E’ di solo qualche giorno fa la notizia – riportata ad esempio da La Repubblica – di un nuovo record assoluto di valore per un libro stampato, venduto in asta da Sotheby’s a New York: 14 milioni e 165mila dollari (pari a 10 milioni 337mila e rotti Euro), pagati dal magnate della finanza e filantropo David M. Rubenstein per
aggiudicarsi uno degli 11 esemplari superstiti del Bay Psalm Book, il primo libro stampato in inglese in America del Nord, che venne edito in 1.700 copie nel 1640 dai primi pellegrini arrivati nella terra dei futuri Stati Uniti. Un volume composto da 300 pagine, dunque – tornando a ragionare nella nostra valuta corrente – quasi 35mila Euro a pagina: un ordine di valori che riporta a certa arte moderna e contemporanea, comparto che molti ritengono artificiosamente gonfiato e nel quale da qualche tempo non manca la speculazione, proprio come nel “normale” mercato borsistico e finanziario. C’è dunque il rischio che pure sotto questo aspetto il libro diventi un ennesimo simbolo della contraddizione socioeconomica del mondo di oggi, nel quale i ricchi sono sempre più ricchi mentre fasce sempre più ampie di popolazione faticano a chiudere il mese, tagliando le proprie spese considerate “superflue” e spesso includendo in esse quelle dedicate alla cultura e, in particolare, all’acquisto di libri?
Secondo lo scrittore e collezionista Giuseppe Marcenaro – autore peraltro proprio di un libro sulla bibliofilia, Libri. Storie di passioni, manie e infamie, uscito nel 2010 per Bruno Mondadori – sì, il rischio esiste. “Questi prezzi folli sono esagerazioni. Spesso chi acquista lo fa per apparire” dichiara a La Repubblica. “Prezzi del genere fanno parte della follia dell’uomo, del voler apparire, far sapere che tu puoi avere quell’oggetto, gli altri no. Il libro, come l’opera d’arte, a quel punto non conta più: magari neppure lo leggono”. Il che in effetti riporta a certi acquisti di opere d’arte a prezzi spropositati fatti da miliardari le cui conoscenze artistiche si fermano alla differenza tra tavolozze e tavolate. “Comunque c’è sempre un atto di superbia nel comprare. Anzi, c’è proprio un errore nel dare valore monetario a certi oggetti. Lei se lo immagina il Papa che per fare opere di bene mette in vendita un Raffaello?” chiude sarcastico Marcenaro.
Di contro, tuttavia, quello attribuito al Bay Psalm Book è un valore che alcuni esperti ritengono giusto. Mario Scognamiglio, ad esempio, titolare della Libreria Rovello di Milano che è stata per lungo tempo “casa” degli appassionati di libri antichi e di pregio italiani. “Il Bay Psalm Book è un esemplare molto raro. L’ultima copia fu venduta nel 1947, certe cifre non mi sorprendono. Stesso discorso per la Magna Carta o la Bibbia di Gutenberg. Libri così si trovano una volta ogni cento anni” afferma Scognamiglio, in buona sostanza includendo con ciò anche il libro nelle logiche prima citate che regolano il mercato dell’arte propriamente detta.
Ma a questo punto non può non risultare evidente il contrasto stridente tra tali giri di denaro per acquistare un singolo libro e certe realtà che non vendendone a sufficienza, di libri, hanno dovuto chiudere: è il caso proprio della Libreria Rovello, che all’inizio dell’anno in corso ha definitivamente chiuso i battenti. “Oltre a me, hanno chiuso in molti, con la crisi” dichiara Scognamiglio. “Gli acquirenti nel nostro Paese sono circa 500, non di più. Inoltre da noi, purtroppo, università e biblioteche non hanno soldi”. E, a quanto pare e per come rivelano le statistiche sul mercato editoriale in Italia, di soldi ce ne sono sempre meno anche per acquistare i libri “normali”.
Per carità, a mio modo di vedere, che ad opere letterarie di pregio venga riconosciuto un così alto valore anche economico è tutto sommato una cosa comprensibile e apprezzabile: la letteratura è arte, forse ce ne dimentichiamo troppo spesso e probabilmente se lo dimenticano, drammaticamente, proprio gli scrittori; tuttavia, lo ribadisco, opere antiche e di valore non solo letterario e culturale dovrebbero restare il più possibile a disposizione della società, e proprio per questo non divenire oggetto di speculazione monetaria dunque, inevitabilmente, simboli di potere e status symbol oligarchici, come prospetta Marcenaro. Se un potere i libri lo possiedono, in quanto oggetti culturali primari a disposizione di tutti, è proprio quello di arricchirci nella mente e nello spirito. Ed è una ricchezza il cui valore profondo mai nessuna montagna di denari potrà eguagliare.
