Claudio Ferrata, “Il territorio resistente. Qualità e relazioni nell’abitare” (Edizioni Casagrande)

Nel dibattito pubblico contemporaneo il termine “territorio” è senza dubbio uno dei più utilizzati, e verrebbe da pensare che ciò sia inevitabile vista il suo significato ordinario tanto funzionale: tuttavia, tale inevitabilità rivela in effetti la sostanziale superficialità con la quale il termine viene usato e abusato, facendogli assumere accezioni quasi esclusivamente oggettive e pratiche senza affrontare alcun approfondimento teorico e concettuale. Approfondimento invece del tutto necessario e fondamentale, perché il territorio non è soltanto quel certo determinato spazio proprio di una giurisdizione, nel quale si abita e si lavora, che si utilizza o attraverso il quale si viaggia, eccetera; e questa superficialità rimanda all’altrettanto superficiale visione generale con cui oggi molti ambiti tecnici e culturali o pseudo-tali (fatta eccezione “congenita” per le scienze umane ma non del tutto, purtroppo) osservano il mondo in generale, i suoi ambienti, i luoghi più o meno antropizzati, le dinamiche attive in questi spazi vissuti.

Claudio Ferrata, geografo e docente ticinese, affronta la non semplice impresa di mettere nero su bianco alcuni punti nodali sulla questione in Il territorio resistente. Qualità e relazioni nell’abitare (Edizioni Casagrande, 2017), agile e rapido (sono meno di 50 pagine) tanto quanto denso pamphlet nel quale l’autore mette in buon ordine le basi concettuali circa la nozione di “territorio”, anche attraverso un breve excursus storico dell’evoluzione della stessa, per poi muoversi nella direzione d’una sua fruizione più pratica e proficua, ovvero di una determinazione dell’essenza e del valore concreto contemporanei del territorio al fine di indicarne una buona e virtuosa evoluzione futura.

Ogni qualvolta vi sia un termine o un concetto che possa essere definito in modi diversi, senza che questi debbano necessariamente essere antitetici gli uni con gli altri, l’interpretazione troppo generica e la conseguente confusione sono dietro l’angolo, con l’effetto d’un generale allontanamento culturale (oltre che semantico) rispetto all’essenza del concetto stesso e, dunque, dal suo più proficuo uso. Con il territorio ciò è accaduto in modo evidente, provocandone una concezione sovente parecchio spregiudicata e alquanto deviata verso interessi e mire antropizzanti del tutto slegate da qualsiasi buona definizione dello spazio in cui sia presente l’uomo. Non solo: tali frequenti pratiche deviate hanno innanzi tutto perso di vista il legame antropico ancestrale e fondamentale che unisce l’uomo e la sua civiltà con lo spazio e i territori vissuti (che ciò significhi attraversati, abitati, modificati, sfruttati o che altro), legame che si basa su rapporti di natura tanto (apparentemente) immateriale quanto assolutamente influenzanti la sostanza del legame stesso. Ad esempio – Ferrata qui cita il collega Claude Raffestin – “Il territorio dovrebbe essere considerato come il risultato, conseguito in un determinato momento, dell’incontro tra due grandi logiche: quella dei tempi lunghi della Natura (tempi della formazione delle strutture geologiche, dell’evoluzione, delle colonizzazioni vegetali ecc.) e quella dei tempi storici e delle dinamiche antropiche. Il territorio è dunque il prodotto di una vera e propria «ecogenesi».” Ecco, il tempo condizionale della citazione denota come questa considerazione non sempre (forse quasi mai) sia effettivamente valutata e contemplata, nelle dinamiche gestionali (politico-amministrative e non) dei territori, e palesa inoltre quanto la comprensione concettuale e funzionale del “territorio” debba necessariamente strutturarsi in modo ben più approfondito e completo di quanto invece ordinariamente avvenga. Peraltro, la citazione di Raffestin mi porta poi a pensare ad altri saperi che, a ben vedere, potrebbero e dovrebbero esser inclusi nelle suddette considerazioni, ad esempio l’influenza del fattore psicogeografico nella definizione percettiva del territorio oppure l’altrettanto importante elucubrazione intorno al concetto di “paesaggio”, a sua volta spesso profondamente travisato e distorto.

Ferrata mette poi in luce un’altra evidenza fondamentale: che in concreto uno spazio diventa “territorio” solo (o soprattutto) attraverso un processo di territorializzazione, dunque di appropriamento e modificazione umana del territorio – io direi di scrittura antropica di esso, e conseguente generazione di palinsesti geografici. Ma se un concetto “culturale” di territorio non può esistere senza la presenza e l’azione dell’uomo, è anche vero che la presenza e l’azione dell’uomo non può determinare conseguenze culturali sul territorio senza la più profonda consapevolezza dell’effetto di questa antropizzazione. Altrimenti lo stesso “abitare” un territorio – questione che nel saggio di Ferrata diventa la meta tematica principale – assume connotati potenzialmente negativi, oltre che – appunto – culturalmente distorti e devianti. L’autore dunque evidenzia la necessità di concepire e intessere un nuovo, o rinnovato, legame tra uomo e territorio, che finalmente si possa fondare sull’identità dei luoghi più che su quella delle persone (semmai, facendo che la seconda sia frutto della prima, non viceversa), sull’acquisizione di una piena “coscienza di luogo” (ovviamente Alberto Magnaghi, padre dei territorialisti italiani, è più volte citato nel saggio) e su un rapporto ben più attivo e, per così dire, “ecobiologico” con il territorio abitato – “Abitare consiste nell’iscrivere la quotidianità in uno specifico luogo attraverso il proprio corpo. E il corpo è il vero strumento di mediazione della nostra territorialità.” scrive Ferrata a pag.47, quasi in chiusura del testo.

Infine, per rendere un altro concetto tanto usato, abusato e travisato, quello di “progresso”, veramente compiuto e virtuoso – e in principio del testo invece Ferrata cita il fondamentale Elisée Reclus (citazione che per lo scrivente varrebbe da sola l’acquisto del libro!) da L’Homme et la Terre: “Aver cura dei continenti, dei mari e dell’atmosfera che ci circonda, coltivare il nostro giardino terrestre, riordinare e regolare gli ambienti per favorire ogni singola vita di pianta, animale o uomo, prendere definitivamente coscienza della nostra umanità solidale, unendoci in un’unica entità con il pianeta, allargare lo sguardo fino a comprendere le nostre origini, il nostro presente, il nostro prossimo obiettivo come i nostri ideali più lontani – è in questo che consiste il progresso.” Verrebbe da dire, di questa definizione di Reclus, che offre una visione olistica del nostro abitare la Terra – se non fosse che pure tale termine è ormai così tremendamente abusato e distorto! D’altro canto, tale definizione rappresenta il miglior incipit programmatico, per il testo, nonché la “bussola” indicante il necessario se non inevitabile Nord verso cui la considerazione e l’azione nei confronti del territorio deve puntare, affinché la presenza in esso dell’uomo sia conforme ad un’autentica, virtuosa, urbana, progredita e progredente civiltà.

Il territorio resistente. Qualità e relazioni nell’abitare è una lettura intensa, coinvolgente, mai troppo tecnica e sempre diretta ai punti nodali delle questioni trattate. Assolutamente consigliabile e, appunto, non solo per chi si occupi di territori e ambiti affini.

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