciata di secondi oppure qualche minuto – dipende dalle esigenze urologiche del segretario, ovviamente – ma che quasi sempre è sufficiente affinché, nel silenzio della notte, sotto la meraviglia del cielo stellato o nel brivido termico di queste sere nonché nella placidità che tale dimensione regala, rara se non assente in altri momenti della giornata, sorgono pensieri limpidi, sinceri, originali, che a volte sanno compendiare il senso dell’intera giornata appena trascorsa e altre volte marcano principi o presupposti utili per quella che verrà. Pensieri che di frequente ho l’impressione che non nascano solo dalla mente ma che in verità germinino e fioriscano più nell’animo, con la mente che semmai ha il compito di dare loro forma intelligibile, elaborarne il contenuto e appuntarselo da qualche parte nella memoria, se ritenuto interessante. Tuttavia, anche se non lo fosse, è comunque la manifestazione di un prezioso momento di “ri-messa a fuoco” personale, un respiro profondo dell’animo e dello spirito che alleggerisce la mente prima del sonno così da consentirle di riposare meglio (o almeno tentare di farlo), una manciata di attimi di calma che forse sì, è solo apparente ma almeno mi dona l’apparenza di potermi riconciliare con la personale quotidianità – magari dopo averci litigato nel corso della giornata in conclusione, cosa per variegati motivi non infrequente.

Per tali motivi i pensieri di questi momenti tardo serali – in certi casi già notturni – li trovo così interessanti e peculiari. Me li appunterò d’ora in poi, identificandoli con la data nella cui sera mi si sono palesati.

Ad esempio, ieri sera05.02.2025 – il cielo era piuttosto limpido nonostante l’assenza di vento. Esattamente sopra la nostra testa, l’Orsa Maggiore mi sembrava particolarmente grande, luminosa, dominante.

Mi ha fatto ricordare che osservarla lassù nel cielo rappresenta un viaggio non solo nelle profondità dello spazio e del tempo cosmici (le stelle più vicine della costellazione sono a circa 80 milioni di anni luce) ma pure indietro lungo la storia dell’umanità, per come il mito a cui il nome fa riferimento è tra i più antichi in assoluto, forse risalente a più di 30.000 anni fa, quando in alcune parti dell’emisfero settentrionale (dal latino septemtriones, «sette buoi» ovvero quelli del Grande Carro, l’altro nome con il quale è nota la costellazione) pare fosse diffuso un culto dell’orso.

E ho pensato che il viaggio è “moto” come il tempo, ma che anche stando fermi si può viaggiare grazie al moto del pensiero. Il quale è forse il viaggio fondamentale senza il quale non ce n’è nessun altro. Già.

Il Monte San Primo, una “piccola” montagna grande come poche altre (nonostante i piccoli uomini che la vorrebbero grandemente svilire)

Per una strana coincidenza che forse strana non lo è affatto, in questo stesso periodo ma un anno fa (e nel corso di due giornate dalla meteo ugualmente favorevole), osservavo dall’alto il bacino lecchese del Lago di Como ma dal versante opposto rispetto a dove vagabondavo domenica scorsa – al riguardo ve ne ho scritto qui. L’anno scorso ero con il segretario personale (a forma di cane) Loki sul Monte San Primo e da là osservavo le pendici della Grigna Meridionale dalle quali domenica ammiravo il suddetto: nelle immagini sopra e sotto le posizioni di scatto delle rispettive fotografie sono individuate dalla stella gialla.

A osservarlo da lì, il San Primo, cioè da una posizione già elevata che permette di considerarne la massa sia nell’estensione verticale che in profondità, risulta del tutto evidente la sua eccezionalità geografica: quella di un monte relativamente basso (1.682 m la quota massima) e dalla morfologia che lo rende più simile a una enorme, docile collinona più che a un rilievo tipicamente e scoscesamente alpino, che tuttavia appare dominante sul suo territorio come pochi altri, ovvero come molte montagne ben più elevate e morfologicamente imponenti non riescono a essere. In buona sostanza, l’impressione dell’osservatore è di avere di fronte un rilievo più maestoso di quelle tante sommità prettamente alpine ben maggiori ciò nonostante – ripeto – risulti evidente la sua scarsa altitudine.

Questa impressione, a me parecchio vivida, credo derivi da due (delle tante) peculiarità specifiche del Monte San Primo. Innanzi tutto il suo isolamento, dato che non vi sono sommità più elevate se non a quasi 15 chilometri di distanza in linea d’aria (e sono proprio le Grigne; più vicini a nord ci sono i “gemelli” Monte di Tremezzo e Monte Galbiga, ma la loro quota è solo di qualche metro maggiore), un isolamento che lo rende da un lato assolutamente referenziale per la zona in cui si eleva, della quale è come se rappresentasse il fulcro geografico e paesaggistico, e dall’altro distintamente identificabile da diverse direzioni.

