La libertà è una decisione dello spirito

La libertà è una decisione dello spirito. È lo spirito che decide di essere libero, se non ne è capace, non c’è libertà che lo possa aiutare.

(Friedrich Dürrenmatt citato da Donata Berra nella postfazione de La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, pag.84.)

L’artista sostiene l’umano contro la società

L’attività dell’artista lo rende meno socialmente condizionato e più umano. È in tal caso che si dispone alla rivoluzione. La società si oppone all’anarchia; l’artista sostiene l’umanità contro la società; la società quindi lo minaccia come fosse un anarchico. Questa logica della società è difettosa, ma la sua intimazione di un nemico non lo è. Tuttavia, il conflitto sociale con la società è un ostacolo accidentale nel percorso dell’artista.

(Mark Rothko, citato da Robert Motherwell in Beyond the Estetics, su “Design 47” n. 8, aprile 1946, pagg.36-37)

(Mark Rothko with No. 7, autore sconosciuto, 1960. Photo credit: Estate of Mark Rothko.)

Ovvero: l’artista deve essere un rivoluzionario, fautore d’una “rivoluzione” a favore dell’umanità contro certe distorte e imprigionanti convenzioni sociali, a costo di essere poi tacciato (spesso in modo del tutto arbitrario) di antisocialità e anarchismo – due elementi che quelle convenzioni vedono come fumo negli occhi. Ma è normale che sia così e per certi versi è “logico”: in fondo, la società non vi si opporrebbe  – non ne avrebbe l’esigenza – se fosse già libera, emancipata, solidale… in una parola: umana. Come dovrebbe essere – proprio in quanto società di esseri umani – e come invece lo è sempre meno.)

Io voglio ciò che devo

Povere creature che potreste vivere tanto felici soltanto a modo vostro e che invece dovete ballare al suono della musica di questi pedagoghi di orsi e produrvi in capriole artistiche che non vi verrebbe mai in mente di fare! E non vi ribellate mai, sebbene vi si intenda sempre in modo diverso da come vorreste voi. No, voi ripetete sempre meccanicamente a voi stessi la domanda che avete sentito porre: “A che cosa sono chiamato? Che cosa devo fare?”. Basta che vi poniate queste domante e vi farete dire e ordinare ciò che dovete fare, vi farete prescrivere la vostra vocazione oppure ve la ordinerete ed imporrete voi stessi secondo le direttive dello spirito. Ciò comporta, per quel che riguarda la volontà, questo atteggiamento: io voglio ciò che devo.

(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, traduzione di Leonardo Amoroso, Adelphi, 1999.)

L’Unico di Stirner è uno dei quei rari libri così disturbanti, da leggere, che a non leggerli si resta inconsciamente e inevitabilmente disturbati. Per questo ancora oggi a suo carico vengono mosse dall’opinione pubblica, nel caso in cui se ne discuta, così tante accuse: perché probabilmente non è stato letto. Altrimenti di accuse ce ne sarebbero comunque, ma rivolte nella direzione opposta.
Per lo stesso motivo, quando mi chiedono quali siano stati i libri più importanti per me e la mia visione del mondo e della vita, L’Unico non manca mai. Di un sano e pur aspro disturbo culturale c’è sempre bisogno, già.

Ci sono solo italiani, all’inferno.

Poco più tardi un fiorentino dalla barba rossiccia, Dante, descriverà l’inferno in un poema.
L’inferno di Dante è costruito ad anfiteatro e scende a cerchi, sempre più in basso. L’inferno di Dante è affollato esclusivamente di italiani.
Oltre a questi vi sono alcuni antichi romani. Non bastava il posto per altri popoli.
Questo inferno raffigura la litigiosa Italia. Le città sono disposte in cerchio, i cittadini leticano e nell’eterna oscurità si fanno gesti osceni.

(Viktor Šklovskij, Marco Polo, traduzione di Maria Olsufieva, Quodlibet, 2015, p. 209. Citato da Paolo Nori qui.
Per la cronaca, “leticare” è una variante toscana di litigare. Se invece cliccate qui potete leggere altri post che ho dedicato alle sagacissime illuminazioni di Šklovskij.)

Sono solo “canzonette” (e sempre più!)

Sarà che sto diventando vecchio dunque acido (lo so, è una scusa sempre buona questa, un po’ come lo stress col quale giustificare tutto, dall’unghia rotta all’infarto fulminante), ma ogni volta che mi capita di fare zapping sui canali radio (si usa “zapping” anche per essi, poi?) imbattendomi in emittenti che trasmettono musica italiana, resto veramente basito dalla pochezza assoluta – artistica, tecnica, tematica e, oltre a ciò, culturale – di così tanti brani nostrani da classifica. Mi sembrano le canzoncine che un tempo si presentavano ai saggi scolastici delle medie o alle gare canore oratoriali, solo (e ovviamente) meglio arrangiate; tuttavia siamo a questi livelli, all’involuzione costante della già da tempo degradata “canzonetta” sanremese – il che è tutto dire. Il confronto con la musica commerciale straniera, che a sua volta spesso non eccelle in qualità artistica, è duro e deprimente: il brano italiano lo si riconosce fin dai primi secondi per la sua già palese (e palesata) banalità e se almeno, in molti casi, non partisse il cantato, forse si salverebbe pure… invece no, il cantato parte, e la suddetta banalità vira rapidamente in sconfinata insulsaggine. E il bello è che nel frattempo hanno pure inventato i “talent”! Se il risultato di cotanto talent è questo, beh… aridatece lo Zecchino d’Oro!

Insomma, che dire? Forse che, come ogni popolo ha i governanti che si merita, si merita pure certi cantanti? Evidentemente…

P.S.: certo, lo so bene che di artisti musicali di alta e altissima qualità ce ne sono parecchi, in Italia… Zu, Calibro 35, Aucan, Argine, Port-royal, Morkobot, Jennifer Gentle – solo per fare qualche nome. Ma, chissà come mai, spesso sono famosi più all’estero che qui. Al solito: nemo propheta in patria, e amen!