C’era una volta Sankt Moritz (summer rewind)

Sulla pagina Facebook del meraviglioso scrigno di tesori documentali e visivi che è l’Archivio Culturale dell’Alta Engadina (Kulturarchiv Oberengadin/Archiv culturel d’Engiadin’Ota), vera e propria macchina del tempo che permette di viaggiare nella cronistoria di uno dei territori fondamentali delle Alpi (e del quale vi avevo già scritto qui con similari toni enfatici, ma non riesco a trattenermi!), è stata pubblicata una nuova serie di eccezionali foto storiche del villaggio di Sankt Moritz, della quale lì sopra vi offro un minimo assaggio (cliccate sulle immagini per ingrandirle); la potete gustare integralmente qui.

Nel commento alle immagini sono indicate come risalenti ai primi del Novecento; io credo che si possano datare tra il 1910 e il 1920, per come in alcune si veda la stazione ferroviaria di Sankt Moritz già dotata di elettrificazione, che sia sulla linea per Thusis che su quella per Tirano fu completata in quegli anni, oppure, in un’altra immagine, l’Hotel s-Chantarella con la sua funicolare, inaugurata nel 1912. Mostrano un villaggio turisticamente già piuttosto infrastrutturato, con alcuni dei suoi attuali grandi alberghi, vie con illuminazione pubblica e tranvia elettrica, campi da tennis e molte ville signorili, ma non ancora troppo urbanizzato al punto da rendere evanescente la sua origine rurale e povera, come nella Sankt Moritz odierna certamente fascinosa ma eccessivamente cementificata. In ogni caso già una bella evoluzione per l’abitato engadinese, considerando i tempi, le possibilità tecnologiche dell’epoca e che il vero e proprio turismo in loco nasce “solo” 50 anni prima, suppergiù: dal 1858 l’Hôtel Engadiner Kulm di Johannes Badrutt diventa uno degli alberghi più rinomati delle Alpi – al quale peraltro molti riconoscono anche l’“invenzione” del turismo invernale; oggi il Badrutt’s Palace è tra gli hotel di montagna più lussuosi al mondo ed è ben riconoscibile nelle foto del Kulturarchiv Oberengadin, pressoché immutato nel secolo trascorso da allora.

Mi auguro che queste immagini vi suscitino la curiosità e l’interesse di esplorare l’eccezionale patrimonio documentale custodito dall’Archivio Culturale dell’Alta Engadina nel quale, statene sicuri, c’è veramente da sbizzarrirsi e ancor più da emozionarsi ma dove si possono anche trovare alcune chiavi di lettura estremamente significative per comprendere meglio l’evoluzione antropica, in senso turistico e non solo, del territorio alto-engadinese e dei tanti altri similari sparsi sulle Alpi. Da visitare assolutamente.

Angeloga, inatteso dono alpino (summer rewind)

[Immagine tratta da www.valchiavenna.comqui.]

L’Alpe Angeloga è un dono inatteso, di quelli che non ci si aspetta e se pur si aspettano ci si attendono più “ordinari”, così che per questo lasciano alquanto incantati e sorpresi, quando si ricevono.

Sia che vi si giunga dall’itinerario che dall’ameno villaggio di Fraciscio risale prima il fondo e poi il fianco settentrionale dell’incassata Valle della Rabbiosa – idronimo che è tutto un programma, ben inscenato poi dalle numerose cascate che caratterizzano il corso del torrente -, sia che ci si arrivi lungo il panoramico e a volte esposto tracciato che dall’Alpe Motta taglia il fianco meridionale del Pizzo Groppera, non ci si aspetterebbe mai di trovarsi di fronte, quasi all’improvviso, una piana così “piana”, così regolarmente tonda, piazzata sul fondo di una specie di cratere racchiuso per più di metà bordo da vette così severe e imponenti, agghindata nel suo centro da un così bel lago alpino sulle cui rive si adagia un minuscolo e così pittoresco crocchio di baite in pietra e intorno alpeggi così verdi… E dunque così, ovvero per tutti questi motivi, arrivare all’Angeloga dal basso oppure dall’alto – perché provenendo da Motta ci si cala nella conca, per qualche decina di metri – e da Fraciscio appena dopo alcuni dossoni di erba e gande oppure da Motta superando un crestone che scende ripido dal Groppera, trovarsi di fronte un paesaggio così suggestivo, che tanto le armonie quanto i contrasti del contesto naturale fanno sembrare simile a una delle tele più luminose di Segantini – Mezzogiorno sulle Alpi, ad esempio – suscita una sorpresa immediata e un’emozione fremente, come se d’improvviso ci si sentisse aprire e allargare l’animo facendo entrare luce, aria, colori, forme, gioia – quella gioia inimitabile che nasce quando ci si capacità di essere giunti in un luogo nel quale da subito ci si sente bene.

