Un mondo (editoriale) che sta svanendo

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Vi invito a leggere (cliccando sull’immagine qui sopra) l’ottimo articolo della sempre illuminante Annamaria Testa che, in esso, offre quella che mi pare la migliore disamina possibile della stato attuale della lettura in Italia – peraltro ricca di innumerevoli spunti di riflessione. Stato assai triste – ma è ormai lapalissiano denotarlo, purtroppo.

Vorrei però qui soffermarmi sul solo titolo dell’articolo, e che riassume in poche parole quello che è il dato più drammatico e sconcertante tra quelli analizzati da Testa: il calo ormai costante da anni del numero degli elettori, che sul grafico della lettura in Italia pare decisamente diretto verso un punto, molto in basso ma sempre più vicino, con scritto da parte estinzione. Termine volutamente catastrofista, sia chiaro, ma non così distante dalla realtà dei fatti, se andiamo avanti di questo passo.

Quel titolo mi fa riflettere sull’evidenza che, nel mondo dei libri e della lettura nostrano, a ben vedere ce ne sono parecchi di svanimenti in corso. Stanno svanendo i lettori, appunto, ma stanno svanendo pure i buoni libri, quelli che ancora hanno alla base un considerabile valore letterario e, dunque culturale: o meglio, ci sono ma svaniscono alla vista, nascosti dalla marea di libroidi senza alcun valore che troppi editori mettono in commercio per far cassa, vendendoli come meri beni da hard discount, da consumo utilitaristico e nulla più come fossero saponette (citando sempre Annamaria Testa). Ciò mette in luce che stanno svanendo pure i “buoni” editori, quelli che facevano autentico talent scouting, che avevano consapevolezza che pubblicare libri è un importantissimo lavoro culturale, una missione da portare avanti per il bene della società in cui si opera. Invece oggi, ribadisco, si punta a far cassa, anche perché molti editori fanno parte di gruppi industriali ai quali interessa solo l’utile di bilancio e/o i dividendi agli azionisti, e se un capolavoro letterario assoluto non garantisce le vendite di un libroide del personaggiucolo televisivo di turno, tranquilli che il primo sarà gettato alle ortiche in men che non si dica, alla faccia della cultura, della letteratura, del valore culturale (e sociale) della lettura e di tutto il resto: solo fregnacce, agli occhi di chi comanda i suddetti gruppi industriali.

Altra conseguenza inevitabile di quanto sopra, ormai in accadimento da tempo, è che stanno svanendo le librerie e i librai – quelli veri, anche qui intendo dire. Il mercato è inesorabile: se non c’è domanda, non serve offerta. Peccato che quell’offerta non è solo e meramente commerciale, ma è l’offrire la presenza pubblica di indispensabili presidi culturali – dacché questo sono le librerie, a mio modo di vedere – senza le quali qualsiasi luogo urbano perde buona parte della sua urbanità ovvero della civitas che nasce e prospera proprio grazie alla cultura diffusa, in massima parte.

Ecco, per l’appunto: svanendo tutto quanto sopra, inesorabilmente svanisce anche la cultura diffusa, dal momento che il libro – anche questa cosa la ribadisco da sempre – è l’oggetto culturale per eccellenza, il più immediato, semplice, economico ed efficace metodo per agevolare la diffusione della cultura in ogni parte d’una società civile. La quale, senza cultura, svanisce a sua volta: non esiste interrelazione sociale che non sia supportata da una cognizione culturale ben estesa e propagata. Non a caso, la nostra società civile, così sofferente da tempo di tali malanni culturali, presenta un tasso di coesione sociale nonché di consapevolezza sociologica e antropologica tra i più bassi in Europa. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani: ma l’unica base per farli era ed è la cultura, senza di quello si può fare ben poco – e si vede!

Insomma: è un mondo in potenziale drammatico svanimento, quello della lettura dalle nostre parti.

