[Veduta della Valvarrone verso occidente, con il paese di Premana.]Mi fa molto piacere leggere su “Valsassina News” (vedi qui sotto) del dibattito pubblico avviatosi in seguito al mio articolo riguardante il paventato progetto di un nuovo ponte tibetano turistico in Valvarrone, pubblicato dalla testata lo scorso 23 gennaio e nello stesso giorno qui sul blog. Articoli come quello da me scritto devono servire proprio anche per tale fine: sollecitare la condivisione pubblica delle informazioni e la loro conseguente considerazione. È sempre dal confronto anche acceso delle idee e delle opinioni che si può elaborare la più compiuta comprensione dei fatti, ovviamente al netto degli eccessi che qualcuno non riesce a non manifestare o delle prese di parte meramente strumentali (ovvero strumentalizzate).
Il mio articolo sul progetto di Tremenico deriva dalla mia ormai lunga esperienza di studio e lavoro nei territori montani, in particolar modo di analisi sulle loro problematiche di sviluppo (e d’altro canto anch’io vivo in un paese di montagna che ne presenta numerose), e non voleva affatto essere una dichiarazione contraria a prescindere sul progetto ma un appello accorato all’osservazione condivisa della realtà contemporanea peculiare della Valvarrone attraverso uno sguardo ben più ampio e articolato, il quale abbia innanzi tutto al centro della sua visione la comunità che la abita, i suoi residenti, i loro bisogni, le necessità nonché il capitale territoriale e quella place experience, come la definisce la sociologia contemporanea con definizione anglosassone difficilmente traducibile in italiano ma che in ogni caso evidenzia il valore primario del luogo prima di qualsiasi altro, che si contrappone alla ormai obsoleta e sovente fallimentare customer experience, quella che mette al centro di tutto le volontà del turista-visitatore a scapito dei bisogni dei residenti. Come ho già detto, purtroppo al solito qualcuno preferisce buttare tali dibattiti in caciara ma tant’è, basta non curarsi di costoro e andare oltre.
A proposito di quanto ho appena denotato, “Valsassina News” ha pubblicato le considerazioni di un residente della Valvarrone – che ho molto gradito e apprezzato nella loro pacata articolazione – nelle quali si ricorda «la lotta dei valligiani ad ottenere risorse per poter continuare a vivere decentemente con i servizi del proprio paese, ottenendo a fatica ben poco». È giusto quanto ho rimarcato io nell’articolo citato, osservando la questione dall’altra parte, per così dire: la mancanza ormai cronica dei servizi di base a sostegno dei residenti della valle, e la conseguente necessità di rimediare a tale situazione per non aggravare ulteriormente la realtà socioeconomica locale.
[Immagine tratta da “Salire” nr.47.]Bene, a fronte dei soldi che verranno eventualmente spesi per il ponte e per la valorizzazione turistica della Valvarrone – se mai questi interventi saranno realizzati e a prescindere che il denaro sia di provenienza pubblica, privata o mista – veramente è questo che potrà agevolare la vita quotidiana degli abitanti della valle? Veramente è ciò che sarà in grado di soddisfare i loro bisogni quotidiani? Magari sì, non posso dire il contrario per nessun partito preso e, d’altro canto, non possiedo alcuna verità su nulla, ma in forza della mia attività vorrei promuovere sempre la necessaria e quanto più ampia comprensione riguardo tali circostanze, soprattutto quando esse coinvolgano un territorio prezioso e delicato come quello della Valvarrone. Esiste un piano di sviluppo socioeconomico legato alla possibile realizzazione del ponte, oppure il tutto si lega alla sola fruizione turistica dell’area mineraria? E’ stata fatta un’analisi dell’impatto del flusso turistico che si potrebbe generare sul territorio e sulla quotidianità di chi lo vive e vi lavora, possibilmente senza subire ulteriori disagi da qualsivoglia iniziativa? Esistono alternative al progetto proposto che possano apportare maggiori vantaggi ai residenti e al contempo sviluppare una frequentazione turistica equilibrata con il territorio e le sue peculiarità? A mio parere ce ne sarebbe una che mi sembra assolutamente consona alla realtà della Valvarrone: l’istituzione di una cooperativa di comunità, il cui progetto potrebbe tranquillamente considerare anche lo sviluppo turistico del territorio ma da subito relazionandolo e contestualizzandolo a quello, integrato e strutturato nel medio-lungo periodo, di ogni altro soggetto e portatore di interesse locale, rigenerandone la vitalità socioeconomica territoriale attraverso modalità onnicomprensivamente sostenibili. Sarebbe anche un progetto di notevole immagine e appeal per la zona, il primo della provincia di Lecco, e contribuirebbe a moltiplicare i potenziali benefici previsti e generati dalla Strategia Nazionale delle Aree Interne per l’area «Alto Lago di Como e Valli del Lario», nella quale è compresa anche la Valvarrone. Non si potrebbe quantomeno considerare un’idea del genere per la Valvarrone, anche a prescindere da qualsiasi altra?
Ecco, queste sono alcune delle ulteriori e, a mio parere, inevitabili domande che mi pongo, nel leggere del progetto del ponte tibetano di Tremenico. Non certezze, convinzioni o verità, ma domande, ribadisco, che tuttavia credo debbano ricevere delle risposte logiche e motivate.
