Come ho già scritto qualche giorno fa, oggi e domani andranno al voto oltre 3.700 comuni italiani: molti di questi sono di montagna e in alcuni di essi ha amministrato, fino a oggi, una certapolitica che ha ampiamente dimostrato di predicare bene e razzolare male. Una politica che sta facendo dei territori montani lo spazio per i propri biechi affarismi elettorali conditi da danari pubblici gettati a pioggia e da una propaganda tanto arrogante quanto distruttiva (come nei paesi più arretrati, modello al quale evidentemente puntano) e, di contro, fregandosene bellamente della gestione equilibrata di quei territori e del benessere autentico delle loro comunità senza alcuna cognizione della realtà corrente e nessuna visione del futuro.
Pur nella desolante situazione generale della politica attuale, pressoché fatta di chiacchiere, distintivi di parte e vuotezza spinta, sarebbe bene che gli elettori, in primis le allodole che ancora si fanno abbagliare da certi specchietti, si ridestassero dal torpore, riprendessero a osservare con attenzione e sensibilità le loro montagne e pensassero al miglior futuro possibile piuttosto che al presente più “conveniente”, prima di recarsi (se lo faranno) al voto.
Sia chiaro: non è una mera questione di parti politiche ma di democrazia. Che è una cosa che nasce e vive nella comunità delle persone, non nel potere politico, e che, se possibile, in montagna vale ancora più che altrove. Sarebbe bene che continuasse a valere, ecco.
Il prossimo 8 e 9 giugno andranno al voto oltre 3.700 comuni italiani: molti di questi sono di montagna e in alcuni di essi ha amministrato, fino a oggi, una certa politica che ha ampiamente dimostrato di predicare bene e razzolare male, in tema di governo dei territori montani, sostenendo spesso progetti e opere decontestuali, illogiche, impattanti, alienate dalla realtà in divenire, privi di visione e di attenzione verso i luoghi, le loro comunità e i bisogni di cui necessitano realmente così come di autentica progettualità sul medio-lungo termine, quella che realmente servirebbe alla montagna per costruirsi il miglior futuro possibile. Progetti e opere spacciati per “sostegni alle popolazioni e all’economia locale contro lo spopolamento” ma in realtà funzionali solo ad alimentare un sistema – perché di questo palesemente si tratta – di clientelismi meschini e prebende personali con le quali assicurarsi favoritismi e sostegni elettorali che taglia fuori chiunque non faccia parte di questo “circolo di sodali”, in primis le comunità locali. Progetti e opere quasi sempre legate all’infrastrutturazione turistica più impattante e massificante, vista come la miglior giustificazione da un lato per addurre le false motivazioni suddette e dall’altro per attirare e far girare cospicue somme di denaro pubblico. Un “pensiero politico” per il quale il territorio montano, tanto meraviglioso quanto fragile e delicato, viene considerato nè più ne meno come uno spazio (uguale a qualsiasi altro) da sfruttare il più possibile, totalmente incompreso nelle sue peculiarità, buono solo se da esso ci si può ricavare qualcosa. E infatti viene sovente degradato con opere e manufatti che sarebbero sgradevoli anche in una periferia urbana, figuriamoci in un luogo tra le montagne.
È un atteggiamento ignobile questo, inutile dirlo, basato su incompetenza, insensibilità, strumentalizzazione ideologica, menefreghismo, strafottenza, e sull’assenza totale di buon senso e attenzione verso le terre alte, che va fermato in ogni modo per il bene delle montagne e delle loro comunità.
