A volte “stare” nel(la) Melma non è affatto una brutta cosa. Ovvero: breve diario di un’esplorazione della montagna di Lecco (forse) meno considerata, a torto

Ultima domenica prima di Natale, tutti o quasi sciamano verso le città, le vie pedonali, le zone dello shopping, i centri commerciali: per recuperare i regali non c’è più molto tempo e per giunta la giornata grigia, con nubi basse e pioggia incombente, convince al riguardo anche i più restii.

Tutti o quasi, dicevo: ecco, tra i “quasi” ci siamo io e il segretario personale (a forma di cane) Loki, che invece risaliamo la corrente veicolare fluente a valle al contrario, verso monte, con l’intenzione di esplorare la montagna più “negletta” tra quelle che fanno da cornice alla città di Lecco: il Monte Melma. Negletta inesorabilmente: la modesta quota massima, 914 metri, la fa sovrastare da tutti gli altri rilievi d’intorno, ben più alti e incombenti oltre che più celebrati – il Coltignone coi suoi satelliti, il Monte Due Mani, il Pizzo e i Piani d’Erna, il Resegone e lassù, oltre modo svettante, la Grignetta – e pure l’oronimo non appare così attrattivo, visto l’uso vernacolare sovente negativo che a volte se ne fa (in realtà il termine “melma” deriva dal longobardo malm che, prima di denominare un terreno variamente fangoso, in origine significa “sabbia”, e in effetti delle cave di sabbia c’erano, sul versante occidentale del monte, che potrebbero spiegarne la denominazione).

[Mostro a chi non fosse esperto della zona la posizione del Monte Melma. Immagine tratta da www.italia.it.]
Di contro, il Melma risulta alquanto importante per il paesaggio antropico e antropologico di Lecco: sui suoi fianchi, i più dolci e accessibili tra quelli direttamente a monte del centro città, si sono addensati alcuni dei rioni più importanti e da lì nel passato si transitava per andare verso la Valsassina, la Valtellina e la Valle Brembana quando ancora la strada a lago non esisteva. Ciò spiega la presenza di numerose mulattiere selciate, tutt’oggi ben conservate – anche grazie al prezioso lavoro manutentivo recente del CAI di Lecco – che risalgono il monte, segni antropici che, con le tante baite sparse sul versante, i diffusi terrazzamenti, i pascoli certamente ricavati in boschi un tempo imperanti ovunque e le selve castanili ormai pressoché abbandonate, raccontano la secolare frequentazione del monte e la sua importanza nell’economia delle genti che ne abitavano le pendici.

Io e Loki percorriamo una di quelle mulattiere fino a Montalbano, località che i boomer appassionati di musica rock ricorderanno come sede dell’edizione del 1971 del “Re Nudo Pop Festival”, evento musicale itinerante tra i primi e più noti dell’epoca con nomi importanti della scena musicale (soprattutto progressive), che seppe radunare in questi boschi raggiungibili solo a piedi oltre diecimila persone (!). Oggi qui invece regna il silenzio: anche i rumori della città, del traffico e della sua iper vitalità prenatalizia, nel primo tratto ben presenti in forma di un indistinto rumore bianco, si sono fatti sempre più flebili ad ogni passo verso l’alto e ora sono completamente svaniti. Il bosco è piuttosto cupo, tinto delle più svariate tonalità brune e certo il cielo spento non aiuta a illuminarlo: il tentativo di farlo è completamente affidato agli ellebori che biancheggiano qui e là, unica variante cromatica presente e distinguibile.

Superata Montalbano, il sentiero per la vetta del Melma si fa deciso e erto, zigzagando sulla dorsale che separa il versante settentrionale da quello più scosceso verso sud; la fatica dell’ascesa si fa sentire, ma per alleviarla basta voltarsi verso valle e tra la vegetazione mai troppo fitta si ammirano notevoli vedute della città di Lecco, dei laghi e dell’alta Brianza lecchese, mentre dalla parte opposta si traguarda la conca ove si stende il paese di Ballabio, che per abitudine si ritiene già parte della Valsassina quando invece non lo è (geograficamente la Valsassina inizia oltre il Colle di Balisio) e la sua valle è semmai opera delle acque del torrente Grigna, che poi scendono verso Lecco a nord del Melma.