Tag: valore
Non ci sono più gli scrittori di una volta. E se fosse anche per questo, che non si vendono libri?
La letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda, Pavese… Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l’idea stessa del male. E diciamo la verità, questo vale anche per una certa letteratura americana à la page… non certo Faulkner o Bellow.
(Enzo Bettiza, estratto da Novecento, il secolo del Male ancora in cerca di scrittori forti, Corriere della Sera, 2 aprile 2010)
Stavo disquisendo qualche giorno fa, con “colleghi” autori ed editori durante la Rassegna della MicroEditoria di Chiari, di tale questione – e lo facevo proprio lì, in un evento dedicato a quell’editoria indipendente nella quale si può ancora trovare letteratura di qualità, sovente ben più che nei cataloghi dei grandi e blasonati editori. Ci si chiedeva, in buona sostanza: ma non è che qui, in Italia, non ce ne sono più
di grandi scrittori? Non è che ha ragione Bettiza, che pur con tutta la produzione letteraria ed editoriale contemporanea (e lasciando stare ciò che succede all’estero, in America o altrove, visto che almeno io non conosco così bene quel panorama letterario da poterlo indubitabilmente giudicare) di gente come Calvino, Gadda, Pavese in giro non ce n’è proprio più?
Ovvero, intendiamoci: di bravi scrittori ce ne sono parecchi in circolazione, gente che sa scrivere, che sa usare la lingua italiana, che sa creare storie accattivanti, divertenti, piacevoli da leggere, questo è fuor di dubbio. Ma di autori che sappiano creare opere dotate di autentico valore letterario, di spessore, di rilevanza tale da apparire – anche da subito, fin dalla prima lettura – come qualcosa che certamente resterà, che non verrà dimenticata e superata da altre future cose… Che sappiano mettere nei loro testi non solo belle storie, personaggi suggestivi, argomenti intriganti e/o emozionanti ma pure quel quid, quel tot di vera, alta o altissima letteratura il quale renda i loro libri elementi culturali imprescindibili per il pubblico, dunque per la società, che può usufruire della loro lettura… Ecco, ribadisco: mi viene da pensare e mi è venuto da esprimermi, a Chiari con i miei interlocutori, più o meno come si è espresso Bettiza. Unica differenza, ho citato qualche altro esempio di autore del passato ad oggi, secondo me, mai raggiunto da nessuno (Buzzati, ad esempio).
Da tale riflessione ricavo una provocazione pressoché inevitabile: e se noi autori italiani contemporanei, in quanto esponenti della società dalla quale veniamo e nella quale viviamo ovvero da narratori di essa e gioco forza influenzati da essa e dalla sua realtà ordinaria – pur se scriviamo storie di purissima fantasia – finissimo ineluttabilmente e nostro malgrado ad assumere da questa nostra società una certa parte, poca o tanta, della sua palese decadenza, la quale va a intaccare fin dal principio (ovvero nella nostra testa) la bontà letteraria di ciò che scriviamo? Se la capacità dei grandi scrittori del passato come quelli citati di ergersi al di sopra dell’ordinarietà quotidiana per raccontare storie e scrivere libri realmente originali, illuminati e illuminanti oggi, nel sistema politico, economico, sociale e culturale per molti versi corrotto in cui viviamo, non fosse più possibile? Anzi, se pure quando ci si creda alternativi e “antagonisti” a tale sistema e si ritenga di scrivere cose conseguenti, in effetti non si sia che un ennesimo e patetico sottoprodotto di esso, in fondo fruttuoso al suo proliferare?!?
Insomma – per tornare su un piano più pratico – e se in Italia si leggessero pochi libri anche perché non ve ne siano in giro di così sublimi e imperdibili?
E’ una provocazione, lo ripeto, che peraltro ritaglio in primis su me stesso e sul mio meditare circa tale questione – non sto dando dell’incapace letterario a nessuno, sia chiaro! Ma per il bene della letteratura, in virtù della passione di chiunque verso i libri e la lettura e in considerazione della realtà dei fatti nazionale (senza inutili e vuoti catastrofismi, eh!), credo che ci si debba interrogare anche con modalità così urtanti, in modo da comprendere nel miglior modo possibile la situazione in corso e trarne buone conseguenze, azioni, reazioni e ispirazioni.
