La pluripremiata “Spluga Climbing Gym” di Enrico Scaramellini a Campodolcino, ovvero: costruire bene in montagna si può!

Nel gennaio 2021 pubblicai un articolo (questo) nel quale presentai il progetto della nuova palestra di arrampicata di Campodolcino (Valle Spluga, provincia di Sondrio) dell’amico architetto Enrico Scaramellini; all’epoca il cantiere non era stato ancora aperto. Descrivevo il progetto come «un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso».

I lavori sono poi effettivamente partiti nel 2022: la palestra è stata completata nel 2023, inaugurata a maggio 2024 e da allora a oggi ha ricevuto una sfilza di riconoscenti e prestigiosi premi, ad esempio nel 2024 il progetto è stato selezionato in rappresentanza dell’Italia tra i cinque per ciascuna nazione al Piranesi Award in Slovenia; ha vinto, sempre nel 2024, il primo premio ne “I luoghi per lo sport” di Inarch Piemonte; quest’anno ha ricevuto la menzione d’onore all’Alpi Design Award nella categoria “Architettura e Ambiente” e si è classificato al primo posto al Festival “Abitare minimo in montagna” nella sezione Architettura minima. Nel frattempo numerose riviste di architettura in giro per il mondo ne hanno scritto e l’opera è diventata materia di studio in molte università.

Ma in quell’ormai lontano 2021, quando la palestra era ancora un progetto sulla carta, non fui per nulla bravo, io, o preveggente o più lungimirante di nessun altro nel pensare del progetto di Sacaramellini ciò che poi scrissi e nel vedere quelle particolarità che poi sono diventate parte delle motivazioni dei numerosi riconoscimenti ricevuti dalla palestra. Molto più banalmente, è stato il progetto a dichiararsi da subito così importante e significativo, in un modo che credo molti altri avrebbero potuto intuire e comprendere. Di fronte tanti, troppi progetti edili e infrastrutturali realizzati ovvero concepiti nei territori montani palesemente brutti e fuori luogo, la Spluga Climbing Gym (questo il nome effettivo) di Scaramellini si è da subito manifestata come un’opera ben pensata e altrettanto ben fatta, una realizzazione esemplare della necessità di tornare a costruire sui monti cose umane che siano in relazione realmente armonica con il loro paesaggio, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso e ribadisco di frequente) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori, nel quale percepire quella citata armonia tra presenza umana, storica e attuale, e territorio naturale che, appunto, fa sentire bene nel luogo e gradevolmente accolti nel suo ambiente, contribuendo ad apprezzarne ancor più le sue specificità.

[Uno degli ultimi premi nel quale la Spluga Climbing Gym è tra le opere finaliste, il BigMat International Architecture Award.]
Dunque non posso che ribadire una volta ancora i miei più complimenti e l’ammirazione per il lavoro di Enrico Scaramellini e per la visione della presenza e della residenza umana nei territori montani che sa esplicare nei suoi progetti. Emblematici e esemplari non solo in tema architettonico ma, ben più in generale, riguardo la vita presente e futura in montagna.

L’importanza di portare i giovani in montagna (ma quella vera!)

[©Lubin Godin/Wildlife Photographer of the Year.]
L’immagine fotografica che vedete qui sopra, che riprende uno stambecco fotografato durante un’ascensione mattutina al Col de la Colombière in Alta Savoia, Francia, s’intitola Alpine Dawn, è del francese Lubin Godin e ha vinto il Premio “Wildlife Photographer of the Year 2025” nella categoria 11-14 anni.

Già, Lubin Godin ha 13 anni; qui trovate la sua pagina Instagram con molte altre fotografie.

[©Andrea Dominizi/Wildlife Photographer of the Year.]
Quest’altra invece è la fotografia vincitrice nella categoria 15-17 anni e del premio di “Young Wildlife Photographer of the Year 2025”: si intitola After the Destruction, è del diciassettenne italiano Andrea Dominizi e immortala un cerambice in una zona disboscata sui Monti Lepini, nel Lazio, vicino a una ruspa abbandonata. La sua pagina Instagram è qui.

Queste cose mi fanno pensare a come sia bello e importante che i ragazzi manifestino curiosità, attenzione e sensibilità verso i territori montani e i loro ambienti naturali, e come siano capaci di farlo ben più di quanto troppo spesso non sappiamo fare noi adulti; me ne sono reso nuovamente conto anche di persona poco tempo fa, al Rifugio Forni sopra Santa Caterina Valfurva, nell’occasione della quale vi ho scritto qui. È fin troppo banale osservare, e d’altro canto necessario farlo, che i giovani sono il futuro del nostro mondo e hanno nelle loro mani le sorti del pianeta, inclusa – loro malgrado – la responsabilità di rimediare ai danni che le generazioni precedenti gli hanno cagionato.

