Un buon libro da leggere, e una tazza di profumato e saporito caffè (o di un’altra vostra prediletta bevanda) da sorseggiare durante la lettura.
Cosa ci può essere di meglio?
Un buon libro da leggere, e una tazza di profumato e saporito caffè (o di un’altra vostra prediletta bevanda) da sorseggiare durante la lettura.
Cosa ci può essere di meglio?
Nel dibattito pubblico contemporaneo il termine “territorio” è senza dubbio uno dei più utilizzati, e verrebbe da pensare che ciò sia inevitabile vista il suo significato ordinario tanto funzionale: tuttavia, tale inevitabilità rivela in effetti la sostanziale superficialità con la quale il termine viene usato e abusato, facendogli assumere accezioni quasi esclusivamente oggettive e pratiche senza affrontare alcun approfondimento teorico e concettuale. Approfondimento invece del tutto necessario e fondamentale, perché il territorio non è soltanto quel certo determinato spazio proprio di una giurisdizione, nel quale si abita e si lavora, che si utilizza o attraverso il quale si viaggia, eccetera; e questa superficialità rimanda all’altrettanto superficiale visione generale con cui oggi molti ambiti tecnici e culturali o pseudo-tali (fatta eccezione “congenita” per le scienze umane ma non del tutto, purtroppo) osservano il mondo in generale, i suoi ambienti, i luoghi più o meno antropizzati, le dinamiche attive in questi spazi vissuti.
Claudio Ferrata, geografo e docente ticinese, affronta la non semplice impresa di mettere nero su bianco alcuni punti nodali sulla questione in Il territorio resistente. Qualità e relazioni nell’abitare (Edizioni Casagrande, 2017), agile e rapido (sono meno di 50 pagine) tanto quanto denso pamphlet nel quale l’autore mette in buon ordine le basi concettuali circa la nozione di “territorio”, anche attraverso un breve excursus storico dell’evoluzione della stessa, per poi muoversi nella direzione d’una sua fruizione più pratica e proficua, ovvero di una determinazione dell’essenza e del valore concreto contemporanei del territorio al fine di indicarne una buona e virtuosa evoluzione futura. […]
(Leggete la recensione completa de Il territorio resistente cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Volevo procurarmi uno zaino completo, con il necessario per dormire, ripararmi, mangiare, cucinare, insomma cucina e camera da letto da portare in spalla, e andarmene chissà dove e trovare una solitudine perfetta e contemplare il vuoto perfetto della mia mente ed essere del tutto neutrale rispetto a qualunque idea e tutte.
(Jack Kerouac, I vagabondi del Dharma, traduzione di Magda de Cristofaro, Mondadori, 1961-2006.)
La visione di Kerouac è sovente anche la mia, lo ammetto: tutto in uno zaino messo in spalla, tutto ciò che serve per la vita ovvero il proprio mondo da portarsi appresso ovunque e via, nella libertà più assoluta data anche dal sapere di non aver bisogno d’altro, di avere già con sé ciò che serve d’indispensabile per vivere e, se servirà altro, nel luogo o nei luoghi in cui si giungerà, si vedrà il da farsi. E con la mente vuota delle troppe cose inutili e francamente insensate alle quali tocca pensare nella quotidianità, così da poter essere finalmente colmata di pensieri veramente importanti, anche perché veramente liberi.
Un’utopia? Forse sì. Oppure, forse, solo l’ennesima utopia che si ritiene tale perché non si hanno la volontà e il coraggio di realizzarla.
(Nella foto: Jack Kerouac fotografato a Tangeri nel 1957 da Allen Ginsberg. Fonte: qui.)
A volte mi ritrovo a chiacchierare – in modo estemporaneo, intendo – con amici e conoscenti di grande cultura ed erudizione (ben più di quel nulla che potrei detenere io al riguardo) circa argomenti molti alti, importanti, culturalmente rilevanti, preziosi da disquisire al fine di capire meglio il mondo che ci circonda e le sue sovente (all’apparenza) poco comprensibili realtà.
E mi viene dunque da pensare che tali alte chiacchierate dovrebbero essere la norma per tutti ovvero un’abitudine ordinaria, ovviamente in base alle proprie possibilità – ma in fondo si tratta di argomenti dall’importanza fondamentale e quotidiana, che dovrebbero interessare tutti e sui quali tutti dovrebbero cercare almeno un poco di riflettere, se non sforzarsi per arrivare a capirli nel modo più approfondito possibile. Ciò anche grazie allo scambio di idee, opinioni, meditazioni, convinzioni, critiche, disapprovazioni, confutazioni che proprio da chiacchierate del genere possono scaturire: resta sempre questo, il metodo migliore per conseguire e comprendere le verità del mondo – e a tal proposito non possono non pensare a quella celebre (e fondamentale, a mio parere) massima di Nietzsche: “La fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità finora credute”. Dacché il problema (culturale e mentale) non è affatto avere dubbi (cercando di dirimerli), è pretendere di possedere verità assolute (evitando qualsiasi dibattito al riguardo). Ma quali presunte/pretese verità, più o meno assolute, può avere chi evita o si rifiuta di discutere, riflettere e comprendere la realtà e il mondo che si ritrova (ci ritroviamo tutti) intorno, perdendo invece tutto il tempo in chiacchiericci futili e inutili?
In ogni caso, per carità: liberissimi di parlare pure di argomenti ben più futili e banali, anzi, doveroso e proficuo farlo, ogni tanto. Ma quando nelle conversazioni sulle quali maggiormente prende forma la sociabilità condivisa, base necessaria di qualsiasi umanità comunitaria e civica, quegli argomenti futili prevalgono fino a diventare l’unico ambito di dialogo – per mero e basso passatempo, noia, disinteresse verso le cose importanti della quotidianità, menefreghismo, qualunquismo, sciatteria intellettuale, ignoranza – peraltro alquanto alimentato dai media, in particolare dalla TV [1], allora credo ci sia da preoccuparsi sul serio. Sono le non conversazioni nei tanti non luoghi della contemporanea non società sempre più in preda alla noncuranza verso ogni cosa, e soprattutto verso quelle che contano veramente, quelle che la società la renderebbero “vera” – senza alcun non davanti – e veramente in evoluzione.
[1] Mentre al riguardo i social network mi pare facciano da elemento “estremizzatore” dei due opposti: o permettono discussioni di alto profilo tra persone dotate di relative competenze e culture le quali altrimenti non potrebbero ritrovarsi a chiacchierare, o rendono ancora più cretine e inutili conversazioni che già lo sono per natura – Umberto Eco docet.
Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.
(Pier Paolo Pasolini, in risposta a una ragazza che gli scrive di voler studiare all’università ma non avere i soldi per farlo, tratto da “Dialoghi con Pasolini” su Vie Nuove, 1965, pag.1077.)
Ecco: lo capissero, quelli che non leggono, quanto sono poveri per tale loro mancanza, e d’una povertà che nessun denaro che non sia fatto di libri e di buone letture può risolvere, e quanto poi sia palese questa loro povertà, quanto si veda, si colga facilmente…
P.S.: citazione còlta da questa pagina facebook.)