Se quello a Gaza non è ancora un genocidio, le autorità di Israele stanno facendo di tutto e rapidamente per farlo sembrare.
Il governo Netanyahu si è ormai posto sullo stesso piano terroristico di Hamas, entrambi nemici sia del proprio popolo sia dell’altro. Non c’è più né ragione e né torto, da una parte o dall’altra: ci sono solo civili innocenti che muoiono, tra cui molti bambini. In queste circostanze nessuno vince, tutti ne escono sconfitti.
Occorre un cessate il fuoco immediato. Occorre fermare il massacro dei civili di Gaza e gli attacchi a quelli israeliani. Occorre che Hamas, Netanyahu e i rispettivi sodali spariscano dalla realtà geopolitica mediorientale. Occorre eliminare gli opposti integralismi religiosi e politici. Occorre uno stato palestinese libero e sovrano. E tutto ciò occorre innanzi tutto a Israele e al suo futuro.
P.S.: non ho voluto accompagnare queste mie semplici considerazioni con un’immagine troppo brutale, di quelle che peraltro si trovano facilmente sul web, ma con una (scattata da un fotografo palestinese che vive(va) proprio nella Striscia di Gaza) che, nonostante tutto, possa far credere che un poco di gioia e di speranza si riescano a vivere sempre, anche in una tragedia talmente grande.
Trovo veramente triste, nonché inevitabilmente inquietante, constatare come un grande paese quale è Israele, tra i più avanzati al mondo pur tra le contraddizioni geopolitiche note a tutti e d’altro canto per certi versi un modello di efficienza socioeconomica notevole, permanga ostaggio ormai da troppo tempo nelle mani di personaggi politici a dir poco biechi, per di più ora spalleggiati dagli esponenti di un integralismo religioso tra i più fanatici e oscurantisti di quella regione del pianeta. Se costoro vincessero la “battaglia” politica con il resto del paese, temo che anche le questioni geopolitiche aperte, in primis quella palestinese, ne risulterebbero aggravate con conseguenze imprevedibili.
D’altro canto, quasi a voler dimostrare che storia e geografia sono sempre e comunque materie e ambiti strettamente connessi, e a proposito di montagne, le contraddizioni di Israele si manifestano anche in quota. Infatti il paese formalmente ha due vette massime: una, quella internazionalmente riconosciuta, è il monte Meron, o Har Meron (“cartolina” sopra), alto 1208 m, situato in Galilea e sede di una delle maggiori riserve naturali del paese, il quale tuttavia è il punto più elevato solo secondo le frontiere israeliane riconosciute a livello internazionale. Secondo il diritto israeliano, invece, la vetta più alta del paese si troverebbe nelle alture del Golan ed è il monte Hermon o Har Hermon (rtolina” sotto), alto 2814 m e posto lungo la frontiera con il Libano e la Siria, conquistato dopo le guerre del 1967 e del 1982 e pesantemente presidiato dalle forze militari di Israele dacché non riconosciuto dagli stati confinanti, ma anche sede di uno dei maggiori comprensori sciistici del Medio Oriente.
Contraddizioni etno-geopolitiche che, in ogni caso e in qualsiasi modo, c’è solo da sperare che si possano risolvere presto nei modi più equilibrati possibile.
Geopolitica, questa sconosciuta. Mi viene da dire questo, se penso a tale disciplina così fondamentale e parimenti così indeterminata e, di conseguenza, poco compresa e ancor meno conosciuta dal grande pubblico, vuoi anche perché fondamentalmente ignorata dai mass media nazional-popolari i quali, nei rari casi che la trattano, lo fanno male. Eppure resta uno degli strumenti principali che possiamo utilizzare per comprendere il mondo che abitiamo nonché per cercare di intuire le direzioni che sta prendendo, in primis a livello regionale e poi a quello globale. Ciò non fosse che per una peculiarità basilare che la geopolitica possiede, e “segnala” già nel proprio nome: il fatto di generarsi dalla geografia, la quale contiene in sé la storia delle genti che abitano le zone geografiche (come ben insegna la geografia umana) e dunque, inevitabilmente, anche le vicende politiche (nel senso originario del termine) che hanno contribuito allo sviluppo – positivo o meno – di quelle zone.
Per questo un testo come Le dieci mappe che spiegano il mondo del giornalista e scrittore britannico Tim Marshall (Garzanti, 2019, prefazione di Sir John Scarlett, traduzione di Roberto Merlini; orig. Prisoners of Geography, 2015) assume un’importanza rara, innanzi tutto ponendosi come una lettura ovviante la carenza conoscitiva diffusa della disciplina geopolitica di cui ho scritto poc’anzi. Inoltre, fin dall’introduzione del volume viene posto l’accento sul fatto che «Per comprendere quel che accade nel mondo abbiamo sempre studiato la politica, l’economia, i trattati internazionali. Ma senza geografia non avremo mai il quadro complessivo degli eventi» – ciò che asserivo lì sopra, appunto. Che è poi una cosa assolutamente affascinante ed emblematica, se ci pensate bene: siamo uomini del Terzo Millennio, ipertecnologici, capaci di creare realtà virtuali d’ogni sorta, quasi pronti a sbarcare su Marte eppure, ancora oggi, per governare il nostro “piccolo” pianeta dobbiamo fare i conti con mari, oceani, montagne, fiumi, deserti che ci influenzano e regolano la nostra vita, sotto ogni punto di vista, in fondo non così diversamente da qualche millennio fa – il titolo originale inglese del volume, utilizzando il termine “prigionieri”, evidenzia efficacemente proprio ciò, ben più di quello italiano.