Nel gioco delle peculiari prospettive che disegna il paesaggio, l’elegante Pizzo Stella, la vetta più alta tra quelle prospicienti la conca dell’Angeloga, sembra ancora più elevata e imponente mentre di contro il piano dell’alpe pare più piccolo di quanto non sia, così compresso tra le pareti rocciose e i ripidi prati. Ci pensa il lago, nel centro della conca, con le sue acque cristalline spesso delicatamente increspate dalla brezza che risale tranquilla la Valle della Rabbiosa, a rappresentare il punto di equilibrio, e il diapason armonico, del paesaggio di Angeloga, specchio liquido che porta il blu del cielo nei prati e la sensazione di infinito nei cuori. D’altro canto è la stessa geografia di questo luogo che sa di infinito, o quanto meno di vastità: quelle del lago, e dei ruscelli di origine nivale che vi afferiscono e poi scendono nella valle, laterale della Val San Giacomo, sono le prime acque di questa regione alpina ad andare verso Sud e il Mediterraneo; appena sopra l’Angeloga, oltre l’ampia sella che adduce alla Val di Lei, invece zampillano acque già nordiche, dirette verso il bacino del fiume Reno e, dunque, il Mare del Nord. Ci si sente protetti dai possenti bastioni alpini, qui, ma al contempo virtualmente affacciati sull’intero continente, ed è forse anche per questo che ci si sente così bene, in questo luogo: si gode di una sublime intimità montana, col resto del mondo quotidiano che resta confinato laggiù, oltre il ciglio della conca, e parimenti si è al “centro del centro” delle Alpi, dove si incontrano la parte occidentale e la parte orientale della catena alpina – divise dalla linea fluviale formata dal Reno Posteriore (sul versante elvetico, oltre il valico dello Spluga), dal Liro (che percorre la Val San Giacomo) quindi dal Mera e dall’Adda – nonché dove si incontrano la parte Nord dell’Europa, disegnata dal relativo bacino imbrifero i cui fiumi vanno a settentrione, e la parte Sud le cui acque scendono a meridione, verso quel Mare Nostrum che ci divide e unisce all’Africa e all’Oriente.

Chissà se le sanno queste cose, i vari animali che nel mezzo dell’estate hanno la fortuna di pascolare sui dolci e floridi prati dell’Angeloga, se a loro interessano oppure se la loro geografia è fatta di altre nozioni, altre mappe, altre coordinate. Eppure, io credo che in comune con gli umani più sensibili gli animali si rendano conto della grande bellezza del luogo: perché sono sempre particolarmente vivaci e socievoli, come fossero felici di starsene lì e volessero a loro modo manifestarlo agli umani, per essere certi che essi non vivano il luogo soltanto in modo meramente ricreativo ma, come loro, si capacitino del bellissimo regalo che l’Angeloga dona a chiunque vi giunga. Sarebbe un peccato, altrimenti, non godere della relativa, incantevole sorpresa.

Montagne che così nemmeno in Norvegia ce ne sono (summer rewind)

[Immagine tratta da www.avventurosamente.it.]

Sono persuaso che una simile zona sciistica non esiste nell’Europa Centrale e che nemmeno quella della Norvegia più decantata, un Finse ad esempio, non abbia la varietà di pendii e di tinte di questo Campo Imperatore, illuminato da quel caldo sole d’Italia che i nostri amici di lassù mai avranno.

