Strettamente uniti

Una cosa è certa: noi svizzeri dobbiamo unirci più strettamente. Per farlo, dobbiamo capirci meglio, e per capirci meglio dobbiamo anzitutto imparare a conoscerci a vicenda. Cosa conosciamo noi della Svizzera francese, della sua letteratura e della sua stampa? Su questo punto, ciascuno deve rispondere a se stesso.

(Carl Spitteler, Il nostro punto di vista svizzero. Discorso sulla neutralità, in Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.239; orig. 1915.)

In poche e significative parole, peraltro enunciate più di un secolo fa, Carl Spitteler indica per la sua Svizzera una dote fondamentale che invece all’Italia è sempre mancata e continua (continuerà) a mancare. Anche così la Confederazione, piccolo/grande miracolo culturale, sociale e sociologico, ha costruito la sua forza e la capacità contemporanea di primeggiare in molteplici campi, materiali e immateriali; per il motivo uguale e contrario l’Italia è ferma a quelle celeberrime parole del Metternich e allo stato di mera «espressione geografica», incapace di andare oltre perché, sostanzialmente, priva di identità culturale e dunque di una “società” che possa definirsi autenticamente tale, realmente viva e vitale. Per la gioia di innumerevoli parassiti – autoctoni, soprattutto.

L’asino del Messia

[…] Chiedersi in che cassetto sistemare un libro potrebbe sembrare questione di lana caprina o, peggio, quesito della Scolastica medievale del tipo quanti angeli stanno su una capocchia di spillo. Non è così per due ordini di ragioni: la prima è la “Legge di Borges” secondo la quale un’opera di valore cambia irrimediabilmente il modo di leggere quelle precedenti; la seconda, più banale, è che molta (tutta?) la letteratura del Novecento è un magnifico meticciato. Esempi in ordine sparso: “Romanzo di un romanzo”, racconto di Mann sulla genesi del Doctor Faustus, è saggistica o narrativa? E lo stesso Faustus, cos’è se non una gigantesca contaminazione di generi? (Per non parlare della Recherche, il capolavoro totale dove la riflessione sulla natura delle cose è il naturale contrappunto dell’invenzione narrativa). Mentre scrivo mi vengono in mente le altre grandi contaminazioni: “I sonnambuli” di Broch e Austerlitz”, “Gli emigrati” e “Gli anelli di Saturno” e più in generale ogni lavoro di Sebald, lo scrittore che abbiamo precocemente perduto, travolto da un evento che pare uscito dalle sue pagine. (Ma certo, c’è anche Naipaul, altro specialista della narrazione saggistica: ma è una scrittura di pesantezza astiosa la sua, e non riesco a considerare il premio ricevuto se non come l’ennesimo Nobel “politico”).
Arrivo finalmente al titolo del post. “L’asino del Messia”, l’ultimo lavoro di Wlodek Goldkorn, l’uomo che dopo aver curato per anni i libri degli altri finalmente s’è deciso a prendersi cura dei propri. Penso vada inteso (e quindi letto) come la prosecuzione de “Il bambino nella neve”, la prima parte della riflessione di Goldkorn su cosa significhi essere ebrei nel secolo della Shoah. A scanso di equivoci una riflessione che riguarda tutti e in modo particolare i non-ebrei. Perché, come ha intuito Primo Levi, insieme agli ebrei d’Europa la Shoah ha distrutto l’idea di civiltà occidentale: insieme ad essa si è perso il legame causa-effetto alla base della nostra concezione, nostra di noi occidentali, di razionalità e ragione […]

(Photo credit: Jacek Proszyk – CC BY-SA 4.0 -https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

(Da un bell’articolo dell’amico Giuseppe Ravera tratto dal suo blog Le nuove Madeleine, ove l’ha pubblicato lo scorso 11 ottobre. Leggetelo nella sua interezza cliccando qui e approfittatene per esplorare il blog, assai ricco di contenuti interessanti e di visioni illuminanti sul nostro mondo e sui tempi che viviamo, abbiamo vissuto, vivremo.)

 

Tre cose

Il leggere rende un uomo completo; il parlare lo rende pronto; e lo scrivere lo rende preciso.

(Francis Bacon/Francesco Bacone, Degli studi, L, in Saggi, traduzione di Cordelia Guzzo, in Scritti politici, giuridici e storici, vol. I, a cura di Enrico De Mas, UTET, Torino, 1971. Vedi anche qui.)

Daphne Caruana Galizia

(Fonte dell’immagine: https://www.ilsussidiario.net)

Ci sono corrotti ovunque si guardi, la situazione è disperata.

Daphne Caruana Galizia, chiudendo l’ultimo post sul suo blog “Running Commentary”, alle 14.35 del 16 ottobre 2017, pochi minuti prima di essere uccisa. Un’affermazione che è ben più di un monito o di un allarme: è una verità che concerne la gran parte del mondo in cui viviamo, e che spesso rimane ben protetta dietro la nostra indifferenza finché donne e uomini coraggiosi come lei riescono a scuoterla e spazzarla via.
Margaret Atwood ha scritto che «Quando un giornalista viene ucciso ne soffre tutta la società»; ma quando giornalisti di gran valore come Caruana Galizia vengono uccisi, muore anche un po’ della nostra civiltà.

P.S.: oggi per Bompiani esce l’ultimo libro italiano sui suoi scritti e le sue indagini, Di’ la verità anche se la tua voce trema; cliccate qui per saperne di più.

(L’immagine in testa al post è tratta da questo articolo de “Il Sussidiario”.)