Ultrasuoni #11: Paolo Fresu, Space Oddity

[Foto di Roberto Manzi, tratta dalla pagina facebook di Paolo Fresu.]
Posto il recente sessantesimo genetliaco, lo scorso 10 febbraio, non posso che a mia volta (e nel mio nulla) omaggiare una delle figure maggiori della musica vera italiana ed eccellenza artistica nazionale nel mondo, Paolo Fresu. Musicista che definire semplicemente “jazz” è come definire il mare “un bicchiere d’acqua”, elegante, eclettico, raffinato, colto ma d’altro canto dotato d’un grande appeal pop al punto da saper riempire le piazze con un genere, il jazz, che ha senza dubbio contribuito a far conoscere e apprezzare ad un pubblico assai meno preparato che altrove al riguardo.

La grande ed eclettica eleganza della sua musica è ben rappresentata dall’ultimo lavoro pubblicato, proprio in concomitanza dei suoi 60 anni: un cofanetto di 3 cd tra i quali uno contiene il personale omaggio di Fresu ad un mito che credo pochi accosterebbero facilmente all’universo jazz, David Bowie, la cui poliedrica e immortale grandezza, tuttavia, lo stesso Fresu rimarca come sia sempre stata molto attinente al jazz e alla sua cultura. Ne scaturisce la rilettura tanto rispettosa quanto particolare di alcuni dei brani celeberrimi di Bowie, tra i quali quello che, a mio parere, forse Fresu riesce a rendere maggiormente proprio pur salvaguardandone il fascino originale è Space Oddity – in qualche modo così indennizzando il pregio autentico del brano rispetto alla precedente “versione italiana” del 1970, quella caratterizzata dal (secondo me) pessimo testo che scrisse Mogol convincendo Bowie che fosse fedele al proprio quando invece non c’entra(va) nulla.

Ma, tali facezie a parte, l’intero omaggio bowieano di Fresu è alquanto pregevole e affascinante, rappresentando un emblematico “omaggio di rimando” a uno dei migliori artisti musicali italiani in assoluto, il cui ascolto risulta sempre un’esperienza rigenerante e riequilibrante. Insomma: we can be heroes just for one day and Fresu for sixty years!

Leggere troppo, ma non leggere abbastanza

Qualche giorno fa sul sito web de “La Repubblica” è stato pubblicato un video (cliccate sull’immagine qui sopra per vederlo) nel quale Bruno Le Maire, ministro francese dell’Economia, si è rivolto alle giovani generazioni in un appassionato discorso diventato virale sui social a favore della lettura dei libri in contrapposizione alla dipendenza da web e social. «Leggete, staccatevi dagli schermi. Gli schermi vi divorano, la lettura vi nutre» ha detto Le Maire. «Gli schermi vi svuotano, i libri vi riempiono. Fa tutta la differenza. La letteratura e i libri vi permetteranno di scoprire quanto siete unici e fino a che punto non assomigliate a nessun altro. È quello che fa l’umanità. Ogni persona è unica. Ed è la letteratura che ce lo insegna.»

Al ministro francese, e al suo appello senza dubbio ottimo e importante nei principi esposti, ha “risposto” a suo modo Pier Luigi Sacco, intellettuale illuminante che sovente “ospito” qui sul blog in forza della costante lucidità e profondità delle sue considerazioni sui temi della cultura in genere, il quale sulla propria pagina facebook ne ha postate alcune al riguardo che nuovamente trovo assai interessanti e sagaci per come sottolineino un paio di cose fondamentali, sull’argomento. Ve le propongo, sicuro che a vostra volta le troverete importanti e “preziose”:

Questo appello sarà anche diventato virale, ma sospetto che a viralizzarlo siano stati soprattutto i genitori e i coetanei del Ministro. Fare la morale alle nuove generazioni non è mai stato efficace in genere. Per quanto nella sostanza ciò che viene detto sia vero, nel senso che la letteratura e i libri in generale sono una risorsa fondamentale, la cui rinuncia comporta un grave impoverimento in molti sensi, non credo che sia così che si convincerà qualche giovane in più a leggere. Credo che abbia ragione Pennac quando dice che il modo migliore di creare abitudine per la lettura è leggere ai propri figli, nell’età in cui questo è ancora possibile, ed estendendo il senso del suo ragionamento anche alle età successive dello sviluppo, creando interesse attorno a quello che i libri hanno da dirci e da raccontarci, non attraverso la demonizzazione dei nuovi mezzi, ma attraverso un loro uso intelligente. Anche perché c’è stato un periodo in cui il nuovo erano proprio i libri stampati, e qualcuno si stracciava le vesti pensando a come i romanzi licenziosi avrebbero corrotto l’animo dei giovani. Una delle doti dei libri è che consentono di mantenere una memoria storica. Forse il problema delle generazioni oggi mature non è che hanno letto troppo, ma che non hanno letto abbastanza per affrontare i tempi che viviamo con una sufficiente generosità e apertura mentale.

