Tra terra e cielo

Se c’è una cosa – secondo me – che rende certe giornate dal cielo così perfettamente terso e profondamente azzurro da sembrare finte invece assolutamente affascinanti, è l’osservazione dei profili dei monti che con insuperabile nitidezza si stagliano contro quell’azzurro perfetto. La linea che creste, dorsali e cime disegnano è netta e dinamica, dotata di evidente eppure anche arcana “morfo-logica” (sostantivo, ovvero logica delle forme). Il contrasto materiale e cromatico è altrettanto netto ma niente affatto antitetico se non nell’iniziale percezione visiva, appunto: anzi, quella linea che il profilo dei monti disegna nel cielo non marca un “confine”, come verrebbe facile pensare, ma una congiunzione, il contatto di due elementi non discordanti ma concordanti in modo, per così dire, giustificante.

La visione mi fa pensare all’etimologia originaria del termine “confine”, alquanto interessante: viene dal latino confinis “confinante”, composto di con– e del tema di finire, “delimitare”. Non è quindi, nel principio, una parola che indica una separazione o una divisione, piuttosto indica proprio la congiunzione di due elementi. La utilizziamo, oggi, con un’accezione sostanzialmente ribaltata rispetto a quella originaria: parliamo di confine e pensiamo a qualcosa che divide perché sostanzialmente ci è stato insegnato così fin dai tempi della scuola, mentre in verità è il punto in cui due elementi non necessariamente contrapposti, siano essi materiali o immateriali, si toccano, entrano in ovvero stabiliscono un contatto. E in effetti, quando camminiamo lungo le creste dei monti e raggiungiamo le loro vette, non stiamo come in nessun altro posto (simbolicamente nonché geograficamente) con i piedi ancora a terra ma con il corpo già “immerso” nel cielo? Diventiamo noi stessi elementi di contatto come le cime che dal piano lungo i corpi montuosi si elevano e si “immergono” nel cielo, ciascuna di esse punto assoluto della congiunzione tra terra e cielo – anche al di là delle millenarie interpretazioni in tal senso delle sommità dei monti elaborate da numerose civiltà.

È anche una correlazione “estetica”, a ben vedere: di una bellezza materiale, di sostanza, con un’altra bellezza immateriale, eterea, delineata in una giornata così radiosa come dalla linea tracciata da due campiture di diverso colore sulla tela d’un quadro. Anche in tal caso, nessun confine c’è, e ci potrebbe essere, tra diverse forme e manifestazioni della stessa bellezza, se la si osserva con sguardo ampio, libero e olistico, che sappia cogliere il dettaglio nel complesso senza trascurare l’uno per l’altro ma percependone la relazione ineludibile. Proprio come si dovrebbe osservare un’opera d’arte, insomma: ma cos’è l’arte, d’altronde – e da sempre, secoli fa ma sovente pure oggi anche se in forme diverse – se non una rappresentazione della bellezza insita nella visione del paesaggio mutuata dalla sensibilità umana? Appunto: non c’è nessun confine di sorta, nemmeno qui.

P.S.: la foto in testa al post è mia, si.

Assembramenti

Domenica scorsa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, siamo tornati a camminare per boschi che non attraversavamo da quando è iniziato il lock down per il coronavirus. E abbiamo notato – be’, forse più io che lui che è normalmente più interessato ad altri argomenti, suppongo – che c’era un gran assembramento, appena a fianco dei sentieri percorsi: di alberi, non di umani. E c’è venuto da constatare – ma sempre più a me che a lui, penso – che la situazione era inversa a quella che gli umani hanno dovuto subire negli ultimi due mesi: sui monti, dove agli umani era vietato andare sempre in forza delle restrizioni per il coronavirus, gli alberi sono potuti (si fa per dire) restare ben assembrati; nelle città, dove agli umani era consentito stare ma con tutti gli accorgimenti di sicurezza del caso, peraltro spesso non troppo rispettati (e non sempre per colpa di chi li avrebbe dovuti rispettare ma non poteva farlo), agli alberi è spesso proibito creare assembramenti, preferendo ad essi asfalto e cemento (entro i quali poi, quando prendono la forma di megacentri commerciali con relativi superparcheggi, gli umani si assembrano in modi francamente folli).