Sia chiaro: non ne faccio un discorso politico di parte, sono la persona più lontana e indipendente da qualsivoglia schieramento. Semmai la mia è una presa di posizione pienamente culturale: perché il problema è di cultura, perché il paesaggio è cultura e lo è la politica in quanto gestione e cura del territorio, quando ben fatta, e parimenti è cultura l’abitare le montagne da residenti stanziali e frequentarle da turisti occasionali, il conoscerle geograficamente e comprenderle ecologicamente e ambientalmente, lo svilupparle economicamente e socialmente. Viceversa, non è cultura ma una sostanziale barbarie gestirle politicamente e amministrativamente nei modi coi quali in molti comuni è stato fatto e si vorrebbe continuare a fare, per insistere con quel sistema deviato che ha già troppo degradato e banalizzato tanti territori montani e inevitabilmente ne decreterà rapidamente il declino, privandoli di qualsiasi identità peculiare nonché di ogni possibilità di evoluzione socio-economica equilibrata rispetto al luogo e al suo ambiente. Altro che spopolamento della montagna: quello che si otterrà sarà il soffocamento definitivo di essa e della sua vitalità, in ogni suo aspetto.
È ora di finirla con questa situazione ormai insostenibile, inaccettabile, inammissibile. È ora di ridare alle montagne, o rivitalizzare in esse, dignità, considerazione, coscienza culturale, speranze che non siano bieche illusioni, prospettive autentiche, visione del futuro, un destino consono ai luoghi nelle mani di comunità finalmente liberate dai lacci di certi modelli speculativi che le hanno condannate per troppo tempo a diventare il fantoccio di loro stesse e, in quanto tali, facilmente assoggettabili e controllabili, o reprimibili nel caso.
Basta con tutto ciò. Chiunque altro, di qualsiasi parte sia, sappia riconferire alle montagne e alle loro genti quanto ho appena rapidamente individuato (una minima parte di ciò che c’è da fare), mi auguro possa e sappia allontanare dai monti tale combriccola di amministratori così scriteriati e deleteri. Per il bene delle nostre montagne e di noi tutti.
L’incontro dal titolo “Olimpiadi SOStenibili” di martedì 21 maggio scorso a Sondalo, in Valtellina – a pochi chilometri da Bormio che sarà una delle sedi olimpiche principali per i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 – nel quale ho avuto il privilegio di intervenire, è stato bello e intenso non solo perché affollato oltre ogni previsione (a ben vedere non causalmente), ma anche per aver rappresentato una preziosa occasione per ascoltare e dialogare con i presenti, abitanti di Sondalo e dei paesi limitrofi, su un tema fondamentale per la Valtellina presente e futura e su numerosi argomenti ad esso correlati.
Come già riscontrato altrove, anche a Sondalo nessuno si è detto contro le Olimpiadi e molti erano felici dell’assegnazione dei Giochi e di diventare terra “olimpica”, ma parimenti nessuno si dice soddisfatto di come si stanno gestendo le opere olimpiche, molti si dichiarano preoccupati se non allarmati, tutti si sono sentiti (e si sentono) tagliati fuori da qualsiasi processo decisionale su interventi che cadranno sulle loro teste e, in certi casi, modificheranno profondamente il paesaggio abitato e vissuto senza che sia stata data alcuna garanzia né sulla loro autentica efficacia e né sulle conseguenze future. Un grande evento come le Olimpiadi, che avrebbe potuto e dovuto manifestarsi come un avvenimento collettivo, un prezioso progetto di sviluppo non solo turistico e economico partecipato e in grado di generare ricadute positive per tutta la comunità territoriale coinvolta, si sta rivelando un’azione forzata, di carattere impositivo e indiscutibile, una prova di forza della politica contro i territori, le loro peculiarità e contro le comunità alle quali non è stato riconosciuto il diritto democratico di poter dire la propria – In Valtellina come in Cadore e in altri sedi olimpiche.
In questo modo non solo le Olimpiadi, con le loro ricadute materiale e immateriali, rischiano di provocare danni e disagi alle popolazioni residenti senza donare loro alcun vantaggio, ma stanno diventando anche un boomerang per il consenso all’evento, il sostegno dei residenti, l’immagine del territorio. Oggi non è più accettabile che si intervenga così pesantemente in contesti pregiati e fragili come quelli montani, già sottoposti a sfide e criticità a non finire, senza coinvolgere, ascoltare e dialogare con le comunità residenti: non farlo è la via migliore per banalizzare e degradare la montagna ancor più di quanto già non accada accelerandone i fenomeni socioeconomici e culturali più deleteri – spaesamento, alienazione, spopolamento… – invece che risolverli, come si sostiene.
