Si dice tanto e da sempre degli angeli custodi, non solo nella tradizione cristiana, ai quali affidare la propria vita e il successo delle buone azioni compiute nel corso dell’esistenza: un’entità che “ha lo scopo principale di tenere il fedele lontano dalle tentazioni e dal peccato, e di condurre la sua anima a meritare la salvezza eterna in Paradiso. Scopo secondario è la realizzazione e la felicità terrena del singolo, oltre l’umana debolezza e miseria.” – così leggo su Wikipedia. E se invece non andasse esattamente così? Se affidarsi a un angelo custode – ovvero nel caso in cui un angelo custode venga affidato per decisione “divina” a un mortale – significasse invece infilarsi in una sequela infinita di guai fino a rischiare di lasciarci la pelle? Insomma: è conveniente godere d’una tale “protezione angelica”, o c’è da sperare di restarne immuni?
Qualche dubbio al riguardo ce lo suscita Arto Paasilinna in Professione angelo custode (Iperborea, 2014, traduzione di Francesco Felici; orig. Tohelo suojelusenkeli, 2004.), uno dei suoi più recenti romanzi tradotti e pubblicati in Italia. O meglio: i dubbi ce li fa sorgere Sulo Auvinen, ex insegnante di religione e buon esempio di “finlandese medio” (sì, esiste anche lì il cittadino medio, come d’altro canto esiste ovunque) che, dipartito dal mondo terreno a ottantadue anni di età, si ritrova ad essere eletto nell’empireo angelico e arruolato nel corso di formazione per aspiranti angeli custodi […]
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Chi legge libri dice spesso che la lettura rappresenta anche una specie di “fuga” dalla realtà quotidiana e dalle sue frequenti brutture. È una cosa vera, ma questa tale fuga verso qualsivoglia fantasia letteraria – perché tale viene superficialmente intesa da molti: come un perdersi nell’irrealtà, nelle illusioni di dimensioni immaginarie (o immaginate) e inventate dunque “false” – piuttosto è forse il modo migliore per svelare e comprendere quanta illusione e falsità ci siano nella quotidiana realtà, ovvero in ciò che ci viene fatta ritenere tale.