Cosa fare per invertire questo processo devastante? Annamaria Testa, nell’articolo, già fornisce qualche buona idea. Per quanto mi riguarda, torno al titolo del suo articolo dal quale sono partito per elaborare la mia disquisizione, e dico che stanno svanendo i lettori, a quanto sembra, ma non possono svanire le persone. Che se erano lettori e non lo sono più, o se non lo sono mai stati, lo possono diventare o tornare a essere. Ovvero, c’è bisogno che la lettura ricominci dai fondamentali, dal basso – lasciando stare l’alto istituzionale, sul quale si può fare poco o nulla affidamento – da noi tutti singoli individui; deve tornare a essere qualcosa di pubblico, di usuale, di ordinario, deve diventare motivo di chiacchiericcio quotidiano esattamente come lo è il calcio o la politica – anzi, al posto del calcio e della politica! Il libro deve diventare un oggetto costantemente nello sguardo e nella mente delle persone: i buoni libri non possono perdere il fascino e le doti che posseggono, semmai è stato il nostro modus vivendi contemporaneo che, da un certo punto in poi, ha voluto ignorare o oscurare quel fascino e quelle doti che mai e poi mai la televisione (un tempo fonte di acculturamento di massa e poi di imbarbarimento) potrà offrire con simile forza ed efficacia. In confronto ad altri intrattenimenti contemporanei, un buon libro è un po’ come un hotel da almeno quattro stelle nel quale si possa alloggiare, godendo di tutti i suoi confort, ad un prezzo irrisorio, mentre quegli altri intrattenimenti sono come un albergo bellissimo fuori e alquanto scadente dentro. Come si potrebbe giudicare chi scelga di alloggiare in quest’ultimo – con ottusa pervicacia, peraltro – piuttosto che nel primo? Ecco, ci siamo intesi.

A proposito del Bonus Cultura, poi…

3920880_magritteChe poi, a pensarci bene, intorno al fallimento del Bonus Cultura per i diciottenni… In pratica: soldi per acquistare cultura, questo è. Ma non dovrebbe essere invece la cultura “denaro”, un capitale, un patrimonio da spendere per la vita (ovvero per far acquistare valore ad essa), e senza alcun limite? In fondo, il noto proverbio “chi più spende, più guadagna” sembra fatto apposta per lo scambio culturale: più spendi – la cultura che possiedi – più guadagni – la cultura che acquisisci di rimando.
Che sia per questo se il Bonus Cultura, e tutte le iniziative simili, falliscono inesorabilmente? Che serve avere soldi da spendere in cultura, se poi non si ha la cultura di sapere come spenderli? Uno sconfortante cortocircuito, insomma.

“Qualcuno” senza qualcosa

persone-vuoteÈ veramente sconcertante la smania di certa gente – sempre più numerosa – di voler essere “qualcuno” senza essere qualcosa. Non è una novità, che ciò accada, ma almeno un tempo si cercava di offrire qualcosa, appunto, che facesse credere agli altri di essere qualcuno; oggi invece no, oggi meno si ha e si offre di sé – di buono, ovviamente intendo dire – più si pretende di essere considerati. Viviamo in una società che è colma di tutto, nel bene e nel male, ma si sta drammaticamente svuotando di ciò che sarebbe più utile per considerarla realmente tale: di valore umano, di individui che siano persone vere e non una sorta di scatole magari belle fuori ma totalmente vuote dentro. I frequentatori perfetti dei numerosi non luoghi divenuti ormai l’unico spazio pubblico per così tanti individui contemporanei: non persone, insomma.

Ma oggi il libro è in grado di “fare” il futuro?