L’erta salita termina al cosiddetto Sass Quader, cumulo di massi che pare piazzato lì a mo’ di enorme cairn da un gigante piuttosto maldestro, punto panoramico assoluto del Monte Melma che anche per ciò alcune mappe (Google Maps, tanto per non far nomi) e certe descrizioni escursionistiche considerano la vetta della montagna. Ma non lo è: oltre il Sass Quader il sentiero continua lungo il filo della dorsale per ancora duecento metri circa e risale infine alla vera massima sommità del Monte Melma, contrassegnata dalla presenza di un ripetitore. Seppur qui la vista verso Lecco è occlusa dalla morfologia del monte, alzando gli occhi si possono osservare con visuale a trecentosessanta gradi quasi tutte le più elevate vette che circondano il Melma e sovrastano la città, e così rendersi conto che, per molti versi, questo piccolo monte rappresenta pure il centro del paesaggio montano lecchese che gli ruota tutt’intorno:

Il Coltignone con la sua articolata struttura, la Grigna Meridionale che veglia maestosa sul paesaggio (approfittando del fatto che il più alto e dominante Grignone qui non si vede), l’accigliato Monte Due Mani con la sua struttura a bancate rocciose sovrapposte, il massiccio Pizzo d’Erna sul quale si poggiano gli appuntiti denti del Resegone… insomma, un piccolo ma fondamentale fulcro geografico, il Monte Melma, che in qualche modo ha cercato di sopperire alla propria modesta altitudine facendosi spazio tra quei monti ben più grandi come un bambino curioso tra le gambe degli adulti e intestardendosi nel rimanere lì, al punto da respingere pure la spinta del grande ghiacciaio dell’Adda che ne circondò i fianchi meridionali senza riuscire ad andarvi oltre così invadendo la conca di Ballabio – rimasta inopinatamente libera dai ghiacci anche nel periodo della loro massima espansione, circa 20.000 anni fa, dalla parte opposta protetta dal conoide alluvionale del Pioverna che poi ha formato il colmo del citato Colle di Balisio.

Oggi la visuale dei monti è assai parziale: nubi sempre più dense nascondono le vette e più sotto si sfilacciano tra torri, canaloni e vallecole, mentre la pioggia lentamente ma inesorabilmente aumenta d’intensità – ma lo rimarco spesso, d’altro canto, che in montagne le “giornate brutte” non esistono. Io e Loki scendiamo a Ballabio, sostiamo su una panchina per mangiare qualcosa osservati con sguardo basito dagli automobilisti in transito come fossimo l’ebreo errante e il suo cane, e poi imbocchiamo la valletta dalla quale fluisce il torrente Grigna, solco ombroso chiuso a sud dallo stesso Monte Melma e a nord dai fianchi franosi del Due Mani, che rappresenta lo sbocco idrografico della conca ballabiese quando invece verrebbe da credere che lo sia la valle percorsa dalla strada provinciale che collega il paese a Lecco, la quale di contro è parte di un altro sottobacino idrografico, quello del torrente Gerenzone. Percorriamo il vecchio tracciato di servizio alla nuova strada che sale in Valsassina (tecnicamente denominata “Strada statale 36-racc Raccordo Lecco-Valsassina”, invero aperta quasi vent’anni fa, nel 2006, ma abitualmente definita “nuova” proprio per differenziarla dalla vecchia strada sopra citata) e poi per sentiero scendiamo al Passo del Lupo, proprio sotto il viadotto della statale che sorvola la forra del torrente Caldone, nel quale più a valle confluisce anche il Grigna. Chissà se quel toponimo in origine indicasse effettivamente la presenza di lupi in zona: una leggenda locale racconta che il nome deriverebbe dalla presenza di un lupo ferito che si sarebbe nascosto in una grotta nel pressi del torrente Caldone le cui rocce sarebbero rimaste macchiate del sangue della bestia. Più razionalmente verrebbe da spiegare il rossore litico con la presenza di minerale ferroso, assai diffuso nella zona; di contro l’altrettanto ampia presenza di fauna selvatica un tempo avrebbe potuto giustificare anche quella dei lupi, da cui il nome del “passo” – che in verità un passo propriamente detto non è, il termine va inteso come passaggio. In effetti proprio da qui un tempo si passava per andare a Morterone, il piccolo centro abitato (tra i comuni meno popolosi d’Italia) la cui chiesa fin dal Trecento era parte della Pieve di Lecco, con un percorso più diretto rispetto a quello che risaliva i fianchi del Monte Melma per andare a Ballabio e in Valsassina. Peraltro, volgendo lo sguardo a settentrione, mi rendo conto di come il Melma acquisisca qui il suo aspetto più alpestre, di montagna “vera”, irta, con cuspidi aguzze, speroni rocciosi ben definiti e accenni di verticalità che ogni altro suo versante non rivela.