Inoltre, peculiarità conseguente alla prima, il pur basso San Primo domina solitario su una porzione parecchio estesa del territorio alto-lombardo, ben oltre il già ampio Triangolo Lariano di cui rappresenta la massima elevazione, una zona che, come detto, non possiede cima più elevate e dunque maggiormente imponenti. Il San Primo peraltro è la prima grande montagna che definisce l’orizzonte settentrionale di Milano e del suo hinterland: se dal centro del capoluogo lombardo si traccia una linea orientata a nord, si incrocia quasi perfettamente la cima del San Primo (per i geopignoli: c’è una differenza angolare di soli 1’11” verso est, pari a circa 1 chilometro: quasi nulla in pratica, considerando la distanza di oltre 50 chilometri – vedi l’immagine sottostante) e dunque in qualche modo da questa parte domina anche sulla città.

Infine, cosa risaputa da tutti ma mai scontata nel suo grande fascino geografico, la mole del San Primo spezza in due il bacino del Lago di Como (e millenni fa fendette il grande Ghiacciaio dell’Adda) in un modo così netto che nessun monte con rispettivo lago delle Alpi eguaglia.

Insomma, il San Primo è una “piccola” montagna che possiede innumerevoli specificità peculiari e tutti i crismi paesaggistici per poter essere considerata grande, il che ne accresce la bellezza, il fascino e la sua importanza culturale – nelle numerose accezioni del termine – per il territorio nel quale si eleva.

Ecco: osservandola così attentamente, domenica scorsa, per cercare di coglierne le doti il più possibile, una parte della mia mente non poteva tuttavia dimenticare che sul versante opposto, quello posto nel territorio di Bellagio, qualcuno osservi la montagna solo come una merce da mettere valore piazzandoci degli impianti sciistici a quote che non vedranno più la neve con un progetto che non è solo insensato nei termini appena esposti ma risulta pure svilente e degradante per la montagna e per tutto ciò che la rende così speciale, che la caratterizza, che la fa amare da tantissime persone. Basterebbe la più minima percezione della bellezza peculiare del San Primo, che ho appena cercato di evidenziare anche dal punto di vista geografico, per ritenere oggi assurdo qualsiasi progetto di infrastrutturazione turistico-commerciale dei suoi pendii: equivarrebbe a scarabocchiare rozzamente un capolavoro artistico di inestimabile pregio pensando, altrettanto rozzamente, che il danno sia minimo e trascurabile. Invece no, sarebbe uno sfregio palese, plateale, triviale, che farebbe violenza sul corpo della montagna e ancor più sulla sua bellezza e sull’immaginario conseguente. Un’eventualità inaccettabile, sotto ogni punto di vista.

L’alpestre e maestoso signore del Triangolo Lariano merita il rispetto che deriva dalla piena comprensione e consapevolezza della sua unicità, non il disprezzo di chi pretende di non riconoscerne la magnificenza ambientale e la naturale influenza sul paesaggio. Un paesaggio la cui presunta “valorizzazione”, se governata da menti e animi insensibili, diventa mero valore atto alla più bieca mercificazione: un cartellino con il prezzo per la vendita e per il tornaconto di chi si arroga il diritto di (s)vendere.

Una cosa inaccettabile, ribadisco, che il Monte San Primo e la sua bellezza così poliedrica e speciale non si meritano affatto.

Perché le montagne nel periodo prenatalizio diventano ancora più belle

Va bene, lo ammetto.

Il periodo che precede le festività natalizie mi piace molto, anche se spesso sostengo il contrario. Tuttavia: paesi e città si animano come mai accade nel resto dell’anno di un sacco di gente in cerca di regali, vagando per le vie pedonali, i negozi o i centri commerciali, le persone si incrociano scambiandosi auguri, si divertono nell’ammirare luminarie d’ogni sorta e giochi di luce… Bellissimo, già: così, di nuovo, per me e il segretario personale (a forma di cane) Loki le montagne rimangono tutte nostre o quasi, e vi possiamo vagabondare nella quiete più assoluta – una quiete in verità brulicante di vita, anche in questo periodo di letarghi e di sonno apparente per buona parte della Natura. In fondo anche questo è un “regalo” del periodo, forse non inatteso o imprevedibile ma comunque sempre parecchio sorprendente.

E se la scorsa volta il clima decisamente invernale accentuava la percezione della quiescenza naturale, stavolta la montagna e il cielo brillavano di una luce così intensa e vitale da far pensare alla primavera, costringendo l’inverno a rintanarsi timidamente nelle zone d’ombra aspettando tempi migliori – o peggiori, dipende da come li si intenda – per tornare a imporsi sul paesaggio.