aad33fdf5dd9747c2ec5a48710bd6b19«In che senso, scusa?» risponderete voi, probabilmente.
Sì, è vero, la domanda è all’apparenza piuttosto strampalata, dunque vado subito a chiarirla meglio. M’è sorta nell’ascoltare una conversazione sul fare libri al giorno d’oggi, nel senso di scriverli, o meglio nel capire che senso abbia – debba avere – scrivere libri, oggi. Perché – lo ribadisco per l’ennesima volta – il libro è l’oggetto culturale per antonomasia, quello che col miglior rapporto qualità/prezzo/fruibilità/godimento più di ogni altro rappresenta la cultura presso il pubblico più grande e si fa suo più efficace ambasciatore. Ed è tutto ciò a prescindere, anche quando il suo scopo non sia dichiaratamente quello (per scelta o per colpa), così come la più spettacolare fuoriserie, al di là di essere un oggetto di design, un emblema di tecnologia, di aerodinamica e quant’altro, resta sempre un autovettura per il trasporto delle persone.
Posto ciò, e posta la valenza culturale imprescindibile di tutti i libri (salvo rarissimi casi, appunto), nonché posto che la cultura è retaggio indispensabile del passato ed elemento fondamentale del presente al fine di viverlo al meglio per costruire il miglior futuro possibile, m’è venuto appunto da chiedermi: ma i libri, oggi, sono “oggetti” che rivendicano – o sanno rivendicare – il proprio valore di costruzione culturale del futuro, oppure restano ancorati al proprio presente se non, in certi casi, divengono mera testimonianza del passato?
Non è una mera questione di contenuti, sia chiaro. Ad esempio non è, banalmente, che il romanzo di fantascienza costruisca il futuro e il saggio storico resti bloccato nel passato di cui disquisisce. Personalmente, credo che un libro possa “costruire” il futuro – o aiutare a farlo – quando sappia portare al suo lettore un messaggio di valore potenzialmente atemporale, almeno nell’essenza, quando la sua lettura sappia suscitare riflessioni e considerazioni protratte nel tempo, quando sappia formare per sé stesso uno spiccato carisma letterario oppure, anche, quando la sua forma sappia innovare il presente linguistico del quale fa parte.
Capirete che non sto scoprendo nulla di che: ogni libro, io penso, dovrebbe cercare di lasciare una propria traccia evidente nel tempo, senza restare meramente vincolato alla propria epoca in tutto e per tutto. Di contro, forse capirete pure che oggi, sempre più spesso, il libro viene ridotto a puro oggetto di intrattenimento (oltre che, commercialmente, a semplice bene di consumo, ma questo è un altro discorso) nel quale il necessario valore letterario viene messo da parte per confezionare un prodotto il quale, appunto, ricorda molto quanto offerto dalla TV: un passatempo di basso profilo che non abbisogna di impegno intellettuale e, di contro, che sovente rincorre il più banale e ovvio sentore comune. Non un elemento che genera e costruisce cultura, dunque, ma che prende la forma della (sotto)cultura dominante, ancorandosi al proprio presente e rinunciando a qualsiasi futuro, appunto.
Tirando le somme di questo ragionamento: sono convinto che ogni autore il quale scriva un testo e lo proponga ad un pubblico debba anche porsi lo scopo di far che da quel suo testo possa generarsi un “retaggio culturale attivo”, dunque che in un modo o nell’altro (o in entrambi, se possibile!) il testo sappia costruirsi un’essenza letteraria – o un carisma, come l’ho definito poco sopra – nel momento della sua prima lettura che poi sussista col passare del tempo. Ciò anche per i libri di intrattenimento (intelligente, intendo dire: ce ne sono, senza dubbio), per i romanzi brevi o lunghi, i racconti, i componimenti poetici… Insomma, non è una questione di forma e, nemmeno, di sostanza, ribadisco, ma di essenza. E non è nemmeno questione che un testo sia un capolavoro letterario, un best seller o un’opera fondamentale, giammai che sia firmato di chissà quale gran scrittore. No, è questione di scriverlo con la consapevolezza che tale scrittura dovrà lasciare un segno nel tempo e nel patrimonio di conoscenze condiviso, così che un domani se ne possa riconoscere il valore, la peculiarità, l’essenza – appunto – o quanto meno il senso. Allora sì, il libro avrà contribuito a suo modo a fare il nostro futuro. Altrimenti, non sarà che il mero e ordinario segno d’un presente che nell’attimo successivo è già divenuto passato, potenzialmente dimenticato.

Cultura e politica – Cultura È politica

14494119_mlPiù passa il tempo e più qualsiasi azione di matrice culturale diventa – e deve diventare – anche un’azione politica, mentre qualsiasi azione di matrice politica diventa sempre meno un’azione culturale.
È forse (anche) per tale motivo se la politica appare sempre più ostile alla cultura.