Umani?

Umàno: lat. Humànus, da hòmo, uomo. Attenente, inerente o proprio all’uomo; che compassiona le infelicità del suo simile, e quindi benigno.


N.B.: le immagini sono tratte da questa serie pubblicata su IlPost. Il perché la testata abbia deciso di pubblicarle, lo potete leggere qui. Per quanto mi riguarda, chiunque le ritenga troppo forti per poter essere rese pubbliche sappia che ha tutta la mia disapprovazione e pure un inevitabile sdegno: perché a furia di chiudere gli occhi o di girare lo sguardo dall’altra parte, andremo a cadere nello stesso abisso senza nemmeno rendercene conto. E nel frattempo il resto del mondo si volterà dalla parte opposta facendo spallucce.

Il potere (del dubbio)

Ma siamo proprio certi che il mondo, senza poteri, governi, gerarchie, autorità e quant’altro di simile, sarebbe veramente nel caos?

Se millenni addietro, quando si cominciava ad articolare la civiltà umana attraverso la nascita delle strutture di comando che tutt’oggi la caratterizzano, l’uomo si fosse reso conto per qualche prodigiosa illuminazione che tali strutture non fossero esattamente il meglio per il benessere futuro della civiltà e per il suo progresso, nel senso più pieno e alto del termine, oggi come saremmo messi? Peggio, o meglio? Ci saremmo già autodistrutti, o saremmo la civiltà più libera e avanzata di questa parte di Universo?

Tuttavia, il fine assoluto di una civiltà che si ritenga intelligente – e capace di dimostrarsi tale – non sarebbe quello di svincolarsi, col tempo, da qualsiasi forma teorica e pratica di autorità e di prevaricazione (anche quando “democratica”) della dignità umana derivante da quell’intelligenza?

Lo so. Sono domande a cui non ci può essere alcuna risposta effettiva ma che di contro, in aggiunta ad una lettura pur fugace della storia dell’uomo, lasciano inesorabilmente aperto il dubbio – ancor più osservando certe realtà di oggi, anno 2017. Ed è un dubbio necessario, io credo, per cercare di restare il più possibile liberi.

Capii che lo Stato era stupido, che era insicuro come una donna nubile in mezzo alle sue argenterie, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii.

(Henry David ThoreauLa disobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Casa Editrice SE, Milano, 1992.)

Il lamentatore seriale

Eppoi ci sono i lamentatori seriali. Quelli che devono (e inopinatamente riescono a) lagnarsi sempre e comunque, ai quali non va mai bene nulla e se pure andasse bene tutto se ne lamenterebbero perché non va bene che tutto vada bene quando deve sempre esserci qualcosa che non va (bene). Quelli che se una cosa è bianca la vorrebbero, nera, se fosse nera la vorrebbero gialla, se fosse gialla rossa, e se fosse rossa pretenderebbero che fosse bianca. Quelli che, se fossero seduti su una montagna di denaro di loro proprietà, brontolerebbero del troppo vento che tira sulla sua cima; se fossero i primi uomini a mettere piede su Marte, reclamerebbero per tutta quella sabbia rossa sparsa sulla superficie; se trovassero il modo di diventare immortali, si lagnerebbero di quelli che non andranno mai al loro funerale.

Anche la lamentazione seriale, in fondo, è un sistema di rivendicazione dell’attenzione altrui da parte di chi non saprebbe altrimenti come richiamarla. Le lamentele di costoro non sono mai espresse con cognizione di causa ma per mero automatismo: non importa di cosa ci si lamenta, importa che ci si lamenti, punto. È un atteggiamento piuttosto affine alla bastiancontrariaggine viscerale ma sostanzialmente più semplice, più elementare ovvero più rozza: il bastiancontrario non è automaticamente un lamentatore e in certi casi “studia” la propria condotta contrastante o, quanto meno, ne possiede una qualche consapevolezza. Il lamentatore seriale, invece, è consapevole soltanto di doversi necessariamente lamentare di qualcosa, qualsiasi essa sia e senza pensare o capire cosa sia, anche perché d’altro canto non richiede che gli altri capiscano la sua lamentela: però pretende che tutti la ascoltino, ovviamente senza controbatterla – esercizio peraltro sostanzialmente inutile, questo. In fondo egli non si sta realmente lamentando di nulla: il suo è un riflesso incondizionato ancorché cronico, appunto. Per tale motivo finirà pressoché sempre col fare o con l’essere ciò di cui si lamenta continuando nel frattempo a lagnarsene, e questo è l’eloquente segno della sua imperterrita e irrimediabile serialità.

