Selfiegeddon

Joan Cornellà, "Selfie"
Joan Cornellà, “Selfie”

Leggo sul #30 di Artribune Magazine (il quale, ci tengo a dirlo, è il miglior magazine italiano su arte e cose affini, a mio parere) in un articolo a firma Valentina Tanni significativamente intitolato O selfie o morte:

Secondo il magazine Priceonomics, che si è preso la briga di compilare delle vere e proprie statistiche su questi casi, dal 2014 sono morte 49 persone nel tentativo di scattare un selfie; l’età media è 21 anni e il 75% è di sesso maschile. In testa alla classifica delle tipologie di morte c’è la caduta da altezze vertiginose, mentre il record geografico lo detiene l’India, con ben 19 vittime. Un record che inizia ad allarmare le autorità, che hanno recentemente dichiarato “no-selfie zones” ben 16 location sparse in tutto il Paese. Una simile ordinanza esiste anche in Russia, la seconda nazione in classifica per numero di fatalità legate all’autoscatto. (…) Sono talmente tanti i casi da giustificare l’esistenza di una pagina di Wikipedia che li riunisce tutti sotto il titolo “Lists of selfie-related injuries and deaths”.

Bene, ora potremmo farci alcune emblematiche domande. Una, ad esempio: perché il S.E.T.I., il celebre programma scientifico dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, in ben 42 anni (è infatti attivo dal 1974!) non ha captato alcun segnale da presumibili civiltà aliene e nemmeno ha ricevuto risposta a quelli inviati? E se fosse, molto semplicemente, che le civiltà (nel vero senso del termine) aliene evitino accuratamente di avere a che fare con una razza di insuperabili idioti come noi terrestri?
È una domanda tra le tante, eh! Così, per dire.

INTERVALLO – Torino, Libreria “Tempo Ritrovato” (in chiusura)

l_425f9a360130 GIUGNO 2016
TEMPO RITROVATO LIBRI
CHIUDE
VENDITA TOTALE
CON SCONTI
DAL 15% AL 50%

E’ un INTERVALLO diverso dai soliti, questo, per certi aspetti inesorabilmente triste, per altri iroso e comunque pugnace. La storica libreria Il Tempo Ritrovato di Torino, da decenni punto di riferimento culturale, e non solo, del centro cittadino, il 30 giugno prossimo chiuderà definitivamente, aggiungendosi al lungo elenco delle librerie che nel capoluogo piemontese hanno chiuso i battenti, nonché all’ancor più lungo e mesto elenco nazionale al riguardo. Quanto sopra è ciò che riportano i cartelli affissi sulle sue vetrine.
Così muore la cultura di un paese! – mi viene da dire: una cultura tra le più alte e prestigiose del pianeta uccisa da un progressivo e irrefrenabile imbarbarimento nazionalpopolare e dal sostanziale (ovvero strategicamente complice) menefreghismo delle istituzioni. Ma, ribadisco – almeno per quanto mi riguarda – ciò deve essere un ennesimo e fremente impulso alla combattività, a non lasciare che l’imposizione strategica di un incretinimento totale e totalizzante vinca sulla cultura e sul valore fondamentale di essa, per potersi dire (e continuare a essere) individui realmente intelligenti, civili e avanzati.
Vi pare che la stia mettendo giù troppo dura? Bah, forse sì. O forse, è veramente l’ora di farla il più possibile dura, tale questione, prima che non sia troppo tardi per qualsiasi salvezza.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo in merito tratto da torinooggi.it, dal quale è tratta l’immagine stessa.

