Summer Rewind #5 – Non ci sono più gli scrittori di una volta. E se fosse anche per questo, che non si vendono libri?

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 21 novembre 2013.)

La letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda, Pavese… Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l’idea stessa del male. E diciamo la verità, questo vale anche per una certa letteratura americana à la page… non certo Faulkner o Bellow.

(Enzo Bettiza, estratto da Novecento, il secolo del Male ancora in cerca di scrittori forti, Corriere della Sera, 2 aprile 2010)

Stavo disquisendo qualche giorno fa, con “colleghi” autori ed editori durante la Rassegna della MicroEditoria di Chiari, di tale questione – e lo facevo proprio lì, in un evento dedicato a quell’editoria indipendente nella quale si può ancora trovare letteratura di qualità, sovente ben più che nei cataloghi dei grandi e blasonati editori. Ci si chiedeva, in buona sostanza: ma non è che qui, in Italia, non ce ne sono più enzo-bettiza_photodi grandi scrittori? Non è che ha ragione Bettiza, che pur con tutta la produzione letteraria ed editoriale contemporanea (e lasciando stare ciò che succede all’estero, in America o altrove, visto che almeno io non conosco così bene quel panorama letterario da poterlo indubitabilmente giudicare) di gente come Calvino, Gadda, Pavese in giro non ce n’è proprio più?
Ovvero, intendiamoci: di bravi scrittori ce ne sono parecchi in circolazione, gente che sa scrivere, che sa usare la lingua italiana, che sa creare storie accattivanti, divertenti, piacevoli da leggere, questo è fuor di dubbio. Ma di autori che sappiano creare opere dotate di autentico valore letterario, di spessore, di rilevanza tale da apparire – anche da subito, fin dalla prima lettura – come qualcosa che certamente resterà, che non verrà dimenticata e superata da altre future cose… Che sappiano mettere nei loro testi non solo belle storie, personaggi suggestivi, argomenti intriganti e/o emozionanti ma pure quel quid, quel tot di vera, alta o altissima letteratura il quale renda i loro libri elementi culturali imprescindibili per il pubblico, dunque per la società, che può usufruire della loro lettura… Ecco, ribadisco: mi viene da pensare e mi è venuto da esprimermi, a Chiari con i miei interlocutori, più o meno come si è espresso Bettiza. Unica differenza, ho citato qualche altro esempio di autore del passato ad oggi, secondo me, mai raggiunto da nessuno (Buzzati, ad esempio).
Da tale riflessione ricavo una provocazione pressoché inevitabile: e se noi autori italiani contemporanei, in quanto esponenti della società dalla quale veniamo e nella quale viviamo ovvero da narratori di essa e gioco forza influenzati da essa e dalla sua realtà ordinaria – pur se scriviamo storie di purissima fantasia – finissimo ineluttabilmente e nostro malgrado ad assumere da questa nostra società una certa parte, poca o tanta, della sua palese decadenza, la quale va a intaccare fin dal principio (ovvero nella nostra testa) la bontà letteraria di ciò che scriviamo? Se la capacità dei grandi scrittori del passato come quelli citati di ergersi al di sopra dell’ordinarietà quotidiana per raccontare storie e scrivere libri realmente originali, illuminati e illuminanti oggi, nel sistema politico, economico, sociale e culturale per molti versi corrotto in cui viviamo, non fosse più possibile? Anzi, se pure quando ci si creda alternativi e “antagonisti” a tale sistema e si ritenga di scrivere cose conseguenti, in effetti non si sia che un ennesimo e patetico sottoprodotto di esso, in fondo fruttuoso al suo proliferare?!?
Insomma – per tornare su un piano più pratico – e se in Italia si leggessero pochi libri anche perché non ve ne siano in giro di così sublimi e imperdibili?
E’ una provocazione, lo ripeto, che peraltro ritaglio in primis su me stesso e sul mio meditare circa tale questione – non sto dando dell’incapace letterario a nessuno, sia chiaro! Ma per il bene della letteratura, in virtù della passione di chiunque verso i libri e la lettura e in considerazione della realtà dei fatti nazionale (senza inutili e vuoti catastrofismi, eh!), credo che ci si debba interrogare anche con modalità così urtanti, in modo da comprendere nel miglior modo possibile la situazione in corso e trarne buone conseguenze, azioni, reazioni e ispirazioni.

