Martin Pollack, “Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa”

Chiunque si occupi di paesaggi sa bene che, al netto dell’accezione popolare con la quale il termine viene usualmente inteso cioè quale sinonimo di “territorio” o “luogo”, ogni paesaggio compendia nel proprio senso gli aspetti materiali di un dato spazio vissuto e quelli immateriali determinati dall’elaborazione culturale che di esso facciamo, e in forza di tutto ciò rappresenta un palinsesto di scritture che nel corso del tempo l’uomo ha impresso sul territorio naturale, sovrapponendo le une alle altre, riscrivendole di continuo e cancellando quelle più antiche ma a volte pure altre più recenti. In certi casi capita che, tra le cose non più leggibili e visibili ma affascinanti che formano un bel paesaggio (le rilevanze storiche e archeologiche, ad esempio), ce ne possano essere alcune di natura opposta, niente affatto belle e piacevoli, in qualche caso rimandanti a «oscuri segreti» nascosti alla percezione e alla memoria di chi oggi vive e frequenta quel paesaggio, ritenendolo in tutto e per tutto idilliaco.

In Paesaggi contaminati (Keller Editore, 2016, traduzione di Melissa Maggioni, orig. Kontaminierte Landschaften, 2014) lo storico e scrittore austriaco Martin Pollack ci dimostra come ciò che ho appena affermato è circostanza spaventosamente frequente, in Europa, il continente che è la culla della civiltà moderna e contemporanea e al contempo, ovvero nonostante ciò, la parte del mondo che ha subìto più di molte altre la tragedia di innumerevoli guerre e conseguenti massacri. Una storia oscura che tuttavia oggi appare pressoché invisibile, se non fosse per la presenza di alcuni luoghi commemorativi e per un bagaglio di memoria che tuttavia diventa sempre più svanente, non solo per l’ineluttabile corso del tempo ma pure per una nostra colpevole trascuratezza nei confronti del valore della memoria storica per il presente e il futuro []

(Potete leggere la recensione completa di Paesaggi contaminati cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Luciano Bolzoni, “La vita degli aeroporti. Piccoli atterraggi in un mondo sospeso”

Credo di non sbagliare troppo se affermo che molti di noi uomini contemporanei, al netto di chi soffre di aerofobia o di pochi altri, siamo stati almeno una volta in un aeroporto: per prendere un volo diretto verso mete lavorative o vacanziere oppure per portarvi o recuperare qualche familiare partente o tornante. E anche al di fuori di tali circostanze, penso che numerose persone percepiscano il particolare fascino di questo luogo così speciale dal quale partono e nel quale arrivano le uniche macchine d’uso comune costruite dall’uomo che abbiano realmente vinto le leggi della fisica che governano il nostro pianeta – di certo uno dei motivi fondanti di quel fascino ma non il solo. Perché in effetti gli aeroporti sono luoghi speciali per molti altri aspetti che quasi mai chi li frequenta da viaggiatore – una condizione a sua volta speciale in forza dell’atteggiamento che suscita in chi la sta vivendo – riesce a cogliere, almeno in modo sufficientemente determinato. Ma gli aeroporti, poi, sono “luoghi”? Si possono definire con questo termine così impegnativo?

Luciano Bolzoni è uno che gli aeroporti li frequenta da decenni in primis per professione – oltre a essere architetto, scrittore e curatore d’arte, cultore di svariate arti del fare e del pensare nonché direttore dell’Officina Culturale Alpes, con la quale anche lo scrivente collabora da tempo – e ne La vita degli aeroporti. Piccoli atterraggi in un mondo sospeso (Ediciclo Editore, 2024) accompagna il lettore alla scoperta di quell’anima degli aeroporti invero evidente e referenziale ma solo a chi la sa cogliere e comprendere, altrimenti nascosta o ignorata dai più che vedono e percepiscono l’aeroporto come un mero spazio di servizio, funzionale a fare altro: imbarcarsi su un aereo e partire o sbarcare per tornare e andare altrove, appunto.

Bolzoni racconta gli aeroporti attraverso una narrazione che si compone di tante “istantanee letterarie” del luogo che ne offrono una visione sempre profonda, perspicace, attenta alle suggestioni e al contempo sensibile ai dettagli, anche i più minimi []

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Colin Wilson, “Aleister Crowley: la natura della Bestia”

Aleister Crowley. Basta la parola anzi il nome – parafrasando un vecchio e celebre slogan della pubblicità – per identificare, secondo molti, una delle figure più geniali dell’Otto-Novecento e, secondo molti altri, una di quelle più maledette.

Ma chi fu realmente Edward Alexander Crowley (vero e completo nome di Aleister)? O, forse sarebbe meglio dire, cosa fu realmente? Un genio oppure un pazzo. Uno dei personaggi più carismatici e rivoluzionari del secolo scorso, o uno dei più esecrabili, da cancellare dalla storia del tempo. Un grande occultista, un mistico, un mago – rosso o nero – oppure un bugiardo, cialtrone, millantatore. Un anticonformista antisistema anticlericale o proprio per questo, secondo alcuni, un conformista radicale che ha fatto di tutto per far credere di non esserlo affatto. Un erotomane che con la bella scusa della magia sessuale tantrica s’è portato a letto innumerevoli donne (e non pochi uomini) oppure un idealista fermamente convinto dei prodigi scaturenti da quelle pratiche di antica origine induista. Un acerrimo nemico di qualsiasi religione, che tuttavia ne ha fondata una propria, Thelema. Uno spiritista che parlava con angeli, demoni e altri esseri soprannaturali oppure un ciarlatano la cui unica dote è stata quella di saper ingannare chiunque gli capitasse a tiro… e potrei continuare ancora a lungo.