[Aldo BonacossaGran Sasso d’Italia, paradiso dello sci, ”Rivista Mensile del CAI”, 1923; citato in Stefano Ardito, “Più bella del Nuvolau di Cortina”, su “La Rivista del Club Alpino Italiano” nr°1, marzo 2023. Nelle immagini, due visioni panoramiche invernali e estive dell’altopiano di Campo Imperatore.]

Stefano Ardito, nell’articolo qui sopra menzionato, racconta dell’esplorazione sciistica del Gran Sasso d’Italia da parte del leggendario conte Aldo Bonacossa, figura imprescindibile nell’alpinismo del Novecento e per la conoscenza delle montagne italiane. D’altro canto, indirettamente (ma nemmeno troppo) Ardito rimette in luce la bellezza peculiare e per molti versi straordinaria di quella parte d’Appennino, dal fascino intenso e potente, il quale realmente ricorda regioni lontane e più “esotiche”: l’Europa Centrale o la Norvegia secondo Bonacossa, mentre a me vengono in mente certi altopiani dell’Asia centrale – con le dovute proporzioni ovviamente.

[Foto di Lilloleonardo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

D’altro canto tutti gli Appennini sono monti fantastici, che da lontano – cioè da quassù dove sto io, sulle Alpi – mi pare di percepire ancora (al netto dei locali) troppo poco considerati, poco apprezzati, dall’anima montana potente eppure scarsamente intesa. Come se soffrissero d’una sorta di soggezione nazionale nei confronti delle più imponenti Alpi, quando invece gli Appennini e la catena alpina hanno in fondo una sola cosa in “comune”: la Bocchetta di Altare, ove le due dorsali si originano. Per il resto gli Appennini sono un mondo montano peculiare, una catena “mediterranea” dalle cui sommità è quasi sempre visibile il mare – o più d’uno – con paesaggi di eccezionale bellezza e interesse generati anche da una relazione dell’uomo con i territori per molti aspetti più articolata e profonda di quanto accaduto per le Alpi. D’altronde, se in Italia di wilderness si volesse parlare, anche empiricamente, verrebbero in mente certi angoli appenninici più che altri alpini: territori che conservano un’anima naturale ancestrale entro la quale spesso la civiltà umana sembra lontanissima, a volte anche del tutto assente.

Insomma, c’è assolutamente da ritornare sui passi del conte Bonacossa, lombardo doc (di famiglia pavese) che dalle “sue” Alpi scese spesso a esplorare gli Appennini trovandovi sempre cose notevolissime, e lo dico innanzi tutto a me stesso. Offrono spazi e paesaggi ineluttabili, nei quali spero di vagabondare presto.

I ghiacciai che ancora cent’anni fa bussavano alle porte delle case. Storia degli straordinari Grindelwaldgletscher, icone nel bene e nel male del paesaggio alpino

(Articolo pubblicato in origine lunedì 5 agosto su “L’AltraMontagna”, qui.)

[Le vette e i ghiacciai di Grindelwald si specchiano nel Bachsee. Foto di Valerie Calabro su Unsplash.]
La cittadina di Grindelwald, nelle Alpi Bernesi, è nota in tutto il mondo per essere al centro di uno dei paesaggi più iconici della Svizzera, alla base della celeberrima triade alpina dell’Oberland composta dall’Eiger, dal Monch e dalla Jungfrau, che frotte di turisti visitano quasi tutto l’anno a bordo dei treni dell’altrettanto celebre Ferrovia della Jungfrau.

Invece, all’inizio dell’era turistica moderna cioè nei primi anni del secolo scorso, la principale attrazione dei visitatori della zona non erano le sue alte e imponenti vette ma ciò che fluiva da esse a valle: i grandi ghiacciai di Grindelwald, le cui fronti a quei tempi lambivano le case del paese.