Salviamo l’editoria e la lettura…

…Leggiamo più libri!
…Scriviamo meno libri!
Che magari, in tal modo, salviamo pure la letteratura (in quanto “arte”), eh!

“Intellettuali” o “pensatori”?

intellettualiConfesso che ogni volta odo proferito il termine “intellettuale” tendo sempre a inarcare il sopracciglio, quando non a percepire una specie di vago ancorché molesto bruciore di stomaco. Non certo per il termine in sé, semmai per l’uso che se ne fa sempre più spesso oggi ovvero per quell’accezione identificante piuttosto comune, e piuttosto comunemente usata a vanvera – dacché il senso originario del termine (“Nella concezione aristotelica erano definite intellettuali quelle virtù come scienza, sapienza, intelligenza e arte che consentivano all’anima intellettiva di raggiungere la verità”, per citare Wikipedia) mi pare assai svaporato nonché parecchio immeritato (si veda cosa già diceva Antonio Gramsci quasi un secolo fa al proposito!)

In ogni caso, da sempre a “intellettuale” preferisco pensatore. Perché tutti abbiamo un intelletto (“Intellettuale: che ha intelletto.”) e dunque, tutti siamo intellettuali? Potenzialmente sì, sostanzialmente giammai – in base al suddetto senso classico. Inoltre, tutti abbiamo un intelletto ma di frequente (e non dico di più) tale intelletto non genera pensieri.

Sia chiaro: la mia riflessione è meramente “umanistica”, per così dire, e svincolata da buona parte dei tanti dibattiti sull’intellettuale come esponente di una élite – il che, va da sé, è cosa sociologicamente inevitabile tanto quanto sostanzialmente sterile, a giudicare da come tale élite oggi agisca e dagli effetti che la sua azione intellettualistica consegue – o non consegue: ed è ciò che, nel caso, ne può generare un’accezione positiva o meno. Peraltro bisogna pure notare che la sussistenza di “élite intellettuali” è tipica di quelle società ove il livello di cultura diffuso – e dunque la capacità di pensare, per farla breve – sia scadente e/o decadente: sempre che un simile processo di letale contro-adattamento non venga manifestato pure dall’élite, in una sorta di situazione in cui è l’allievo ignorante, e non quello capace, che supera il maestro! (State pensando a quello – a quel paese – che penso io?)

D’altro canto, fu proprio l’intellettuale italiano moderno par excellence, Pier Paolo Pasolini, a rilevare come i rappresentanti della cultura alta e raffinata alla fine s’impegnassero in una critica sterile ed astratta chiudendosi in una sorta di casta – appunto – e assumendo un ruolo sostanzialmente conservatore (in verità non antitetico all’intellettualismo militante se culturalmente ben strutturato – cosa tuttavia oggi assai rara, in effetti), poiché vedevano nella società attuale solo connotazioni negative e lasciandosi andare al continuo rimpianto di una mitica “età dell’oro” ormai trascorsa (cito sempre da qui). Posto ciò, nonché quanto sopra detto, ove l’azione degli intellettuali, sia essa elitaria o meno, non porti almeno nel lungo periodo a una diffusa e virtuosa elevazione culturale della massa (anche partendo da una visione negativamente connotante, perché no, peraltro oggi ben più inevitabile di quanto già fosse 40 anni fa), a mio parere è da considerare fallimentare ovvero meramente e boriosamente autocelebrativa – che è in fondo quello che sosteneva Pasolini.