Dunque, come qualcuno ha giustamente invocato, serve un confronto ampio, aperto e ben articolato tra più soggetti possibili – cosa che d’altro canto dovrebbe essere la norma in questioni del genere ma, purtroppo, non lo è quasi mai – che mi auguro si possa realizzare presto. È vero, nessun progetto al riguardo esiste ancora o è stato presentato pubblicamente, tuttavia, mi viene di considerare, non di rado è successo il contrario e progetti che non hanno goduto di alcun dibattito pubblico sono stati realizzati, salvo poi constatarne a giochi fatti la discutibilità se non la nocività per i luoghi coinvolti. Credo sia una circostanza che per il bene delle nostre montagne sarebbe bene evitare il più possibile.
[Immagine tratta da qui.]Posso capire che lo Ius soli sia una modalità di acquisizione della cittadinanza di un dato Paese che possa ingenerare dubbi e perplessità, soprattutto nella sua forma incondizionata (mentre l’adozione di una sua forma temperata genererebbe un dibattito senza fine e senza fondo, temo). D’altro canto mi pare di capire che invece quelli che si oppongono allo Ius culturae e allo Ius scholae temano soprattutto una cosa: che coloro i quali possano acquisire la cittadinanza italiana attraverso tali modalità di matrice culturale si dimostrino degli italiani migliori di quelli che tali lo sono per Ius sanguinis “pieno” ma che, per propria rozzezza culturale e civica, non dimostrano e nemmeno meriterebbero di esserlo.
Il problema fondamentale di certi talk show televisivi (che non guardo dacché non guardo la TV in genere e di ciò sono assai orgoglioso, ma dei quali mi giungono inevitabilmente gli echi dal web) non è che spesso ci vanno personaggi che poi in onda proferiscono stupidaggini clamorose – perché false, intollerabili o irrazionali – ma è che questi personaggi ci vengono invitati perché ci si aspetta da loro che in onda proferiscano stupidaggini. Così, tali personaggi che vengono invitati nei suddetti talk show televisivi ci vanno ben sapendo che ci si aspetta da loro qualche clamorosa sparata e che se viceversa non ne proferissero facilmente non verrebbero più invitati, quindi vi si adeguano inesorabilmente: per tutto ciò, al pubblico di questi talk show televisivi è stata ormai instillata l’aspettativa di poter ascoltare qualche clamorosa sparata da certi personaggi invitati all’uopo che se al contrario non ascoltassero farebbe perdere loro buona parte dell’interesse verso siffatti talk show.
Insomma, per riassumere in breve il concetto: il problema fondamentale di certi talk show televisivi è certi talk show televisivi. Ecco.
N.B.: è un problema risaputo, lo so, non sto scoprendo un bel nulla – a parte la costante e vieppiù sconcertante trascuratezza riguardo tale problema da parte di molti, del pubblico in primis.
[Immagine tratta da questo articolo di open.online.]Secondo me – e ribadisco, secondo me – la sentenza di inammissibilità della Corte Costituzionale circa il referendum sull’eutanasia è sorprendente, In pratica, e restando comunque in attesa delle motivazioni ufficiali, viene da pensare che la Corte non ammette la possibilità dell’individuo di decidere liberamente sul “fine vita” con una decisione che nel suo semplicismo stabilisce un’eutanasia giuridica della manifestazione di umanità (aggettivo) che l’individuo di una società culturalmente progredita ha il dovere di manifestare, per rivendicare il diritto di difendersi da sofferenze inumane e scegliere liberamente come crede della propria vita. Una sentenza sorprendente perché assolutamente ambigua, nel principio.
Di contro, la decisione della Corte Costituzionale può rappresentare quanto di più utile per fare in modo che la società civile di un paese a volte fin troppo svagato come l’Italia possa rivendicare la più democratica e razionale equità sul tema e, ancor più, la consapevolezza di se stessa in quanto società di individui realmente libera, sensibile, progredita, salvaguardante i diritti fondamentali di ogni suo membro. Vedremo ne se sarà capace: c’è da augurarselo fervidamente.
[…] L’architettura digitale, nella sua ingordigia, ha tramato contro l’intelligenza collettiva o quel poco che ne era rimasto. Lo ha fatto centralizzando le discussioni (mentre Internet era nata e funzionava assai meglio dentro ambienti piccoli e decentralizzati), ha imposto una dieta mediatica basata su brevi rapidi frammenti, lettere maiuscole e frasi apodittiche da preferirsi ad ogni ragionamento estesamente esposto, ha polarizzato i temi ed i toni di ogni discussione privilegiando inevitabilmente le scelte di chi ha saputo piegare il nuovo medium ad immediatezza e brutalità.
Quello che dice di importante la lettera a “Harper’s” di J.K.Rowling, Noam Chomsky, Martin Amis e tanti altri è che il confine fra quello che possiamo e non possiamo dire è da sempre il territorio dell’innovazione culturale e come tale deve essere preservato. È in corso un tentativo reazionario per provare a cancellare ogni diversità. È un ricatto odioso, fatto di parole, che ogni persona amante della libertà dovrà trovare la maniera di combattere.
(Da un bell’articolo di Massimo Mantellini, dal titolo Se ti odio ti cancello, pubblicato nel suo blog su “Il Post” – potete cliccare anche sull’immagine lì sopra, per leggerlo interamente. La lettera citata, firmata da più di 150 tra scrittori, letterati, accademici, giornalisti, artisti, la trovate in originale qui – in inglese, dunque – e tradotta, con commento, in quest’altro articolo de “Il Post”.)