I Grindelwaldgletscher, parte dell’ampio territorio glacializzato – tra i più estesi delle Alpi – che ammanta i numerosi Quattromila dell’Oberland, erano caratterizzati da due grandi lingue vallive, il Ghiacciaio Superiore (Oberer Grindelwaldgletscher) e il Ghiacciaio inferiore (Unterer Grindelwaldgletscher), che dai bacini in quota scorrevano attraverso delle strette gole fino a sfociare nel fondovalle. La fronte del Ghiacciaio Superiore arrivava a 1.180 metri di quota, quella del Ghiacciaio Inferiore scendeva addirittura a 983 metri, rappresentando la lingua glaciale alla minor altitudine di tutte le Alpi, l’unica in epoca moderna a scendere sotto i mille metri di quota.

[Veduta panoramica della conca valliva di Grindelwald; la montagna prominente al centro è l’Eiger. Foto di Christoph Strässler, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Peraltro, vista l’inopinata comodità di accesso alle fronti, da metà Ottocento entrambi i ghiacciai furono soggetti all’attività di escavazione del ghiaccio per fini commerciali. Il Ghiacciaio Inferiore, il più comodo da raggiungere, fu particolarmente soggetto a tale attività: nel solo anno 1864 la ditta bernese Schegg & Böhlen, che deteneva la concessione estrattiva, escavò quasi 1.750 tonnellate di ghiaccio, esportato in gran parte a Parigi.

Un famoso dipinto del pittore svizzero Caspar Wolf, datato 1774 e conservato alla Kunsthaus di Zurigo, fa ben capire la realtà storica dei Grindelwaldgletscher finora descritta:

Di contro, avrete notato che nel raccontare delle fronti dei due ghiacciai ho scritto che ne «erano caratterizzati», al passato. Infatti, entrambe le lingue pur così estese e possenti dei ghiacciai di Grindelwald oggi sono scomparse, come si può constatare dall’immagine sottostante del 2021 che offre una visuale simile a quella del dipinto di Caspar Wolf:

Dal 1879, anno di inizio delle misurazioni glaciologiche in zona, il Ghiacciaio Superiore ha perso 810 metri di lunghezza e nel 2013 la lingua si è spezzata in due parti, separandosi dall’area di accumulo a circa 2300 metri di altitudine. La lingua inferiore di ghiaccio morto – così detto perché non più direttamente alimentato dal bacino di accumulo glaciale superiore – si estende da circa 2150 fino a circa 1550 metri (al 2018), ed è il più grande corpo di ghiaccio morto della Svizzera.

Il Ghiacciaio Inferiore, un tempo il più esteso dei due, come visto, dal 1879 ha perso addirittura più di 3,5 chilometri di lunghezza, lasciando una profonda e spettacolare forra oggi attrezzata con un percorso turistico molto frequentato dai visitatori di Grindelwald ma che, a ben vedere, per la zona rappresenta un’attrazione inversa rispetto al passato: se infatti fino a un secolo fa si giungeva in zona per emozionarsi di fronte alla presenza del ghiacciaio, oggi ci si va per svagarsi grazie alla sua scomparsa.

[La forra lasciata dal ritiro dell’Unterer Grindelwaldgletscher. Foto di R L da Pixabay.]
Nonostante il forte regresso, peraltro in evidente accelerazione dal 2000 in poi rispetto ai decenni precedenti, i Grindelwaldgletscher restano ancora tra i principali apparati glaciali delle Alpi svizzere. Sebbene non siano più visibili dal fondovalle, rappresentano elementi geografici referenziali per il territorio di Grindelwald e per il suo iconico paesaggio nonché per la vasta e spettacolare regione alpina d’alta quota che rende l’Oberland bernese così rinomato a livello mondiale. Di contro, come detto, la loro assenza dal panorama locale rende ben percepibile la presenza del cambiamento climatico e dei suoi effetti così evidenti in particolar modo sulle Alpi: se il loro ghiaccio fonde e scompare ogni anno di più, è bene che non scompaia e anzi che accresca la consapevolezza diffusa su questa realtà così sconcertante ma ancora troppo poco considerata per la quale le montagne stanno mutando e diventando ciò che nessuno di noi aveva mai visto prima.