Se una risata CI seppellirà

happy3Ascoltavo una conversazione tra alcune persone, qualche giorno fa, nella quale un ragazzo residente in Germania raccontava di come lì, in alcuni casi, per contattare e sottoporre richieste agli enti pubblici vige ancora l’usanza di inviare missive postali. Ma non è tanto questa la cosa insolita e sorprendente, semmai è che quegli enti pubblici rispondono allo stesso modo e con inopinata solerzia: dopo qualche giorno si hanno per iscritto tutte le risposte – adeguatamente dettagliate – alle richieste sottoposte, ovvero con una rapidità ed efficienza che altrove nemmeno via email si possono sperare. Anzi – aggiunse un altro dei conversanti: in Italia non solo a volte gli enti pubblici nemmeno ti rispondono, ma se provi ad inviare loro una lettera è già tanto se questa viene regolarmente consegnate dalle Poste! E, tutti insieme, si sono messi a ridere a siffatta affermazione sarcastica.
Affermazione, già, non battuta. Perché è vero, è questo che molto spesso accade in Italia – ne sono io stesso testimone quotidiano, ma ovviamente il principio della cosa è valido per tante altre circostanze – e la cosa realmente sconcertante è che, ormai, siamo ridotti a riderci sopra. Non ci arrabbiamo più, non sappiamo più indignarci per un servizio pubblico (o similmente tale) sempre più scadente, non ci facciamo ormai quasi più caso se qualcosa che dovrebbe funzionare in un certo modo va sempre peggio. Ormai rassegnati a che sia normale che qui l’inefficienza la faccia da padrone, che le cose non vadano quasi mai come dovrebbero andare e che nessuno o quasi di chi preposto al caso faccia qualcosa per risolvere tali situazioni, siamo arrivato al punto che non ci resta che ridere. Che viene più facile che piangere, certo, anche se alla fine il senso è lo stesso.
Anche questo, io credo, denota la mancanza di senso civico che ormai attanaglia il nostro paese. Non ci curiamo che le cose girino al meglio per tutti, al massimo ci importa che a noi non creino troppi problemi e magari ci incazziamo pure se invece ciò accade; per il resto, chissenefrega. Se un malfunzionamento, un’inefficienza, un disservizio va continuamente peggiorando, facciamo spallucce e guardiamo oltre: ci penseremo nel caso dovremo averci a che fare. Peccato che, così agendo, quel malfunzionamento, inefficienza o disservizio diventano cronici, e tale cronicità diviene normale.
Oggi, dunque, per tornare al caso citato in quella conversazione, è normale e risaputo che le Poste Italiane siano tra le meno efficienti d’Europa. E’ così, che ci dobbiamo fare? Amen!
Beh, forse che dovremmo incazzarci e pretendere invece che il servizio funzioni come deve funzionare, nel caso sia io che spedisco qualcosa o che sia chiunque altro? Non sarebbe finalmente il caso? In fondo, se funzionasse bene per altri lo farebbe anche per me e viceversa, no?
E’ proprio quel lassismo/menefreghismo direttamente derivato dalla mancanza di senso civico diffuso, lo ribadisco, che permette il degrado degli elementi funzionali della nostra società – concettuali e pratici: dalla teoria politica all’amministrazione pubblica pratica, per intenderci, e tutto quanto il resto di assimilabile. Ed è quel lassismo anticivico che più di ogni altra cosa è gradito dal sistema di potere a cui siamo sottoposti a permettere allo stesso di trasformarsi sempre più in un macro-soggetto antisociale al servizio di oligarchie e lobby, ovvero a trasformare ogni esigenza e bisogno della società tutta in un’esigenza, pretesa e tornaconto dei pochi che comandano.
Credo sia il caso (urgente!) di ribaltare questo atteggiamento assolutamente pericoloso. Il che poi significa essere cittadini consapevoli, comunità sociale attiva, individui civici nel senso più alto e ampio del termine. E’ questo, in fondo, l’impulso fondamentale grazie al quale una società può realmente progredire, in senso civico, politico, sociale, culturale. Altrimenti, saremo come i passeggeri a bordo di una nave governata da un equipaggio di mentecatti che sta colando a picco ma che, nonostante l’affondamento imminente, se la ridono delle barzellette raccontate dal capitano la sera prima.