Insomma, fu moltissime cose, Aleister Crowley, buona parte delle quali tutt’oggi alquanto divisive nella considerazione del pubblico, che al suo cospetto puntualmente si schiera con nettezza o da una parte o dall’altra, quasi mai a metà. Di sicuro certe cose le fu senza che vi sia possibilità di confutazione: ad esempio – cosa che pochi sanno – Crowley si distinse come un notevole alpinista, autore di grandi arrampicate componente di spedizioni “futuristiche” negli obiettivi e nelle modalità agli ottomila himalayani per come ne tentarono l’ascesa mezzo secolo prima di quelle che poi ne conquistarono effettivamente le vette, al punto che la spedizione italiana del 1954 al K2 riuscì a conquistare la montagna salendo una via, il poi denominato “Sperone Abruzzi”, che fu proprio Crowley a intuire e indicare come la migliore nella propria spedizione del 1902. Fu una persona di riconosciuta grandissima intelligenza e perspicacia, doti usate sia in bene che in male ma che lo cavarono d’impiccio innumerevoli volte nel corso della propria avventurosa vita. Fu uno dei più grandi contestatori del tempo e del mondo nel quale viveva, nemico di qualsiasi conformismo, perbenismo, moralismo diffuso, soprattutto se di matrice religiosa; di contro non fu affatto un satanista, come molti lo hanno accusato di essere, tant’è che negò più volte l’esistenza di Satana al pario di quella di Dio; al riguardo, il soprannome di “Bestia 666” che si diede non fu che una mera provocazione – peraltro in ciò assolutamente efficace, per l’appunto. E fu una persona dotata pure d’una irrefrenabile libertà, vitalità, creatività, energia, voglia di fare e di lasciare un segno importante del proprio transito terreno, nonostante la tossicodipendenza da eroina e cocaina che non riuscì mai a debellare – ma che al suo organismo, molti hanno testimoniato, cagionava conseguenze limitate pur con l’assunzione di dosi che avrebbero abbattuto all’istante qualsiasi altro essere umano.

Ecco, anche riguardo ciò che fu, Crowley fu ed è ancora oggi una figura estremamente controversa agli occhi e al discernimento pubblici. Colin Wilson, rinomato scrittore e romanziere britannico, in Aleister Crowley: la natura della Bestia (Edizioni Ghibli, 2015) traccia del personaggio una biografia tanto attenta quanto laica []

[Aleister Crowley nel 1925.]

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Tino Mantarro, “L’attrazione dei passi. Piccolo invito a scoprire cosa c’è oltre le cime”

Se pensiamo alle montagne, qualsiasi catena montuosa si prenda a riferimento, probabilmente le identifichiamo e vi diamo una forma mentale visualizzando le loro più importanti e celebri vette: il Cervino o il Monte Bianco per le Alpi, il Gran Sasso per l’Appennino, l’Everest e il K2 per l’Himalaya, eccetera. Una referenza inevitabile, posta la spettacolarità di quei grandi rilievi e l’immaginario che generano. Tuttavia, se dovessimo pensare alle montagne in quanto territorio frequentato, abitato e valicato dall’uomo da millenni, avremmo necessariamente da convenire che quasi ognuno di noi le grandi catene le ha conosciute e “conquistate” attraversando i loro passi, l’elemento geomorfologico fondamentale, ben più di qualsiasi pur celeberrima vetta, che alla fine dà sostanza alla nostra idea concreta di “montagna”: perché ci consente di viverla da dentro, in pratica. Anche se poi, ribadisco, è la silhouette del Cervino o di un’altra famosa sommità che ce la simboleggia. In altre parole: se per assurdo una catena montuosa non avesse passi transitabili, la sua importanza dal punto di vista antropico sarebbe minima, proprio perché la frequentazione umana risulterebbe limitata ai pochi alpinisti in grado di salire le sue vette mentre a tutti gli altri toccherebbe girarle intorno, in tal modo escludendola formalmente dalla concezione geografica e culturale del mondo abitabile e abitato.

Per fortuna non è così: ogni catena montuosa qualche valico più o meno transitabile lo possiede. Se prendiamo ad esempio le nostre Alpi e studiamo la loro storia, posto ciò che ho scritto poc’anzi, ci renderemo rapidamente conto che la loro centralità nella cultura e nell’evoluzione sociale del continente europeo è data sicuramente dall’abbondanza di valichi transitabili, dunque di vie attraverso le quali congiungere i versanti opposti mettendo in relazione le rispettive genti, culture, tradizioni, saperi, comunità sociali. Senza contare che il solo fatto di sapere che ci possa essere un “oltre” da esplorare e conoscere, al di là delle grandi montagne, è motivo sufficiente all’uomo che da sempre (per fortuna e al netto delle devianze) insegue «virtute e canoscenza» per salire fin sugli spartiacque e guardare cosa c’è oltre, per poi discendervi e così “vincere” l’ostacolo naturale montano tanto quanto la propria curiosità. D’altro canto, a ben vedere, l’andare oltre i monti è pratica comune a tutti gli esseri viventi che li abitano o vi si trovano al cospetto, dalle varie specie selvatiche agli uccelli migratori finanche agli organismi vegetali. Pensare alle montagne come a degli ostacoli se non peggio a dei baluardi naturali da rendere confini e magari militarizzare è “trovata” umana recente e invariabilmente malsana, oltre che antitetica alla storia secolare delle genti di montagna, come detto.

Per questo – e per moltissimo altro – l’ultimo libro di Tino MantarroL’attrazione dei passi. Piccolo invito a scoprire cosa c’è oltre le cime (Ediciclo Editore, 2023), è un testo che appare affascinante e intrigante fin dal titolo e dal sottotitolo []

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