Insomma: “intellettuale” è termine di nobile origine ma di vita contemporanea via via alterata, per così dire. Meglio pensatore, ribadisco. Perché tutti possiamo pensare – dobbiamo pensare. Dovremmo essere – tutti, ribadisco – pensatori, ben più che “intellettuali”. Esattamente come il possedere un’auto non ci rende guidatori: dobbiamo guidarla, appunto, e guidarla bene, per esserlo veramente. Dunque, ci fossero meno intellettuali (vedi sopra, sempre) d’élite oppure no e più pensatori, ecco, credo che questo nostro mondo sarebbe un po’ meno storto – d’intelletto in primis – di quanto invece è.

INTERVALLO – Latina (Italia), Anna

È un INTERVALLO parecchio particolare, questo, per una volta non dedicato a luoghi legati alla cultura e alla letteratura ma a una persona a ciò legata, a sua volta particolare: Anna, una prostituta che attende i propri clienti lungo la Strada Statale Pontina (nella zona di Latina) leggendo libri, sovente di pregio.

Al di là di qualsiasi considerazione sulla vicenda di vita di questa ventisettenne ucraina, mi piace dedicare a lei e alla sua passione letteraria questo articolo: una passione che dimostra come e quanto i libri, sappiano andare al di là di ogni condizione che l’esistenza quotidiana possa donare o imporre, rendendo il loro valore culturale qualcosa di fondamentale sempre, e altrettanto benefico, provvidenziale, salvifico, vitale.

Cliccate sull’immagine in testa all’articolo (con le altre tratta da qui) per leggere uno dei vari articoli usciti in questi giorni sulla storia di Anna.

Le parole sono macigni e noi stiamo nel mezzo d’una sassaiola

Ormai, ogni volta che nel mondo succede qualcosa di spiacevole, sui media si ripete la solita storia: l’uso di parole dal senso e dal valore pesantissimi tanto quanto sostanzialmente travisati o incompresi, con la più ingiustificata e sconcertante leggerezza. Che non serve affatto a descrivere meglio quanto accaduto ovvero ad agevolare la comprensione di quelle parole e dei fatti a cui vengono riferite, tutt’altro: da un lato serve in primis – lo sappiamo tutti bene – per accaparrarsi attenzione superficiale e dunque audience, dall’altro è funzionale a una crescente confusione, a sua volta propedeutica ad un stato di costante paura e insicurezza.
Poco più di un anno fa pubblicavo qui sul blog un articolo dal titolo “Se parole pesanti come macigni divengono leggere come l’aria…”: ecco, ve lo ripropongo, perché la sua validità di senso e sostanza è ad oggi immutata, se non accresciuta. Il che non è affatto un buon segno, per lo stato della società in cui viviamo: ci vengono scagliate addosso parole pesanti come macigni in una sassaiola ormai costante le quali, al posto di fornirci una qualche “nozione” del peso che hanno, finiscono per farci soltanto del gran male.
Buona ri-lettura.

Io farei un libro di pietra che pesa 20 kg perché le parole devono tornare ad avere un peso.