Senza scienza, senza cultura, c’è solo oscurantismo (Carl Sagan dixit)

In una società impregnata di tecnologia come la nostra, ma sempre più assediata da nuovi profeti, impeti di irrazionalità e falsa ricerca del meraviglioso, allontanarsi dalla scienza o permettere che venga demonizzata, significa in realtà consegnarci ai veri demoni: l’irrazionalità, la superstizione, il pregiudizio, ed entrare in un’epoca di nuovo oscurantismo.

(Carl Sagan, Il mondo infestato dai demoni, Baldini & Castoldi, Milano, 1997)

Carl-SaganCarl Sagan è stato uno dei più grandi uomini di scienza – dunque di cultura – del Novecento. Quando uscì, Il mondo infestato dai demoni, era il 1996 (l’anno dopo in Italia), e forse vent’anni fa c’era ancora qualche speranza che il sonno della ragione non fosse così diffuso sul pianeta da generare mostri ovunque. Sia chiaro, può essere che tali speranze vi siano ancora oggi ed è obbligo di chiunque abbia a cuore l’evoluzione intellettuale della razza umana (o forse, dovrei dire, la salvezza della stessa) di coltivarle e diffonderle. Ma è innegabile che, visto lo stato del mondo contemporaneo, la loro ricerca stia diventando quasi più ardua di quella (molto cara a Sagan) di altre civiltà intelligenti nell’Universo. Sempre che tali civiltà abbiano la voglia e il coraggio di entrare in contatto con i sempre più involuti abitanti del terzo pianeta del Sistema Solare…

H

H hSi, è la lettera “H quella lì sopra, maiuscola e minuscola.
Vi chiedo di partecipare con me a un grande esercizio di… ehm, civiltà, ecco. Copiate quella lettera e condividetela ovunque notiate che ve ne sia bisogno – e sono certo che troverete innumerevoli occasioni per poterla, anzi, doverla condividere. Su svariati siti web, sui social (un sacco, qui), nelle mail che riceverete – persino, come è capitato a me, nei comunicati stampa relativi a concorsi letterari (!!!)
Veramente c’è in giro un sacco di gente – non conta poi quanta sia: è sempre e comunque troppa – che evidentemente non la conosce o s’è scordata della sua esistenza, e non si rende conto di quanto fondamentale sia conoscerla, quella lettera, e usarla nel modo corretto. Veramente ‘sta gente non si rende conto che, al contrario, darà sempre di sé un’immagine parecchio brutta, indegna quasi – dacché è facile la considerazione, quantunque gratuita, che se uno non la usa o la usa male, l’H, chissà quante altre cose non saprà usare (mi vien da dire la testa in primis, ma non voglio sarcasmeggiare troppo!)
Ergo, ribadisco: copiate e condividete il più possibile. Aiutiamola, questa gente: magari non lo merita – in effetti è irritante constatare che non ci arrivino da soli, a risolvere tale mancanza – e per di più il nostro aiuto sarà di natura totalmente gratuita (magnanimità assoluta, già). Certo, potreste pensare che viceversa bisognerebbe fargliela pagare – sempre in senso linguistico-metaforico, eh! – ma vorrei di nuovo rimarcare la matrice civica di una tale donazione. Un civismo grammatico contro un drammatico stato di fatto, ecco.  Il quale civismo, poi, inevitabilmente ha e avrà ricadute positive su chiunque e qualsiasi cosa, statene certi – sui miei nervi in primis, senza dubbio!
Ah, ci sarebbe pure uno slogan bell’e pronto, per quanto sopra: “Usatela e correttamente, l’H, non mandate l’italiano in vacca!” Potreste scriverlo nel biglietto d’auguri per un bel dono natalizio di “H”, ecco. Forse chi riceverà il regalo non capirà cosa sia e a cosa serva, ma c’è da sperare che col tempo saprà rendersi conto di che dono assolutamente prezioso gli avrete fatto – e avrete fatto, ancor più, a chiunque leggerà le sue cose scritte.
Se invece in risposta al suddetto dono vi dirà qualcosa del genere “grazie, ma non o capito che regalo è”, beh, allora… passate pure alle vie di fatto. Per quanto mi riguarda, non avrò visto e sentito nulla.