Niente sarà come prima?

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay ]
Ha ragione Paolo Nori (lo cito spesso, sì, perché spesso è assai illuminante) a dire a modo suo di quelli che un po’ ovunque, a voce o per iscritto, adesso esclamano «niente sarà come prima!», che anche prima di adesso era così. Voglio dire: al di là della “frase fatta” adeguata al periodo in corso, dovrebbe essere sempre così, in un mondo che sia in costante evoluzione, ogni giorno dovrebbe essere diverso dal precedente e starebbe alla civiltà che abita quel mondo di dimostrarsi realmente tale facendo che ogni giorno possa essere diverso in meglio, e non in peggio, rispetto a quello precedente.
Purtroppo è difficile ammettere che vada sempre così, per come nel corso della sua storia, che pure è una storia di evoluzione, l’uomo abbia causato troppe catastrofi che hanno fatto “peggiori” tanti giorni rispetto ai precedenti.

Poi, certo, c’è il caso “speciale” (al solito!) dell’Italia: il paese dal quale provengono tanti di quei «niente sarà come prima!» ma che troppo spesso fa di invocazioni simili l’effetto di uno dei suoi principi fondamentali ed emblematici, il gattopardiano «tutto cambi affinché nulla cambi!». Quindi, anche stavolta niente sarà come prima perché alla fine tutto resterà uguale?

Vedremo. Basta non succeda che niente sarà come prima perché sarà peggio! In fondo anche l’immobilità permanente, il restare immoti in un costante presente (vedi qui) mentre il tempo corre avanti, è un peggioramento inequivocabile.

Vedremo, appunto. Vedremo.

“Guerra”?

[Foto di Jcbutler, trasferita da en.wikipedia su Commons, pubblico dominio.]
Alcuni commentatori particolarmente sensibili alle dinamiche culturali di questo periodo pandemico che tuti stiamo vivendo stanno facendo notare, sui media o sul web, come l’utilizzo del termine “guerra” per descrivere l’azione atta al contenimento del coronavirus e dei suoi danni sia quanto meno impropria, se non del tutto sbagliata e fuorviante – cito tra quelli che ho letto l’articolo del professor Gianluca Briguglia, sempre interessante e illuminante, nel blog che cura per “Il Post”.

In verità quello di usare la parola guerra (e altri termini similmente iperbolici) a sproposito è un vizio che la nostra società, e in particolare le classi politiche e i media ad esse riverenti, hanno ormai da tempo. Nel mio piccolo aveva già disquisito della cosa diverse volte sul blog, ad esempio qui oppure qui: è stata definita “guerra” quella alla mafia, al terrorismo islamista, pure la querelle tra Spagna e Catalogna l’hanno chiamata così, quando invece nessuna di esse lo è, ed anzi definirla in quel modo strumentalizza e banalizza (paradossalmente) il loro senso concreto nonché ci deresponsabilizza al loro riguardo. Senza contare che ci fa dimenticare cosa sia veramente, una “guerra”.

D’altro canto, trovo sempre “sorprendente” il modo in cui la nostra civiltà (occidentale, intendo), che come mai prima gode d’un prolungato periodo di “pace”, in senso bellico, invochi invece continuamente lo spettro della guerra, metaforicamente ma emblematicamente. Cioè: siamo in pace, e “chiamiamo” la guerra, così come quando eravamo in guerra invocavamo la pace. Insomma, non siamo proprio capaci – noi civiltà così avanzata e progredita – di invocare la pace in tempo di pace, dunque salvaguardarla al fine di non dover vivere la guerra?

Non a caso, in un altro mio post qui sul blog, avevo citato Freud e la sua convinzione circa l’impossibilità della fine delle guerre in quanto l’aggressività, fondamento di ogni guerra, è “geneticamente” radicata nell’uomo. E non è nemmeno una questione di si vis pacem, para bellum, come affermavano i Romani, siamo andati oltre, o abbiamo ormai travisato il senso di tale massima: senza nemmeno comprendere che è proprio grazie alla pace se possiamo così superficialmente e stupidamente utilizzare la parola “guerra”. Un po’ come possiamo sentirci al sicuro da un terribile temporale quando siamo al riparo in casa: ma se quella casa che ci ripara non l’avessimo più, ovvero la mandassimo alla rovina? Che facciamo, che diciamo poi?