A proposito di antropizzazione del territorio, in questa zona se ne può raccogliere una testimonianza diversa dalle precedenti di cui ho detto e piuttosto emblematica in forza della sua narrazione diacronica. Andando verso il piccolo e suggestivo nucleo rurale di Versasio, con i suoi terrazzi prativi, gli orti, le selve, la piccola chiesa sul limitare del bosco, io e Loki incrociamo più volte (tramite sottopassi) la citata nuova strada per la Valsassina col suo traffico incessante, nei giorni feriali prevalentemente industriale e nei fine settimana quasi del tutto turistico. Il tracciato stradale – veloce, comodo, per buona parte in galleria, che ha avuto il pregio di togliere quel gran traffico dai rioni alti di Lecco che stava avvelenando – qui delimita i prati di Versasio e col bastione di cemento sul quale corre li separa dal resto del versante che divalla verso Lecco. È una cesura emblematica, come detto, che dà l’impressione di aver diviso nettamente la città dalle montagne – al di sotto la parte più antropizzata e l’anima cittadina più urbanizzata, al di sopra quella mantenutasi rurale e legata alla dimensione montana: così circondata da prati e boschi, sfiorante baite e stalle vecchie di secoli oltre che le bancate rocciose che sorreggono i Piani d’Erna, la strada appare un elemento inevitabilmente alieno al luogo, una sorta di disturbo temporale, una sciabolata di contemporaneità che taglia un paesaggio che invece sembra rimasto fermo nel passato. Percezioni inevitabili, ribadisco, cagionate da elementi troppo differenti messi l’uno accanto all’altro ma privi di un vero dialogo reciproco, difficile da instaurare ma non impossibile, io credo, con un po’ di sensibilità in più per il paesaggio: fatto sta che ne esce una geografia antropica bizzarra, un po’ confusa, sicuramente significativa e per certi versi interessante – eccetto che per la fascia appena a valle della statale, trasformata in discarica da alcuni utenti della stessa… all’inciviltà non esiste mai un limite, purtroppo.

Per fortuna, poco sotto, il tracciato riprende l’aspetto di bella mulattiera selciata e in parte gradinata che, con alcuni tornanti, ci riporta sul fondo della valle del Caldone alle prime case del rione di Bonacina, un altro dei tanti che compongono la parte alta di Lecco. La pioggia s’è fatta ormai battente, le montagne sono del tutto scomparse nelle nubi e più in basso la foschia vela il resto del territorio ma, a questo punto, il paesaggio esteriore che abbiamo esplorato, con le sue tante peculiarità alcune delle quali ho cercato qui di raccontare, si è già fatto interiore: i selciati delle mulattiere, le pietre dei sentieri percorsi, i colori e gli odori del bosco, le acque fredde, i rumori umani e quelli naturali, le visioni del territorio d’intorno, il vento e la pioggia, le presenze e le assenze, le percezioni, le sensazioni e le intuizioni e ogni altra cosa più o meno còlta hanno disegnato una mappa impressa tanto nella mente quanto nell’animo che rappresenta e racconta questa minima parte di mondo attraversata con una gran messe di referenze e un dettaglio insuperabile, e ciò perché noi stessi ora siamo diventati suoi elementi, vi abbiamo lasciato la nostra traccia e con il cammino percorso abbiamo disegnato su quella mappa l’esperienza vissuta, la conoscenza ricavata e la relazione intessuta con i luoghi, intensa, genuina e incontaminata (d’altro canto, persone incrociate lungo l’intero percorso: tre, ma se considero la sola parte prettamente escursionistica: zero).

Eco, stavolta nel(la) Melma ci siamo finiti volontariamente e consapevolmente, ed è stato quanto mai piacevole e affascinante.

Il solito N.B.: le foto che trovate qui, le ho fatte da non fotografo quale sono con un cellulare ormai datato, dunque chiedo venia a chi le giudicherà di qualità carente.