Ugualmente inutile è lamentarsi con esso del fatto che si lamenti sempre di qualcosa: ciò servirebbe solo da pretesto per ulteriori e ancor più veementi lamentazioni. Inoltre ciò finirebbe per soddisfare quel suo disperato bisogno di attenzione: conviene invece lasciarlo nel suo brodo, per fare che, nella propria irrefrenabile lamentazione, finisca finalmente per lamentarsi pure di sé stesso raggiungendo con ciò il proprio acme assoluto e dunque autoannichilendosi subito dopo.

In ogni caso, pur se malauguratamente ciò non avverrà, qualsiasi altro atto nei suoi confronti sarà tempo sprecato, dunque da evitare: come pensare di svuotare l’oceano con un cucchiaio, in pratica. Non conviene nemmeno provarci, neanche spendere mezzo secondo per pensare di farlo: tanto per il lamentatore seriale l’acqua sarà sempre troppo bagnata.

Viva l’Europa. E basta.

Oggi la Comunità Europa compie formalmente 60 anni: il 25 marzo 1957 veniva firmato il cosiddetto Trattato di Roma, fondamentale atto costitutivo di quella che ai tempi si definì CEE e oggi chiamiamo più semplicemente UE.

Inutile che io qui, ora, ribadisca i tantissimi problemi che ha l’Europa contemporanea – i media ce ne riempiono la testa quotidianamente da anni in modo più o meno attendibile. Problemi innanzi tutto politici, tuttavia, evidentemente dovuti a una strutturazione amministrativa dell’Unione non ben concepita ovvero non efficiente come doveva essere e come dovrebbe, e per di più funzionale a una classe politica evidentemente ignorante, spesso, sullo stesso concetto di “Europa”, la quale è la causa/effetto d’una relativa debolezza istituzionale che non riesce, non sa, non vuole, si disinteressa di armonizzare le tante voci europee in un solo tono, pur ricco di tutte le sfumature che si vuole ma unico e ben definito. Oltre che funzionale pure all’antieuropeismo diffuso da certe formazioni pseudo-politiche, per giunta.

Posto ciò, per quanto mi riguarda ci tengo a sancire, in questa data particolare, che io resto fermamente europeo, in ogni senso tale termine possa essere inteso, e le richieste di quei “certi” politici di uscire dall’Unione mi sembrano quanto di più ottuso e meschino si possa proferire al riguardo. Per far che, poi? – nel mondo di oggi nel quale la globalizzazione economica e finanziaria genera centri di potere sempre più grandi, influenti e invasivi contro i quali un singolo stato, conformato in base a dettami vecchi di decenni e superati sotto ogni punto di vista, non solo non potrebbe fare nulla ma verrebbe divorato dal quel sistema di potere in men che non si dica! Un suicidio sotto ogni punto di vista.

Sarebbe come essere a bordo di un nave che nel bel mezzo d’un oceano alquanto mosso non segua la rotta stabilita dacché governata da un equipaggio incapace, e piuttosto di sostituire tale equipaggio abbandonare la nave per imbarcarsi su singole bagnarole, che un’ennesima ondata più grande del normale molto facilmente spazzerebbe via.

Non solo, peraltro: è la nostra nave, quella dove abbiamo tutte le nostre cose. Le affideremmo, e ci affideremmo, a un equipaggio incapace? No, ovviamente! Invece che pensano, quelli? Di abbandonarla! Una stupidaggine di livello infinito, totalmente basata su visioni semplicistiche, da vacua discussione al bar se non tra bambini all’asilo (con tutto il rispetto per i bambini!), senza la benché minima visione strategica né politica né (soprattutto) culturale. Non è nemmeno più “populismo”, questo: è vera e propria idiozia. E non mi si venga a parlare di Gran Bretagna e Brexit: sarebbe come parlare di calcio portando esempi del tennis o della pallavolo e solo perché entrambi gli sport usano una palla!