Ha mille ragioni Gian Paolo Serino a sostenere (in un’intervista per la Write and Roll Society) quanto sopra. In effetti trovo parecchio sconcertante come a certe parole parecchio usate e abusate oggi, nel quotidiano contesto politico, sociale e culturale, venga stravolto – spesso totalmente – il peso originario ovvero il senso, il valore il significato fondamentale, per appesantirlo di zavorre tremende come anche per alleggerirlo a furia di escavazioni semantiche. Fenomeno che diventa ancora più evidente quando il presente risulti più turbolento dell’ordinario (o più di quanto non lo fosse già prima, visto come vanno le cose!)
Vi cito qualche esempio – tra i più facili e banali – dei tantissimi che si potrebbero fare sul tema.
La parola crisi è forse la più emblematica di tale processo “contro-semantico” – oltre ad essere forse quella in assoluto maggiormente abusata dai media, dal 2008 a questa parte. Se la sua etimologia originaria rimanda al verbo greco krino, “separare”, “cernere”, in senso più lato discernere, giudicare, valutare, denotando dunque un’accezione positiva, di impulso al cambiamento, al rinnovamento, oggi è stata negativizzata in maniera pressoché parossistica, così che infilarla in un qualsiasi discorso significa macchiarlo di tinte fosche e spedire il suo soggetto verso una fine quasi certamente cupa. Di contro il termine guerra, molto in voga nei giorni in cui scrivo questo articolo, viene da un lato sovraccaricato di paure popolari (o popolane) sovente indotte e usato come attrezzo politico-mediatico parecchio convincente, ma indubbiamente è dall’altro lato scavato di senso autentico e assai superficializzato. Mi viene da pensare che l’uso tanto facile e leggero del termine da parte dei politici contemporanei e dei media è dovuto probabilmente al fatto che buona parte di noi – ovvero tutti quelli che hanno meno di 75 anni – ha avuto la fortuna di non vivere una guerra vera, e di non sapere quindi cosa realmente sia. Motivo peraltro, questo, che in verità giustificherebbe un atteggiamento contrario a quanto invece avviene.
Ci sono poi termini molto “quotidiani” come libertà e democrazia i quali il proprio buon senso autentico lo conserverebbero e pure sostanzialmente intatto, anzi, forse col tempo ancor più determinato, ma che vengono utilizzati con così tanta superficialità e ingenuità, quando non con ipocrisia, da deformarsi e svaporare sempre più nell’intendimento comune. In tal caso è il loro senso a perdere senso, per così dire, ovvero ad acquisire accezioni diverse, credute (e imposte) come conformi a quelle originali e invece del tutto discoste, se non in certi casi antitetiche, sicché l’uso di tali termini risulta il più delle volte francamente fuori luogo. A tal proposito si può denotare che, in questa “categoria” di parole, ve ne sono legate all’ambito religioso che risultano tra le più abusate e distorte, partendo da Dio e finendo a fede – o la stessa parola religione, a ben vedere. D’altronde l’ambito laico ripristina rapidamente la par condicio sul tema: si pensi solo a termini come patria e nazione.
Anche popolo, con le sue varie derivazioni, è un termine di frequente e alternativamente sovraccaricato di significati ovvero sgravato da essi, con ciò assumendo connotazioni sia positive che negative. Bizzarro constatare che, in certi casi, l’accezione positiva serve giustificare un certo vantaggio non al soggetto collettivo stesso identificato dal termine ma ad uno o pochi singoli (“il popolo ha liberamente scelto i propri governanti”) mentre quella negativa a scaricarvi addosso oneri, responsabilità e colpe (“ogni popolo ha i governanti che si merita”.)
A proposito: e politica? Chi si ricorda e considera che la sua etimologia greca originaria – politikḗ (tékhnē), da polis/polítēs, rispettivamente “città” e “cittadino” – ci riporta al significato di “arte di governare la città” ovvero gli stati? Cosa è invece considerata, oggi, se non la mera attività dei partiti “politici” i quali, inutile dirlo, ben poco hanno a che vedere non solo con qualsivoglia arte  – e sottolineo arte! – di governo ma pure con il concetto democratico di comunità ovvero del “governo collettivo della cosa comune”? Niente di più lontano oggi, converrete, nella realtà come nel “senso” contemporaneo del termine che la indica.
Potrei continuare ancora a lungo, come detto, ma a prescindere dalla (relativa) ovvietà degli esempi citati, non la faccio più lunga del dovuto e per concludere questa mia dissertazione voglio citare due ultimi sintomatici termini dal senso e dalle accezioni tirate, anzi, storpiate a destra e a manca ad ogni buona (o cattiva) occasione: realtà e verità. Due parole dal significato pressoché “matematico” cioè impossibile da ridursi a mera opinione. Eppure è ciò che (inopinatamente) accade spessissimo, lo avrete notato chissà quante volte, con modalità che la dicono lunga su come funziona (o come non funziona) il nostro mondo contemporaneo nonché, di contro, di come il bisogno di tornare a fissare certi punti fermi fondamentali (come quelli legati alla lingua che parliamo, appunto, dunque alla nostra reciproca possibilità di comunicazione) al fine di non smarrirci dentro quello stesso nostro mondo e nel tempo in cui stiamo vivendo sia sempre più indispensabile. Anzi, ineludibile.