Io e Loki risaliamo antiche mulattiere che dall’azzurro cupo del lago portano a quello intenso del cielo, vecchie vie rurali dal percorso tortuoso, a tratti rude, dai selciati che in certi tratti rivelano ancora la perizia costruttiva con la quale sono state impresse sul fianco del monte così che le genti del posto vi iscrivessero la propria storia e il peculiare legame tra il lago e la montagna, facendo di questi posti luoghi dalla doppia anima, in bilico tra la mitezza lacustre e la durezza montana. Un’anima tuttavia non indecisa ma in equilibrio tra i due ambiti, capace di assumerne in sé le rispettive specificità esaltandone la bellezza e il carattere proprio nel confronto costante, che passo dopo passo li definisce reciprocamente. Peraltro qui i “capitoli” della storia umana sono leggibili un po’ ovunque, nonostante l’aspetto apparentemente selvatico del monte, tra scritture recenti e altre secolari che raccontano sia la presenza antropica più sussistenziale (il bosco di ritorno, inevitabilmente disordinato, ancora non riesce a nascondere il profilo di certe zone terrazzate piuttosto sorprendenti, vista la ripidezza del versante, ad esempio) che quella tecnologica, la quale rivela anche qui una minima ma significativa industrializzazione delle risorse della montagna, portate a valle insieme a coloro che lavoravano i terrazzamenti suddetti.

Certamente un tempo più di oggi capitava di poter unire, grazie a questi antichi cammini, i due stati materiali fondamentali dell’acqua, quello liquido del lago e quello solido della neve. Oggi non c’è coltre nevosa a nascondere i selciati ma quasi ovunque vi è un cospicuo strato di foglie secche: e se la scorsa volta raccontavo di quanto sia piacevole da sentire il rumore crocchiante del cammino sulla neve, il frusciare dei passi tra le foglie cadute è divertente e fanciullesco, vien voglia di correrci dentro nonostante la fatica della salita – oppure proprio per alleviarla – così da sollevarne il più possibile e fenderne giocosamente la coltre guadando un torrente che fruscia come fosse pieno d’acqua ma non bagna. D’altro canto è l’unico rumore che c’è nell’intorno, dunque diventa anche una manifestazione del nostro piacere di essere lì in quel momento, soli, senza nessun altro che possa fare altrettanto o che possa ascoltarci se non gli abitanti del bosco che non vanno in letargo e sicuramente ci hanno udito e nascosti da qualche ci stanno osservando, pensando chissà che di noi.

Quel piacere diventa poi appagamento completo con la visione del territorio circostante e dell’orizzonte sempre più ampio man mano che saliamo in quota, con scorci di bellezza disarmante che cambiano quasi a ogni passo e colmano la mente e l’animo di grandiosità, di vastità, di maestosità e di quel qualcosa che, di nuovo, anche qui come altrove, non sai mai bene come descrivere ma associ facilmente ad un’idea piena e compiuta di «libertà».

A metà pomeriggio torniamo a valle e verso casa. Persone incrociate nel corso della giornata, in totale: sei. Probabilmente altri che, come me, “amano” in questo modo particolare il periodo natalizio.

N.B.: al solito, rimarco che le foto le ho fatte da non fotografo quale sono con un cellulare ormai datato, dunque chiedo venia a chi le giudicherà di qualità carente.

In montagna non esistono giornate “brutte”

Ore 07.30, cielo coperto, nebbie sfilacciate sulle cime, nevischio, freddo.
Una giornata perfetta per andare in montagna, conveniamo io e il segretario personale (a forma di cane) Loki!

Così andiamo e la montagna, di solito tra le più frequentate di tutte le Alpi, oggi è quasi tutta nostra: è bizzarro trovare il grande parcheggio praticamente vuoto, non incrociare nessuno sui sentieri, non udire del vociare umano nei prati o nelle baite – ma forse dovrei pensare che è “bizzarro” il contrario, per certi versi.

La montagna è assopita in un silenzio che la neve fresca caduta la notte prima rende ancora più avvolgente. Mi diverto a sentirla crocchiare sotto le suole delle scarpe e a cercare dal suono di indovinarne la densità. È uno dei rumori più piacevoli che si possano sentire, camminando nella natura, e qui lo è anche di più visto come stia diventando ormai raro.

In verità non siamo del tutto soli: il segretario Loki ogni tanto punta occhi e corpo verso il folto del bosco, intercettando infallibilmente qualche presenza. Io non vedo nulla, ma forse quel tonfo sordo appena sentito non era provocato dalla caduta al suolo di un grumo di neve da qualche albero.

Torniamo all’auto a metà pomeriggio fendendo la nebbia che ora avvolge la zona. Persone incrociate sui sentieri percorsi dalla mattina, in totale: quattro. Ci fosse stato il Sole, e magari una temperatura mite come di questi tempi spesso accade, ci sarebbero voluti due zeri dopo quel numero

In montagna non esistono “brutte” giornate (a meno che non ci si trovi sul K2 o sul Cerro Torre, ovviamente!), ma solo giornate più o meno “confortevoli” per come noi vogliamo intenderle. È comprensibile, senza dubbio, però certe volte sono proprio le giornate “brutte” a regalare dei momenti di insperabile e inopinata bellezza, quei momenti che non si direbbero tali e d’altro canto solo vivendone gli attimi li si può riconoscere. Sarebbe stato un vero peccato non goderne: a volte è il comfort interiore quello che conta veramente.