Psicogeografia silvestre

[Foto di Mario da Pixabay.]
Qualche giorno fa l’artista Giada Bianchi, per il suo progetto del Vocabolario Collettivo Della Realtà (VCDR), ha chiesto ai suoi followers di rispondere alla domanda «Cos’è per te il bosco?». Personalmente ho risposto che «il bosco è il luogo di ritrovo di alcuni dei miei amici più cari, che vado spesso a incontrare per farci belle e illuminanti chiacchierate».

Ma al di là di tale risposta (e della sua intonazione faceta, solo apparente), la sua domanda mi ha fatto pensare a ciò cui effettivamente rimanda il mio rapporto con i boschi e a come quelli domestici, in particolar modo le faggete, siano veramente un luogo con il quale mi sembra di intrattenere una relazione basata sul dialogo, sulla conversazione sintonica ovviamente priva di parole e invece ricca di percezioni. Il tutto proprio come se per, per ritemprarsi dalla routine quotidiana, si andasse a ritrovare dei buoni amici coi quali scambiare qualche chiacchiera in simpatia.

Di conseguenza, ho pensato che ogni comunità arborea determinata, cioè un bosco formato da un certo tipo di albero, per molti versi può ben rimandare, non solo visivamente, all’idea di un popolo: con le sue caratteristiche, le sue peculiarità, la sua natura, tutti elementi che lo contraddistinguono dagli altri. So bene che questa è un’ovvietà biologica e botanica, ma forse non lo è dal punto di vista culturale, risulta più sfuggente o meno considerata. Voglio dire: le sensazioni che viviamo nel mentre siamo dentro una faggeta, un’abetaia o un lariceto sono sempre le stesse, o sono differenti per ciascuna popolazione arborea che ci sta ospitando? Io credo che sia questa seconda la realtà delle cose: sono esperienze di psicogeografia silvestre, in buona sostanza, che inevitabilmente quanto forse inconsapevolmente ci portano a intessere una relazione con un certo bosco, e il popolo che lo forma, diversa dagli altri e dai rispettivi esponenti arborei.

Il termine «popolo» ha un’etimologia incerta. Sicuramente la parola che usiamo deriva dal latino populus che a sua volta proviene dal greco πλῆθος, «folla», «moltitudine», ma l’etimo originaria è indeterminata: potrebbe derivare da una radice indoeuropea (par– o pal-) usata per individuare l’insieme di una comunità ed esprimere il concetto di riunire, mettere insieme. Anche il greco antico ha assorbito questa radice che ritroviamo, ad esempio nella parola πλῆθος (plethos) = folla. Se il termine è da noi inteso nell’ovvia accezione antropica, regge bene anche se declinato in chiave botanica, e ciò senza temere accuse di eccessiva umanizzazione del bosco e degli alberi (a pensarci bene non ne ho mai abbracciato uno, come fanno alcuni – e fanno bene a farlo, se li fa stare bene). In effetti il bosco è una comunità di individui arborei, e tra di loro quelli di pari specie sono membri della stessa popolazione, cosa che diventa evidente nei boschi puri, formati da una sola specie. Un popolo unico riunito in un certo spazio, appunto. In esso, come dicevo, la relazione che vi intessiamo assume caratteristiche particolari: il nostro dialogo e ciò che ne possiamo ricavare lo è altrettanto, dunque differente dal dialogo con gli altri popoli arborei.

Quando vago nelle faggete dei monti sopra casa oppure altrove, insomma, sento di elaborare una presenza e una relazione diversa di quando cammino nelle abetaie, nelle selve castanili o nei lariceti. E se per generare questa mia relazione nel qui-e-ora alcuni elementi materiali influiscono senza dubbio – profumi, luci, ombre, colori, consistenze e altri elementi materiali o immateriali del paesaggio locale determinati dalla presenza degli alberi – per altri versi quella relazione viene elaborata interiormente in forza del bosco che mi sta ospitando in quel momento, degli alberi cioè del popolo arboreo che lo forma e di tutto ciò che scaturisce in me al riguardo, intellettivamente, emotivamente e spiritualmente.

