[Daniil Charms dopo l’arresto del dicembre 1931. Foto di OGPU pri SNK SSSR, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]
C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.
(Daniil Charms, Quaderno Azzurro, n. 10, 1937, traduzione di Rosanna Giaquinta; citato anche in Disastri, nella traduzione di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011, libro del quale vi dirò a breve.)
A me, questo fulminante brano di Charms mi fa venire in mente, chissà perché, il “giornalismo” nazional-popolare italiano. Perché ove Charms conclude che sia meglio non parlare più di un tale che non ha niente e dunque non fa capire di chi si sia parlando, il giornalismo italiano, spesso (?!), su certi individui che non offrono nulla di cui parlare ci costruisce sopra articoloni, editoriali, puntate televisive, talk show, gossip, esclusive, casi, sondaggi, retroscena, scoop, eccetera. È il giornalismo del niente e del nulla, che però da tutti i media racconta come se avesse tutto da dire.
Invece no. Per questo sarebbe meglio non parlasse più, ecco.
Geopolitica, questa sconosciuta. Mi viene da dire questo, se penso a tale disciplina così fondamentale e parimenti così indeterminata e, di conseguenza, poco compresa e ancor meno conosciuta dal grande pubblico, vuoi anche perché fondamentalmente ignorata dai mass media nazional-popolari i quali, nei rari casi che la trattano, lo fanno male. Eppure resta uno degli strumenti principali che possiamo utilizzare per comprendere il mondo che abitiamo nonché per cercare di intuire le direzioni che sta prendendo, in primis a livello regionale e poi a quello globale. Ciò non fosse che per una peculiarità basilare che la geopolitica possiede, e “segnala” già nel proprio nome: il fatto di generarsi dalla geografia, la quale contiene in sé la storia delle genti che abitano le zone geografiche (come ben insegna la geografia umana) e dunque, inevitabilmente, anche le vicende politiche (nel senso originario del termine) che hanno contribuito allo sviluppo – positivo o meno – di quelle zone.
Per questo un testo come Le dieci mappe che spiegano il mondo del giornalista e scrittore britannico Tim Marshall (Garzanti, 2019, prefazione di Sir John Scarlett, traduzione di Roberto Merlini; orig. Prisoners of Geography, 2015) assume un’importanza rara, innanzi tutto ponendosi come una lettura ovviante la carenza conoscitiva diffusa della disciplina geopolitica di cui ho scritto poc’anzi. Inoltre, fin dall’introduzione del volume viene posto l’accento sul fatto che «Per comprendere quel che accade nel mondo abbiamo sempre studiato la politica, l’economia, i trattati internazionali. Ma senza geografia non avremo mai il quadro complessivo degli eventi» – ciò che asserivo lì sopra, appunto. Che è poi una cosa assolutamente affascinante ed emblematica, se ci pensate bene: siamo uomini del Terzo Millennio, ipertecnologici, capaci di creare realtà virtuali d’ogni sorta, quasi pronti a sbarcare su Marte eppure, ancora oggi, per governare il nostro “piccolo” pianeta dobbiamo fare i conti con mari, oceani, montagne, fiumi, deserti che ci influenzano e regolano la nostra vita, sotto ogni punto di vista, in fondo non così diversamente da qualche millennio fa – il titolo originale inglese del volume, utilizzando il termine “prigionieri”, evidenzia efficacemente proprio ciò, ben più di quello italiano.
Tim Marshall cerca di spiegare al lettore questa ineluttabile realtà attraverso l’analisi di dieci mappe che, nel complesso, disegnano e identificano la gran parte delle terre del mondo […]
[Immagine tratta da qui.](Potete leggere la recensione completa di Le dieci mappe che spiegano il mondo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
In verità io, di Will Self, ora non volevo leggere un’opera letteraria ovvero di finzione, anche se poi l’autore britannico mi era noto unicamente in questa veste. Poi, leggendo London Orbital di Iain Sinclair ho scoperto la sua notevole produzione psicogeografica, prodotta attraverso collaborazioni come columnist con alcuni dei principali giornali britannici e confluita poi in libri purtroppo non (ancora) editi in italiano. Per tale motivo, avendo nel reparto “libri da leggere” della mia biblioteca domestica Dr Mukti e altre sventure (Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2009, traduzione di Vincenzo Latronico; orig. Dr Mukti and Other tales of Woe, 2004), e avendo matura la curiosità di leggere qualcosa di Self, mi sono dedicato a tale opera ovvero raccolta di racconti – cinque, tutti piuttosto lunghi e in particolare il primo che dà parzialmente il titolo al libro.
Will Self scrive benissimo, l’accostamento da molti proposto alla produzione e allo stile di Salman Rushdie non è affatto campato per aria, anche se il surrealismo di Self è meno mitologico e più legato alla realtà contemporanea rispetto a quello di Rushdie. La componente psico- è ben presente, la si ritrova alla base di buona parte dei testi ed è forse l’ambito dal quale l’autore sa estrarre la più evidente componente ironica dei testi – anche se dovete prendere l’attributo “ironica” in modo parecchio lascio: non aspettatevi di ridere a crepapelle nel corso della lettura. Per tali motivi i testi si leggono con un certo piacere e tuttavia, per tutti quanti (eccetto l’ultimo, forse), la cosa che viene da pensare una volta conclusa la lettura è: «Ok, e quindi?» […]
(Leggete la recensione completa di Dr Mukti e altre sventure cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
«Non credo che valga la pena per lei fare testamento» mi disse l’avvocatessa. «Dovrà pagarmi per stilarlo, e pagare per depositarlo. Sinceramente… la sua roba non vale praticamente niente.» Il sudore le incollava la camicetta al reggiseno bianco.
«Non mi piace l’idea che lo Stato si appropri delle mie cose. Di nessuna di esse.»
Sul tavolo, un ventilatore frusciava avanti e indietro, spaginando i destini di uomini e donne.
«Capisco.»
Il distributore d’acqua fece un suono di bolle, forse stava andando in ebollizione?
«Sarei dannato per l’eternità al pensiero che anche un solo mio vecchio libro o calzino spaiato contribuisca con la propria essenza materiale al potere dello Stato.»
«Capisco» l’avvocatessa mi guardava via via più sospettosa. «E mi dica, c’è qualche ragione in particolare che la spinge a fare testamento proprio ora?»
«No, assolutamente no. La mortalità, però, ce l’abbiamo tutti alle costole, non crede?»
La graficamente notevolissima e notevolmente emblematica prima pagina del “New York Times” del 24 maggio scorso, che presenta una lista di circa 1.000 persone morte per Covid-19 con relativi brevi necrologi, a rimarcare concretamente la spaventosa gravità della pandemia negli USA – che hanno ormai superato i 100.000 morti – come in nessun altro paese del mondo, mi ha fatto tornare alla mente, chissà come mai, un breve tanto quanto (divenuto) celeberrimo passaggio d’un libro dello scrittore e produttore televisivo (ma pure tra i massimi esperti americani di Shakespeare) Steve Sohmer:
L’America può mandare un uomo sulla Luna, figuriamoci se non possono mettere un idiota alla Casa Bianca.
(da Favorite Son, 1987, ed.it. Gli ultimi nove giorni, traduzione di Vincenzo Mantovani, Rizzoli, Milano, 1988; il passaggio è a pagina 263.)
Sohmer lo scrisse quando alla presidenza degli USA c’era ancora Ronald Reagan ma – ribadisco, chissà come mai – tale affermazione non solo non ha tempo ma risulta quanto mai perfetta proprio in questo periodo.