Tim Marshall cerca di spiegare al lettore questa ineluttabile realtà attraverso l’analisi di dieci mappe che, nel complesso, disegnano e identificano la gran parte delle terre del mondo […]
[Immagine tratta da qui.](Potete leggere la recensione completa di Le dieci mappe che spiegano il mondo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
[Immagine tratta da beirut-today.com, fonte originale qui.]Il brutale omicidio dell’intellettuale libanese Lokman Slim mette ancora una volta in luce come da sempre, nella storia dell’umanità, gli intellettuali siano considerati dal potere i nemici principali, ben più che quelli geopolitici con i quali si combattono le guerre e poi, una volta finite, si stringono alleanze. L’intellettuale, quando non abdichi al valore socioculturale della sua figura per “vendersi”, rimane un pericolo assoluto in forza della propria intelligenza critica, della consapevolezza civica e della libertà di pensiero che ne deriva: tutti elementi radicalmente avversi a qualsiasi forma di potere e di qualsivoglia segno, colore, matrice, che miri al costante rafforzamento della propria egemonia a scapito dei diritti e delle libertà della comunità ad esso sottoposta.
Anche per questo, ultimamente, il termine “intellettuale” viene sovente utilizzato con accezione quasi spregiativa da certi personaggi politici e dai media ad essi sodali, associandolo a raffigurazioni elitarie, snobistiche, egocentriche e così via. Ora, senza entrare nel dibattito al riguardo per non dilungarmi eccessivamente su altri temi (peraltro già trattati, qui sul blog: l’ultimo contributo è qui, altri in ordine sparso li trovate qui), se in certi casi quanto appena rimarcato è vero, non è sicuramente una questione di termine e di suo senso assoluto ma di persone, e di loro (scarsi) coerenza, onestà intellettuale, autentico civismo, dunque di bieco sovvertimento di quel senso: ovvero, sono i casi in cui accade quanto accennavo poco sopra, la rinuncia della figura in questione alle proprie prerogative socioculturali per inseguire mere mire di comodo, per motivi magari comprensibili ma non sempre (anzi, quasi mai) ammissibili, appunto.
Lokman Slim – scrittore, editore, promotore culturale e attivista politico – era scomodo a chi vuole dominare il suo paese perché intellettuale e intellettualmente libero: come riporta l’articolo di “Internazionale” che potete leggere cliccando sull’immagine in testa al post, Slim «sapeva di essere sconvolgente con le sue prese di posizione», ciò perché la libertà di pensiero è sempre sconvolgente per chiunque invece voglia regimentarla, ordinarla, conformarla funzionalmente ai propri interessi di potere. Accade da sempre, da millenni, è accaduto ancora – in Libano come in molti altri paesi, anche di quelli apparentemente più “avanzati”, accadrà di nuovo. E finché gli intellettuali, i veri, liberi, illuminanti, rivoluzionari intellettuali, verranno assassinati, questo mondo non potrà affatto dirsi civile, avanzato e progredito. Per nulla.
[Immagine tratta da questo video sul canale YouTube di The Guardian.]Guardando con inopinato sgomento le immagini di quanto accaduto a Beirut, dell’immane esplosione, della città per buona parte devastata, dei suoi abitanti che vagano tra le macerie sbigottiti, confusi, feriti, mi tornano alla mente – e come a me a tanti altri, suppongo – le celeberrime immagini della città libanese scattate dal grande fotografo milanese Gabriele Basilico, che la ritrasse nel 1991 appena dopo la fine della guerra civile che sconvolse il paese mediorientale e ridusse una delle più splendide città di quella parte di mondo, la “Parigi del Medio Oriente” come venne definita negli anni Sessanta dello scorso secolo, in un paesaggio devastato e spettrale, apparentemente privo di vita – proprio come lo volle ritrarre Basilico nei suoi scatti privi di presenze umane.
[Gabriele Basilico, Beirut 1991. Immagine tratta da http://www.mufoco.org/omaggio-a-gabriele-basilico/]L’analogia tra le immagini di trent’anni fa e quelle odierne è evidente e spaventosa, anche per come rimarchi la costante sorte nefasta che sembra infierire su Beirut e sui suoi abitanti, purtroppo per motivi sempre legati a colpe umane. Ma ho letto una cosa – qui – legata al lavoro che fece Basilico a Beirut e che mi pare assolutamente adatta anche alla cronaca di questi giorni: racconta la photo editor Giovanna Calvenzi, curatrice di mostre sull’opera di Gabriele Basilico, che quando venne chiamato insieme alla scrittrice Dominique Eddé per documentare le devastazioni nel centro della città «sembrava disperato, continuava a ripetere che non era un fotografo di guerra. Poi un giorno Eddé lo ha portato in cima all’Holiday Inn e per la prima volta, da quella prospettiva, ha capito che la città era viva e che solo la sua pelle era stata profondamente martoriata».
Ecco, Beirut è una creatura urbana troppo spesso martoriata ma sempre resiliente e costantemente viva, a cui non si può che augurare di restare tale, di risollevarsi, riprendersi e continuare a coltivare il proprio inimitabile fascino, qualcosa che, nonostante tutte le tragedie subite, non è mai venuto meno e mai svanirà.