Ultrasuoni #10: Gogol Bordello, Gypsy Punk

[Immagine tratta da Facebook.]
Un’altra band che mi sono trovato a riascoltare con gran godimento sonoro sono i Gogol Bordello, una delle creature musicali più originali del panorama contemporaneo con la sua miscela esplosiva di musica tradizionale tzigana e slava, punk, hard rock, folk, ska, dub, il tutto proposto con attitudine da cabaret e con un inopinato, quasi inspiegabile appeal commerciale, quantunque la proposta sonora della band risulti a molti troppo “deviata”, per non dire folle.

Un album come Gypsy Punks: Underdog World Strike, peraltro prodotto da un mostro sacro come Steve Albini e del quale vi propongo due brani, è perfetto per entrare nel mondo dei Gogol Bordello e comprenderne il pulsante “paciugo” sonoro, che in certi momenti sembra sul punto di deragliare verso il caos da osteria di quart’ordine per poi riorganizzarsi, placarsi e divenire melanconico, a tratti quasi struggente, e quindi ripartire ancora a far caciara etno-musicale, sempre e comunque orecchiabile seppur – ribadisco – molto poco ordinaria, in tutti i sensi. I “sovranisti” della musica li odiano, i “globalisti” li amano; io, che rifuggo da tali facili ergo vuote e bieche catalogazioni, trovo che la loro capacità di controllo, tecnica e artistica, di così tanti stili e influenze musical-culturali in così “poco spazio” – i tre/quattro minuti di un brano o anche meno, intendo dire – è veramente notevole e, appunto, tutta da godere.

La letteratura come atto di esistenza collettiva

In questa sezione del sito, dal titolo così significativo, troverete citazioni, estratti, testi, spunti, riflessioni, osservazioni, analisi, opinioni utili, a mio modo di vedere, a fare di questo mondo un posto almeno un poco migliore di quanto sia ovvero, almeno, ad agevolare il pensiero sulle sue realtà, culturali e non (ma in fondo tutto è cultura, no?). Cliccate sull’immagine per leggere tutti i contributi presenti nella sezione, e buona lettura ovvero buone meditazioni!

“Per quasi un secolo, abbiamo chiesto incessantemente alla letteratura e alle arti visive e plastiche di costruire e rendere visibile la struttura del nostro io: sono stati i romanzi e le opere d’arte a farci capire la strana forma che la nostra vita psichica e sentimentale sembrava aver assunto. In tutto il Novecento l’io è stato il luogo e il mezzo attraverso cui ciascuno di noi poteva fare esperienza, in modo epifanico – cioè istantaneo, incontrollabile e non programmabile –, della propria appartenenza a un flusso psichico più antico dei propri ricordi coscienti e più ampio della propria personalità. L’Ulysses di Joyce e Mrs Dalloway di Woolf, la Recherche di Proust e l’action painting di Pollock non erano che esercizi per rendere possibile all’io di strutturarsi in questo modo. Da molto meno di due decenni, il compito che era stato per secoli affidato alle arti, quello di dar forma al nostro io, è stato assunto da altre forme simboliche, assieme più ibride, sporche ma anche più universali e radicali di quelle che il sistema delle arti era stato capace di classificare. I social media sono questo: una forma di romanzo collettivo a cielo aperto, in cui tutti sono al tempo stesso autori, personaggi e lettori di come la propria vita si intreccia a quella degli altri. È una forma aumentata ed estesa di letteratura. Una forma aumentata perché la frattura propria alla letteratura che divideva i personaggi da una parte, e autori e spettatori dall’altra, è saltata. Per questo realtà e finzione non si oppongono più come facevano nel sistema delle arti tradizionali.
Qualche anno fa Josephine Ludmer aveva descritto lo stato attuale della letteratura notando come la finzione non era più “un genere o un fenomeno specifico, ma copriva piuttosto la realtà fino a confondersi con essa”. Non si tratta solo del problema per cui la “finzione si confonde con la realtà”: in realtà “il nuovo regime cambia lo statuto della finzione e la nozione stessa di letteratura”, perché “la letteratura assorbe la mimesis del passato per fabbricare il presente e la realtà”. La realtà stessa è fabbricata letterariamente, artisticamente. È questo statuto che Ludmer chiama letteratura post-autonoma: piuttosto che produrre arte – ovvero una sfera di realtà sottratta all’uso e alla vita –, diventa “fabbrica di realtà”. I nuovi media hanno permesso alla letteratura – non più limitata alla parola – di trasformarsi in questo spazio. La trasformazione della letteratura e dell’arte, che è cessata di essere una pratica limitata, elitaria, in atto di esistenza collettiva.”

[Emanuele Coccia, Social media come letteratura espansa, su “Artribune” #55 – maggio/agosto 2020. Potete leggere il saggio nella sua interezza qui.]