Mi auguro che ora, con l’allentamento delle restrizioni, siano riviste anche queste bizzarre limitazioni: che gli umani possano tornare ad “assembrarsi” nei boschi (cosa peraltro alquanto improbabile, vista la vastità delle foreste a disposizione) e che agli alberi sia consentito di assembrarsi nelle città e nelle zone urbanizzate molto più che in passato. Sarebbe un’opportunità preziosa e di cui giovarsene parecchio, io credo – e se ne gioverebbe anche Loki, il mio segretario personale a forma di cane, quando in città abbia certi bisogni fisiologici da espletare senza doverli gioco forza fare sui selciati delle pubbliche vie. Ecco.

 

Torneranno i prati

Il tramonto si avvicina, i pascoli sono imperturbabili, come totem di qualcosa che tornerà, come i loro prati. La primavera silenziosa ha tanti messaggi per tutti, come quello che ci rassicura almeno di questo. I prati torneranno e noi potremo ritrovarli sotto il sole. Forse è ancora un sogno. Forse, tra non molto, oltre ai prati, torneranno anche i nostri passi.

È l’explicit di un (altro) bellissimo testo del prezioso amico e gran scrittore Davide Sapienza, uscito lo scorso mercoledì 15/04 nelle pagine culturali sul “dorso Bergamo” del “Corriere della Sera”, da leggere respirando a pieni polmoni e lasciando libero il cuore di battere fremente.
Cliccate sull’immagine per aprirla in un formato più grande e leggibile – e ringrazio Davide per avermi concesso di poterlo pubblicare anche qui.

Questione di scelte

Michele Comi è una guida alpina della Valmalenco, certamente una delle più note in zona (e non solo lì) ma come poche altre è realmente definibile guida: la sua attività sul campo e la sua sensibilità nei confronti di una (nuova, rinnovata, differente) relazione tra uomini e montagne è infatti peculiare
tanto quanto emblematica, ben al di là della mera fruizione turistica – pur “nobile” come dovrebbe e potrebbe essere quella alpinistica – delle vette, e assolutamente consapevole della necessità di un approccio più approfondito, consapevole, culturale e olistico con le montagne in quanto ambito unico sotto ogni punto di vista ma non per questo disgiunto dal resto del mondo d’intorno. Ma di lui vi parlerò più diffusamente, presto.

Nel Diario del sito “Stile Alpino” Michele distilla pillole di grande saggezza alpina, mai banali e retoriche, sempre capaci di sensibilizzare l’attenzione dei lettori verso realtà (e relative verità) che altrove vengono poco o nulla considerate quando non distorte o addirittura negate. Come nel post dello scorso 2 gennaio, “Questione di scelte”, del quale vi cito la prima parte e che vi invito a leggere interamente qui o cliccando sull’immagine sotto riprodotta.

Sempre di più cresce il desiderio di frequentare la montagna con modalità non invasive, per raggiungere luoghi non compromessi, lontani da tracce di urbanizzazione, emissioni e rumori.
Luoghi dove si conserva il silenzio, ricercati perché interdetti ai motori, lontani da infrastrutture e per questo attrattive turistiche di interesse crescente.
Le motoslitte (occorre distinguere l’uso di certi mezzi per scopi di lavoro, di soccorso o civili, dall’uso per divertimento) sono attività decisamente antieconomiche per le comunità locali o quanto meno lo diverrebbero nel giro di brevissimo tempo, perché vanno ad erodere consensi, interesse e adesioni da tutte le forme di turismo virtuoso che con esse non possono coesistere.
Eppure gran parte degli operatori turistici locali pare abbiano scelto di sacrificare definitivamente il caratteristico percorso innevato di accesso a Chiareggio, più bel villaggio alpino della Valmalenco, destinandolo a nuove “escursioni” a motore, nonostante sia già ampiamente utilizzato dai cingolati per raggiungere i ristoranti in quota.
Il paesaggio è il luogo in cui viviamo, rispecchia quel che siamo. []