Peraltro dal mio punto di vista tutto questo diventa anche un modo per dissolvere, o quanto meno mitigare, il distacco che noi umani generiamo sempre nel nostro rapporto con la natura, anche solo indicando con tale termine un ambito “altro” e diverso rispetto a quello antropizzato e ordinario – un’accezione secolare e sostanzialmente antropocentrica, al solito. Invece anche io, essere umano in fondo non diverso da qualsiasi altro vivente del pianeta, sono natura: per andare nel bosco non “vado nella natura”, ma io e gli alberi siamo natura, la stessa cosa nello stesso luogo allo stesso tempo. Differenti in tutto, chiaramente, ma in questo contesto uguali. Di conseguenza, io sono il rappresentante di un popolo in visita nel bosco ai componenti di un altro popolo verso i quali, come succede con qualsiasi altra comunità umana, adeguo la mia presenza e la conseguente reciproca relazione in modo da intessere il dialogo più aperto, franco e cordiale possibile – il quale serve anche per sentirmi bene nel bosco e non intimorito, come accade a qualcuno.

È un dialogo senza parole, come detto, ma grazie al quale vi assicuro che si possono fare bellissime, profonde e vivaci chiacchierate. Nonché arricchenti, garantito.

P.S.: del bosco come “popolo di alberi” avevo scritto anche qui, con un’altra chiave di lettura.

La Lombardia finanzia la valorizzazione di oltre 500 km di sentieri. Bene, ma gli altri 14.500 km quando?

[Escursionisti sul Sentiero del Viandante, che dalla Valtellina percorre a mezza costa la riva orientale del Lago di Como fino a Lecco. Immagine tratta da giteinlombardia.it.]
È una bella notizia che Regione Lombardia, grazie a fondi Fosmit – il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane – si impegna a finanziare con 2.723.249,68 Euro divisi in tre annualità (fino al 2026) la realizzazione di interventi «per la salvaguardia e la valorizzazione degli itinerari escursionistici e turistici sovraprovinciali al fine di promuovere l’attrattività della montagna, contrastare lo spopolamento e la marginalizzazione dei territori.»

Considerando una stima attendibile il costo di 5 Euro al metro lineare per la manutenzione ordinaria dei sentieri (qui e qui trovate alcuni documenti che attestano l’attendibilità della stima; non considero invece i costi per la manutenzione straordinaria, molto maggiori finanche a 400 Euro al metro lineare), con il suddetto finanziamento si potrebbe intervenire su poco più di 540 chilometri di sentieri, se non fosse che, come stabilisce lo schema regionale, la somma copre anche altre tipologie di intervento, quindi con tutta probabilità i chilometri di sentieri “lavorati” saranno inevitabilmente meno.

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Un vecchio motteggio milanese recita che «Piutost che nient, mej piutost» (credo non serva la traduzione) e certamente torna buono anche qui. D’altro canto leggo sul sito della stessa Regione Lombardia che «Ad oggi il Catasto della Rete Escursionistica Lombarda ha classificato e descritto 15.000 km di percorsi, specificandone la percorribilità, la lunghezza, il dislivello ed il tempo di percorrenza. Il Catasto della Rete Escursionistica Lombarda recepisce integralmente il database “Sentieri”, sviluppato da Regione Lombardia con il supporto di ERSAF e del CAI Lombardia tramite il progetto Interreg ITA-SVI IV A “PTA Destination”». I 540 chilometri sopra ipotizzati – forse in eccesso, come detto – rappresentano solo il 3,6% dei 15.000 km di sentieri escursionistici lombardi. Verrebbe da pensare che siano un po’ pochini per parlare di un’autentica valorizzazione degli itinerari escursionistici e di promozione dell’attrattiva della montagna, oppure che sia un’iniziativa la quale, per non doversi sforzare nell’elaborazione di un piano di interventi più strutturato, si sia concentrata su itinerari “a portata di mano”. Ergo, verrebbe da chiedere un impegno regionale anche per gli altri 14.460 km di percorsi, accatastati e classificati dunque evidentemente dotati di proprie valenze escursionistiche e relative potenzialità ecoturistiche.

Ovvio che sia utopico pensare di poter finanziare l’intera estensione sentieristica regionale, ma è pur vero che, visto che la Regione parla di contrastare la marginalizzazione dei territori, concentrare le risorse solo su una minima parte, anche se turisticamente più importante di altre e sicuramente bisognosa di interventi, rischia di accrescere i fenomeni di marginalizzazione e dunque anche di degrado socioeconomico – spopolamento in primis – e culturale nei territori che non godono di quei finanziamenti e della relativa attenzione politico-amministrativa. Di contro, sicuramente molti degli altri 14.000 e rotti km di sentieri lombardi hanno già o potrebbero avere similari potenzialità turistiche, e se non le hanno a volte è proprio in forza del loro carente stato di manutenzione: sostenere e promuovere anch’essi, con tutti i dovuti step finanziari e temporali ma strutturati in un progetto articolato e protratto sul lungo periodo, adeguatamente alimentato da fondi congrui, contribuirebbe autenticamente a «promuovere l’attrattività della montagna, contrastare lo spopolamento e la marginalizzazione dei territori» e di tutta la montagna con i suoi territori, non solo di alcuni, per di più contribuendo alla frequentemente invocata redistribuzione dei flussi turistici sull’intera rete escursionistica regionale in modo da prevenire e evitare i fenomeni di sovraffollamento già evidenti su alcuni dei percorsi più rinomati a danno dei territori che ne vengono attraversati.