La cultura, appunto: se l’Europa ha un problema politico, nulla c’entra con l’identità culturale comune che è inscritta nella storia e nel tempo dell’intero continente e della sua gente. Se non la si sa leggere non è un problema di scrittura ma di analfabetismo (funzionale e non solo). Noi siamo europei: lo sancisce la geografia sociale dell’Europa nonché il nostro patrimonio antropologico, mica quel politico o quell’altro e nemmeno qualsivoglia legge. Per questo non ci possiamo non sentire europei solo perché un gruppo di politicanti incapaci governa l’Unione (votati da chi, poi? Ecco, domanda lecita e risposta ancor più!): è da questo punto fermo, semmai, che la ricostruzione dell’identità culturale europea deve ripartire, ed è su tale ricostruzione che dovrà essere piazzata, quanto prima, una nuova classe politica con compiti di buon governo e con capacità di armonizzazione (ribadisco) delle varie peculiarità culturali delle genti europee – peculiarità molteplici ma che in effetti sono sfumature d’un unico colore, non tanti colori diversi che non si possono mischiare o, nel caso, generano un nuovo colore che non c’entra nulla con alcun altro precedente. Ma sta anche alla nostra consapevolezza culturale e identitaria di genti europee il poter ottenere quanto sopra, quando invece l’antieuropeismo un-tanto-al-chilo è un boomerang che farebbe ben più male a chi lo scaglia contro l’Europa, che all’Europa stessa.

Dunque viva l’Europa, viva l’Unione Europea nonostante i “signori” che attualmente la governano, e viva l’Unione Europea soprattutto visti quegli altri “signori” che la vorrebbero distruggere, riflettendo in tale folle azione la distruzione della propria identità culturale – la tenebra che non fa più vedere loro la realtà effettiva delle cose. Che è da cambiare, senza alcun dubbio, e che probabilmente si potrà cambiare solo quando i suddetti ciechi antieuropeisti se ne andranno altrove, a sbraitare le loro ottuse superficialità prive di qualsivoglia autentica cultura europea e funzionali soltanto a guadagnarsi biecamente la solita personale parte di potere con tanto di poltrona istituzionale e lauto stipendio. In ciò, a ben vedere, non sono che l’altra faccia della stessa medaglia l’una che giustifica l’altra. Una medaglia corrosa e arrugginita della quale l’Europa non ha proprio bisogno.

I programmi della RAI e il paese “disperato”

Premessa: “disperato” da interpretare (liberamente) come dis-perato, similmente a dis-arcionato ove “arcione” è sinonimo di sella: dunque disarcionato, caduto dalla sella/dal cavallo; disperato, caduto dal pero. Ecco: l’italiano è un popolo costantemente cadente dal pero, ergo disperato.

Posto ciò: suvvia, ma che accidenti viene detto di quel programma RAI nel quale si è disquisito sui buoni motivi per scegliere una donna dell’Est Europa, ora chiuso d’ufficio dai vertici dell’azienda radiotelevisiva nazionale?!? È (era) invece un programma perfetto, ovvero perfettamente consono e funzionale all’audience televisiva media contemporanea. Non era da chiudere, era da premiare per la capacità di intercettare e soddisfare al meglio il suo pubblico!

Sono sarcastico, sia chiaro, ma non ipocrita. Quanti programmi RAI, allora, sarebbero da chiudere perché diffondono simili idiozie degradanti qualsiasi buon concetto di cultura, oltre che di servizio pubblico? Quanti programmi televisivi in generale dovrebbero – ci sarebbe da dire “dovevano”, ma purtroppo il passato non si può cambiare – essere chiusi per come contribuiscano a diffondere il più letale analfabetismo funzionale su temi di interesse civico fondamentale? Vi pare logico, quantunque giustissimo e doveroso, che ci si fermi a sbraitare contro un programma che in fondo rappresenta una pagliuzza in un occhio nel quale da anni è conficcata una trave del tutto arrugginita? Sarebbe come lamentarsi delle tende sporche nelle cabine di una nave che sta affondando, ecco.

Ma in fondo la RAI di oggi, nei suoi canali generalisti, è veramente qualcosa di simile: una barcarola che per soddisfare le voglie più stupide (e sovente indotte, ma qui si apre un altro discorso infinito che ora è meglio non affrontare) dei naviganti a bordo, se ne frega ormai del tutto della rotta da seguire e per questo non rendendosi conto che tale rotta la porterà presto a sbattere contro gli scogli e a colare a picco. Già, lo ribadisco: a mio modo di vedere questa TV sta ormai morendo, ed è un gran bene che sia così – ne parla anche (di nuovo) Gennaro Pesante in questo ottimo articolo. E per caso sfortunato non morirà di sua iniziativa, sarà bene agevolare la cosa: allora sì, le proteste contro il programma in questione avranno portato a un risultato di reale valore culturale. E proficuo per il futuro di tutti, pubblico televisivo e non.