I sentieri, la Svizzera, la Lombardia

(Image credit: https://pixabay.com/it/users/pexels-2286921/)

Occupandomi di progetti culturali per i territori di montagna, sovente mi trovo a trattare pure il tema delle rete sentieristica (ovviamente oltre al fatto di percorrerla di frequente nei miei vagabondaggi montani) e il suo grande valore culturale e antropologico, che fa dei sentieri un elemento al quale assicurare una fondamentale salvaguardia per quei territori.
Posto ciò, il tema dei sentieri lo devo considerare anche dal punto di vista politico/amministrativo, gioco forza, e un recente articolo di “Swissinfo.ch” mi ha reso evidente quanta differenza vi sia nella considerazione politica della rete sentieristica, tra la Svizzera e l’Italia, rappresentata in modo emblematico da una delle regioni più ricche e avanzate (dunque, si può presupporre, pure più munifiche al riguardo), la Lombardia.
Vi propongo un ragionamento un po’ tecnico e forse poco attraente ai non appassionati di montagne ed escursioni che per ciò schematizzo, al fine di renderlo il più chiaro possibile, con i link alle varie fonti di riferimento dei dati indicati.

Dunque, in Lombardia nel 2017 sono stati istituiti la Rete escursionistica della Lombardia (REL) e il Catasto dei sentieri, al fine di classificare la rete di sentieri del territorio regionale, la cui estensione è di 13.000 km circa sui 24.000 kmq circa di territorio: molto banalmente, ogni km quadrato di superficie lombarda (che però ha un’ampia parte di pianura, bisogna considerarlo) ha 542 metri di sentiero.

In Svizzera, il cui territorio è di circa 42.000 kmq, la valenza dei sentieri quale rete viaria è sancita fin dalla Costituzione Federale, all’articolo 88; la rete dei sentieri segnalati è estesa per circa 65.000 km: sono 1,5 km di sentieri per km quadrato di territorio, pressoché totalmente alpino o prealpino.

La Lombardia, per la manutenzione dei suoi 13.000 km di sentieri e in occasione dell’istituzione della REL e del Catasto dei sentieri, ha stanziato dei fondi: 4 milioni di Euro per tre anni, ovvero 1,3 milioni circa all’anno; altre fonti citano invece 2 milioni di Euro per il biennio 2017/2018, pari a 1 milione all’anno.

In Svizzera, il Governo Federale e i Cantoni investono circa 50 milioni di franchi all’anno, pari al cambio attuale a circa 45,5 milioni di Euro, per la manutenzione dei 65.000 km di sentieri, il che equivale a un investimento di 700 Euro/km all’anno.
In Lombardia, stando alle cifre suddette, l’investimento è pari a 100 Euro/km all’anno, nell’ipotesi più “larga”, e a poco meno di 77 Euro/km all’anno in quella più “stretta”. Ovvero, da 7 a quasi 10 volte meno che in Svizzera.

Ora: voi direte che sì, ok, ma la Svizzera è ricchissima, la Lombardia non lo è così tanto, però è pure la regione più “benestante” d’Italia e quindi l’unica – ad eccezione delle regioni autonome – che possa essere paragonata pur empiricamente alla Confederazione. Inoltre, non conosco quanto le altre regioni italiane spendano per i propri sentieri ma, da lombardo e per i motivi sopra detti, ho ipotizzato il paragone di cui avete appena letto.
Capirete che la differenza è abissale, a fronte della necessità di interventi del tutto similari – voglio dire: un sentiero è tale in Lombardia e in Svizzera, non è che là siano lastricati d’oro e qui no! Di contro, sia chiaro, meglio 100 o 77 Euro che nulla, ci mancherebbe, tuttavia – ribadisco – la differenza è così ampia da non poter non risultare significativa e fonte di conseguenti riflessioni, che mi auguro vengano elaborate, nell’ambito della montagna italiana.