31 marzo, e nevica!

[Foto di kristamonique da Pixabay ]
Stamattina da me, 31 marzo dunque a primavera ormai ben avviata – in montagna, sì, ma mica a duemila metri di quota, solo a settecento metri – nevicava. Appena sopra casa è tutto bianco, i prati verdi d’erba nuova e punteggiati di mille colori dai fiori di stagione sono nascosti, quando invece a inizio febbraio, quindi in pienissimo inverno, nelle giornate di Sole il termometro arrivava quasi a 20 gradi.

Bellissimo per certi aspetti, soprattutto per chi come me ama il freddo e i paesaggi innevati, considerando il calendario; inquietante per altri aspetti, ovvero per come ciò ricordi e palesi il disequilibrio climatico che il riscaldamento globale ha ormai avviato, con chissà quali crescenti conseguenze devastanti nel futuro prossimo.

Passata l’emergenza sanitaria in corso, speriamo quanto prima e in modo quanto più definitivo, è bene non dimenticare che abbiamo e avremo quella climatica da affrontare, meno “impattante” a livello mediatico e di immaginario comune ma forse anche più seria e cronologicamente più ostica da risolvere (nonché correlata alla diffusione del coronavirus, come ho già rimarcato qui), perché qualsiasi “vaccino” si troverà – ne avremmo già trovati, a dire il vero, ma per ora li abbiamo troppo scarsamente somministrati – potrà far poco, temo, per riequilibrare e risanare ciò che già si è guastato. Augurandoci che non sia già troppo, che la malattia non sia divenuta già cronica al punto da vanificare gli effetti benefici di qualsiasi cura.

Il “tempo”, al tempo del coronavirus

Questo periodo così bizzarro nel quale siamo rimasti catturati – al netto della sua tragicità – suscita pure sensazioni e percezioni altrettanto “bizzarre” o quanto meno diverse da quelle usuali. Ad esempio, per dirne una che personalmente colgo, che il tempo scorra in modo differente dal solito. A chi è forzatamente confinato in casa forse sembrerà che trascorra più lentamente; a me, invece, pare che in questi giorni il tempo passi più alla svelta, al punto da contestarmi di aver fatto all’apparenza poco di ciò che avrei da fare rispetto al tempo che dovrei avere a disposizione. Non so se anche voi cogliete queste sensazioni, o ne avete altre similari, in queste giornate tanto inedite e inopinate.

D’altro canto, mi viene da pensare che questa mia percezione in fondo conferma ciò che la fisica contemporanea sancisce, cioè che il tempo, per come lo intendiamo ordinariamente, non esiste, ma è un’espressione e manifestazione del moto nello spazio. Anche in senso assai pragmatico e quotidiano, se lo associo al variato moto vitale che stiamo tutti vivendo – di chi è chiuso in casa senza nulla o quasi da fare o di chi comunque lavora e magari per necessità essenziali anche più di prima. E a tal proposito mi viene in mente quanto sosteneva Heidegger già nel 1924, quando pubblicò Il concetto di tempo, cioè che il tempo esiste e si definisce solo nella misura in cui ci sono (esistono) esseri umani, ovvero che l’unica reale certezza riguardo il tempo è che sta tutto e solo nella mente umana. «L’esserci, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo» scrive a pagina 40 dell’opera, come a dire: noi siamo il tempo, dunque solo noi possiamo stabilire il nostro tempo e lo possiamo fare nel vivere la vita. Ovvio che, per ricollegarsi alla visione della fisica contemporanea e al legame indelebile tra tempo e moto, dunque spazio, viene da dire che più ci si muove a far cose buone, nello “spazio” della nostra quotidianità, più si può dire di spendere bene il nostro tempo.

Ecco. Questi momenti inopinati che l’esistenza ci presenta, oltre alla ineluttabile solidarietà verso chi ne sta subendo i danni più dolorosi, possono servire anche a riflettere meglio su molte cose della vita. È meglio approfittarne, ora che “abbiamo tempo” per farlo.

Ozio e inattività

Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.

(Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, 1995. L’immagine di Kundera è tratta da qui.)