Ma per sviluppare quelle doti verso i territori naturali, indispensabili per agire in questo modo, devono essere forniti degli strumenti culturali necessari e della giusta visione al riguardo. Cominciando dalle cose più semplici tanto quanto utili: come il far loro frequentare gli ambienti naturali più intatti e meno antropizzati, meno modificati e assoggettati a fruizioni decontestuali alla loro dimensione, dove possano relazionarsi direttamente con la Natura alimentandone la conoscenza, lo stupore verso la sua bellezza, la comprensione della sua importanza e della fragilità, la cognizione della presenza umana in essa e di cosa può comportare nel bene e nel male. Portarli in montagna a farsi selfies su una panchina gigante o un ponte tibetano ovvero in quei territori trasformati in meri luna park alpestri, oppure abituandoli troppo alla comodità degli agi turistici invece che al godimento della camminata e della meta conquistata con la fatica ma pure con la certezza di aver vissuto un’esperienza bella e importante, sovente indimenticabile, significa inquinare fin da subito la loro percezione, estetica e culturale, dei territori montani impedendo la comprensione compiuta delle loro peculiarità, dunque anche la capacità di capire quanto sia necessario preservarne il più possibile l’integrità tutelandone la bellezza inestimabile.

Tutto ciò è più che una semplice azione educativa: è il miglior avvio per elaborare un modus vivendi e intessere la più bella e proficua relazione tra i ragazzi-futuri adulti e le montagne, la natura, il pianeta intero con tutte le creature viventi con le quali lo coabitiamo. È una garanzia per il futuro di tutti noi, insomma, che va costruita e consolidata ora, da subito, con costanza incrollabile con l’impegno di tutti. Perché in futuro la bellezza assoluta e incontaminata del nostro mondo non debba essere ammirata soltanto in una fotografia.

Quando l’architettura è arte (in montagna)

L’architettura è un’arte. Ci si dimentica spesso di questa verità (a volte gli stessi architetti se lo scordano, ne siano consapevoli o meno) e, anche quando la si ricorda, si concepisce esclusivamente attraverso l’opera architettonica in sé. Ciò non è sbagliato ma risulta una visione parziale: in quanto «organizzazione dello spazio antropizzato in cui vive l’essere umano», l’architettura si fa arte quando grazie all’opera concepita “inventa” (τέκτων, técton: “creare”, “plasmare”) lo spazio nel quale è inserita, dandogli nuova forma e nuova identità oppure rigenera e potenzia quella esistente, se il luogo già la possiede. D’altro canto è ciò che accade con qualsiasi altra opera d’arte autenticamente tale: un dipinto dozzinale non aggiunge nulla all’ambiente nel quale è esposto, un capolavoro invece vi aggiunge moltissimo: in bellezza, fascino, valore materiale e immateriale, piacere di starci, eccetera.

Due ottimi esempi di tutto questo – uno già realizzato, l’altro è augurabile che lo sia – li vedete qui.

Le Casermette di Moncenisio (Antonio De RossiLaura MascinoMatteo Tempestini del Politecnico di Torino, Edoardo Schiari e Maicol Guiguet di Coutan Studio Architetti), che ho già raccontato in questo articolo, sono un progetto solo apparentemente piccolo e in verità di grande e emblematica importanza per il luogo che le ospita, un comune montano tra i più piccoli d’Italia che ora possiede un mirabile strumento di rigenerazione per il proprio territorio e la sua intera comunità, perfettamente integrato nel paesaggio locale. Per questo e per molto altro al progetto sono stati insigniti due importanti riconoscimenti: il Premio internazionale Architettura Minima nelle Alpi e la “Bandiera Verde” 2024 di Legambiente, che in modi diversi ma armonici ne segnalano il valore.

La proposta per l’ampliamento e la riqualificazione del Rifugio Graffer, a 2261 m di quota sopra Madonna di Campiglio, (Enrico Scaramellini, Daniele Bonetti, Pietro Dardano, Stefano De Stefani di S+D Engineering) è un progetto che con molta attenzione cerca un nuovo equilibrio con l’esistente, mentre la scoperta del dettaglio e l’uso raffinato dei materiali è il fondamento di un profondo pensiero progettuale. Il porticato, luogo protetto che guarda verso il paesaggio in prossimità del secondo nuovo ingresso, si trasforma in uno spazio a doppia altezza in cui luce, materiali e dettaglio architettonico contribuiscono all’architettura e alla sua atmosfera.