Possiamo permetterci di correre un rischio del genere? Io penso proprio di no. Vogliamo finalmente rimettere al centro le comunità delle montagne ridando loro dignità politica e democratica? Io credo proprio di sì. Ecco.
Vagabondando per i rilievi prealpini (ma anche preappenninici, suppongo) ci si imbatte spesso in angoli la cui visione a volte regala sensazioni di natura “selvaggia”, quasi di un’apparente “wilderness” da luogo esotico e lontano. Come lo scorcio ripreso nell’immagine lì sopra (indovinate quale sia dei due!*), che suscita sentori da foresta amazzonica e invece si trova a poche centinaia – se non decine – di metri dalla “civiltà” e da casa. D’altro canto quell’apparenza di “wilderness” naturale è alimentata, in fondo, proprio da questa vicinanza con ciò che non lo è affatto – case paesi strade fabbriche eccetera. Ma l’occhio un poco più attento fa intuire alla mente qualcosa che rende questi angoli ancora più inopinati e sorprendenti: tutta questa apparente selvatichezza silvestre, questa simil-Amazzonia domestica, è “merito” dell’uomo. O demerito, se preferite: perché buona parte di queste zone, proprio perché così vicine ai centri abitati, fino a non troppi decenni fa erano disboscate, coltivate o sfruttate a pascolo, abitate, lavorate, vissute. Poi è cambiato tutto, le fabbriche e gli uffici hanno attirato i contadini, i pastori e i boscaioli di un tempo e rapidamente la natura s’è ripresa ciò che l’uomo le aveva tolto, con un tale rigoglio silvestre che pare sottolineare la rivalsa naturale verso la civiltà umana fuggita altrove.
Per tutto ciò, paradossalmente, dove fino a poco tempo fa c’era l’uomo che dominava la natura in modo netto, oggi la natura domina come se l’uomo lì non ci sia mai stato, come se tutto fosse rimasto inalterato e selvaggio da millenni. Invece è “solo” la conseguenza dell’abbandono degli uomini, che pure abitano case e paesi a pochissima distanza da tali angoli selvatici anzi no, rinselvatichiti.
E se pure questa si dovesse considerare “wilderness”? O, per meglio dire, aree di non wilderness, un po’ sulla falsariga di nonluogo: zone il cui aspetto selvaggio non è una manifestazione autentica dell’incontaminato ma – paradossalmente, appunto – è la conseguenza funzionale della loro deruralizzazione e dell’abbandono umano, fattore che in verità appare come un’espressione di “(rin)selvatichezza”. D’altro canto, appena oltre il fitto e caotico bosco che circonda questi angoli il territorio appare ampiamente antropizzato e urbanizzato, anche troppo: dunque, nonostante la loro wilderness fittizia, oggi effettivamente rappresentano piccole e interessanti zone di naturalità, frammenti di Terzo paesaggio clémentiano la cui apparente inutilità e inservibilità attuali ne diventa invece la dote principale, qualcosa di cui poter godere nuovamente ma in modi totalmente diversi e per molti versi opposti rispetto a un tempo. Eppure necessari e da salvaguardare: sprecati anni fa ma oggi da non sprecare più.
*: in una delle immagini vedete uno scorcio di territorio vicino a dove abito, nell’altra invece di foresta pluviale sull’isola di Bali. Solo 12mila km circa di distanza, in fondo!