[Volontari del CAI di Lecco al lavoro sui sentieri della zona. Immagine tratta da www.loscarpone.cai.it.]
Insomma: ci sarebbe da passare da un piano di interventi alla «Piutost che nient, mej piutost» ad una vera e propria strategia articolata al grido di «Mej piutost tant che nient». Allora sì, io credo, la rete escursionistica lombarda verrebbe valorizzata e insieme ad essa tutti i territori montani attraversati dai suoi sentieri. D’altro canto, l’importo investito dalla Lombardia sui propri itinerari escursionistici è solo una minima parte di quanto la regione investe e vorrebbe investire in numerosi comprensori sciistici posti a quote e in condizioni ambientali che già oggi ne decretano l’imminente fine. Finanziamenti, questi sì, sostanzialmente buttati alle ortiche che invece infestano molti bellissimi ma trascurati sentieri lombardi. In questo caso capire cosa sia più logico fare – ovvero come sia più logico spendere i soldi a disposizione – credo sia la cosa più elementare possibile.

Una parola in favore della Natura

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.]

Vorrei spendere una parola in favore della Natura, dell’assoluta libertà e dello stato selvaggio, contrapposti a una libertà e a una cultura puramente civili; vorrei considerare l’uomo come abitatore della Natura, come sua parte integrante, e non come membro della società. Desidero fare un’affermazione estrema, e per questo sarò enfatico: la civiltà ha già fin troppi paladini; il pastore, il comitato scolastico, e ciascuno di voi potrà assumersi questo compito.

[Henry David Thoreau, Camminare, incipit dell’edizione Mondadori 2015, traduzione di Maria Antonietta Prina; orig. Walking, or the Wild, 1863. La mia recensione al libro la trovate qui.]

Non “Zone 30” in città ma “Zone 0”!

[Foto di Pexels da Pixabay.]
Nelle città in cui viviamo, posta la realtà di fatto che presentano e ciò che ci aspetta nei prossimi anni, tra nuove strade per velocizzare il traffico veicolare e “Zone 30” per rallentarlo, tra la libertà dell’auto privata e il privilegio dei trasporti pubblici, tra un passato che vuol farsi futuro e un futuro che vuol tornare al passato, tra slogan che dicono cose e altri slogan che dicono cose opposte, io credo che per la salvezza delle città e di chiunque le abiti e le frequenti, stanzialmente o saltuariamente, la soluzione sia una sola:

Cioè niente auto, già.

Solo mobilità dolce e trasporti pubblici capillari e efficienti.

La città costruita attorno alle strade e ai mezzi che le percorrono è un controsenso assoluto, un paradosso derivato da uno sviluppo distorto – più o meno conscio, più o meno dettato da affarismi vari e assortiti – delle aree metropolitane. La città va camminata e va pedalata per poterla dire viva così come altrettanto vivi i suoi abitanti in relazione ad essa. Di contro il traffico motorizzato non solo ne ammorba l’aria ma pure l’anima urbana: pensare ancora, oggi, che possa essere l’auto il mezzo principale per attraversarla è una delle più grandi stupidaggini della nostra epoca ed è inquietante che così tanti amministratori pubblici se ne facciano megafono (per giunta definendola assurdamente una “libertà”).

Le “Zone 30” non sono soluzioni ma solo palliativi, utili al momento e solo se si punta rapidamente allo step successivo: la “Zona 0” appunto. Finché le vie urbane non torneranno a poter essere completamente camminabili e dunque vivibili da chiunque, i cittadini in primis, le nostre città saranno solo delle sceneggiate di urbanesimo e dei simulacri di civicità. Diventeranno preda da un lato della gentrificazione più bieca e dall’altro di una slumizzazione degradante. Un mega nonluogo destinato a decadere presto, inevitabilmente.