Due manifestazioni di autentica e notevole arte architettonica, in buona sostanza, proprio in base a ciò che ho rimarcato lì sopra, e modelli esemplari di progettazione dello spazio e del paesaggio la cui capacità d’influenza nei territori montani è quanto mai auspicabile.

Tra i migliori trenta architetti italiani

Sono molto felice di leggere che il sito web internazionale Architizer, con sede a New York e mission dichiarata di «celebrare la migliore architettura del mondo e le persone che le danno vita» ha incluso l’amico Enrico Scaramellini e il suo studio Es-Arch tra i migliori trenta studi di architettura italiani, in base a una classifica la quale considera alcune delle statistiche chiave che dimostrano il livello di eccellenza architettonica di ciascun studio.

È un riconoscimento meritatissimo per Scaramellini e non lo dico tanto io, che non conto granché, quanto la stima e l’apprezzamento che gode dentro e fuori il mondo dell’architettura nazionale e, appunto, internazionale. Ciò grazie a progetti e opere principalmente realizzate in territori montani (ne vedete alcuni lì sopra) dallo stile riconoscibile, emblematico, abili nel coniugare tradizione e innovazione in modi mai banali e sempre capaci di raccontare narrazioni dei luoghi e delle relazioni che danno loro vita, per le quali l’opera progettata rappresenta un ulteriore elemento di forza, di vivacità, di dinamismo spaziale e temporale.

La classifica è stata pubblicata ormai da qualche settimana ma ne parlo ora perché è imminente l’inaugurazione di uno degli ultimi progetti Es-Arch: la nuova palestra di arrampicata di Campodolcino (Valle Spluga, provincia di Sondrio; la vedete nelle immagini qui sotto). Un’opera estremamente suggestiva le cui forme, i volumi, le superfici dialogano con la morfologia delle montagne circostanti richiamando nelle proprie linee architettoniche e nei colori le relative peculiarità del paesaggio alpestre locale, al contempo risultando estremamente agile, quasi leggera nonostante l’apparente monoliticità, al punto da sembrare più contenuta di quanto in realtà sia.

Di nuovo complimenti vivissimi a Scaramellini, il cui personale cammino esplorativo sui sentieri e nei territori dell’architettura più bella e armoniosa prosegue disseminando cairn architettonici di mirabile fascino e grande valore culturale, sia per i luoghi e i paesaggi nei quali vengono inseriti che per chiunque se li ritrovi di fronte e li possa ammirare.

Sabato scorso a Milano, al “Premio Meroni”

Quella vissuta sabato a Milano, nella Sala Alessi di Palazzo Marino per la cerimonia di consegna del Premio Marcello Meroni 2023, è una giornata che non fatico a definire indimenticabile. Ciò per tanti motivi: innanzi tutto in un così prestigioso contesto ho goduto dell’onore di presentare la candidatura del caro amico Michele Comi, che ha vinto il premio per la sezione cultura – meritatissimamente, visto quanto fa ormai da anni per promuovere in molteplici forme la più compiuta e preziosa educazione culturale in chiunque ami andare per montagne (e non solo a quelli); quindi perché altri preziosi amici e bellissime persone, Annamaria Gremmo con Marco Soggetto e Francesco Sisti, hanno vinto il premio per la sezione ambiente grazie alla loro mirabile opera a difesa del Vallone delle Cime Bianche – una candidatura non formulata da me ma che un po’ sento anche mia. Poi per aver avuto la fortuna di conoscere personalmente Don Luigi Ciotti (uno dei rarissimi uomini di chiesa che ammiro, lo dico in tutta sincerità), e perché tutte le altre figure premiate hanno presentato e raccontato storie di montagna bellissime e veramente meritorie di grande ammirazione e considerazione. Ho poi incontrato e rivisto amici carissimi e prestigiosi come Luca Calvi e Alessandro Gogna (tra i giurati del Premio), Cesare Martinato, Laura Aliprandi, Gabriella Suzanne Vanzan, Aldo Faleri. Infine un grazie di cuore va a tutti gli organizzatori e ai curatori del Premio Meroni e della giornata di sabato, che hanno permesso ai presenti di viverne le intense suggestioni.

Insomma: è stata una giornata di grandi emozioni e ispirazioni tra persone invariabilmente belle la cui conoscenza personale è senza dubbio una delle cose più importanti che ho, e che le foto della galleria lì sopra – di Annamaria Gremmo, Marco Soggetto, Stefania Comi – registrano almeno per una certa parte.