P.S. – Pre Sciptum: quello che potete leggere di seguito è il comunicato stampa redatto da Angelo Costanzo del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, sull’incontro di domani sera a Sondalo del quale vedete la locandina qui sotto. Un incontro di notevole importanza, inutile rimarcarlo, a cui di nuovo invito caldamente chiunque a partecipare – abitanti, residenti, villeggianti abituali e occasionali della Valtellina – per poter dire la propria e confrontarsi vicendevolmente su un tema così importante.
“Olimpiadi sostenibili?” è il titolo dell’incontro pubblico organizzato dal Centro Culturale “Oltre i Muri” per affrontare la complessità dell’evento olimpico e la sua sostenibilità. Un evento olimpico che appare sempre più calato dall’alto nei territori montani. La vicenda della pista di bob di Cortina d’Ampezzo è l’emblema di come queste Olimpiadi, nate da un dossier di candidatura privo di qualsiasi interlocuzione con le comunità locali, che prevedeva zero costi e garanzia di sostenibilità ambientale, si stanno invece trasformando da evento sportivo a business, che poco ha di sostenibile sotto il profilo economico ed ambientale. Nel territorio valtellinese non siamo immuni da ingenti risorse, tra opere sportive e infrastrutturali la previsione di spesa è di € 434.663.965. Opere discutibili sotto il profilo dello sviluppo economico e turistico delle terre alte. La nuova cabinovia a Bormio, la realizzazione di uno Ski Stadium a circa 1.200 m e nuovi parcheggi per accogliere sempre maggiori flussi di traffico. Opere che non tengono in nessuna considerazione i cambiamenti climatici e la necessità di riconvertire gradualmente un’economia che ha basato, nel passato, il suo sviluppo nella monocultura dello sci di massa, con la politica delle seconde case e la cementificazione relativa, addomesticando il territorio ad un consumo massificato e alle mode del momento. I finanziamenti riguardano anche opere necessarie al miglioramento della viabilità, ma che non possono essere realizzate senza preoccuparsi dell’impatto sul territorio e le popolazioni locali. La bocciatura alla tangenziale sud di Sondrio della Soprintendenza al Paesaggio, che ha espresso un parere negativo nella Conferenza dei servizi svoltasi il 22 marzo 2024, è uno schiaffo a chi, come l’Assessore Regionale alla Montagna, il Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Sondrio e il Sindaco di Sondrio, sostengono che bisogna fare le opere perché le Olimpiadi sono alle porte, non c’è più tempo per discutere e i soldi vanno spesi. Ritardi scientemente voluti per imporre le opere attraverso il commissariamento, come ha ben spiegato il Presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova nel suo libro Ombre sulla neve. Opere che non verranno nemmeno concluse per le olimpiadi 2026, come è emerso in sede di audizione in Consiglio regionale. La Soprintendenza ha avuto il coraggio di dire quello che molti amministratori locali fanno finta di non vedere. La tangenziale sud di Sondrio necessita di uno studio e analisi dell’impatto ambientale con soluzioni progettuali alternative. Di base c’è un problema culturale profondo ed è il rapporto tra economia delle terre alte, la sua sostenibilità nel rapporto con l’ambiente e la natura. Per questo le opere olimpiche, la realizzazione della tangenzialina nella piana della Alute a Bormio, che distruggerebbe l’unica zona agricola del territorio bormiese avviandovi l’ennesima speculazione edilizia, la captazione delle acque del Lago Bianco al Passo di Gavia per alimentare l’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva, a 2600 m di quota nella zona di massima tutela del Parco Nazionale dello Stelvio in forza del suo valore naturalistico unico, sono facce della stessa medaglia. Di questo discuteremo durante l’incontro pubblico che si terrà nella sala riunioni del Centro Polifunzionale di Sondalo, martedì 21 maggio 2024 alle ore 20.45 con: Angelo Costanzo, Presidente del Centro Culturale “Oltre i Muri”, Marco Trezzi del Comitato “Salviamo il lago Bianco”, Luca Rota blogger e scrittore e Barbara Baldini Sindaco di Montagna in Valtellina.