Quando alle “Parole” dovrebbero seguire i fatti – in una Fiera letteraria, e altrove…
Sono reduce – come intuirà chi segue il blog – da La Fiera delle Parole di Padova, e in particolare dalla parte dell’evento dedicata alla piccola e media editoria, nell’ambito della quale esponeva anche Senso Inverso Edizioni, il mio attuale editore. Tale parte è stata ospitata in una location notevole, il Centro Culturale Altinate San Gaetano: veramente un fiore all’occhiello della città e un vanto del suo panorama culturale, peraltro a pochi passi dal centro storico – ovvero dalle vie del più classico passeggio cittadino – e comunque facilmente raggiungibile dai grandi parcheggi ai margini di esso. Un gran bel posto, insomma, per farci una fiera dell’editoria e qualsiasi altra cosa simile.
Posto ciò, lo spazio dedicato ai piccoli e medi editori era ospitato all’interno de La Fiera delle Parole, appunto, rassegna multiforme che ha portato nella città veneta numerosi grandi nomi del panorama letterario nazionale, in diverse location – librerie, auditorium, sale di rappresentanza varie – sparse per il centro. Una manifestazione molto bella, che tuttavia non è riuscita ad evitare l’errore (grave, sotto molti aspetti) di relegare la piccola e media editoria ad evento collaterale – mooolto collaterale! – e sostanzialmente al di fuori del flusso di pubblico attirato qui e là dai vari appuntamento con i grossi nomi. Confinata in un posto bellissimo, come detto, ma in questa caso, nella sostanza, parecchio sprecato, con momenti di assenza di pubblico pressoché totale che una manifestazione del genere non dovrebbe e potrebbe permettersi.
Purtroppo questa è una pecca che ho notato anche in altri eventi di simile genere, con gli stand dei piccoli e medi editori lasciati alla berlina in mezzo a tante altre cose, assai poco considerati dal pubblico e sovente – ben più grave! – dagli stessi organizzatori, dunque con un interesse generale verso di essi che peraltro non giustifica le spese sostenute per essere presenti con i propri libri – e ciò vale per gli editori ma anche per i loro autori. A volte, volendo pensare male, viene il sospetto che il tutto sia stato per così dire agevolato, che si offra lo spazio alla piccola editoria solo per darsi motivo di sostenere che “Visto? Il nostro evento ha dato spazio anche agli editori meno popolari e conosciuti!” per poi, nel concreto, tenerli in disparte, appunto, come qualcosa che non deve troppo interferire con il clou dello stesso evento – con lo scrittore famoso che presenta il suo ultimo libro e per il quale non ci può permettere che l’auditorium che lo ospiterà non sia adeguatamente affollato, ad esempio, o con la grossa (e influente, industrialmente, economicamente e politicamente…) casa editrice che rivendica tempi e spazi consoni al suo bel nome, a discapito di chiunque altro, ovvero, come spesso accade, dei piccoli editori e dei loro autori…
Insomma: posso comprendere che gli organizzatori di un evento letterario che comprenda grossi nomi e al contempo piccoli editori abbiano un occhio di riguardo in più per i primi – dai quali potrebbero giungere gratificazioni e ritorni d’immagine che i secondi difficilmente potrebbero garantire, almeno nel breve periodo. Tuttavia, ancora una volta, si dimentica che molta parte della vera, buona, nuova e innovativa letteratura, quella che magari dopo qualche anno diventa best seller sotto l’ala protettrice del grande editore, viene proprio dalla piccola editoria! L’unica che, per sua natura, può e sa fare ancora un autentico talent scouting (quando ormai i grandi gruppi editoriali mirano quasi solo al soldo, al guadagno immediato, all’operazione commerciale in bieco stile “finanza bancaria”!) e che, altrettanto spesso, pubblica libri di valore letterario eccelso i quali tuttavia pochi potranno scoprire perché il tutto sarà stato funzionalmente messo in disparte e/o nell’ombra dei grandi editori e dei loro showmen della letteratura, oggi sempre più mediatica e mediatizzante (infatti non a caso ho usato quel termine, “showmen”!).
Ribadisco: starò fin troppo pensando male cose sull’argomento, d’altro canto a pensar male si fa peccato ma si indovina, come recita il noto motteggio popolare: e purtroppo, constatando la brutta piega e l’altrettanto bieco modus operandi di buona parte del panorama editoriale nostrano, ultimamente si indovina fin troppo spesso, su queste cose! Peccato: è un’occasione persa, un’altra delle tante nelle quali ci si può imbattere qui in Italia, terra di concorsi letterari, fiere, rassegne ed eventi sovente un po’ troppo di facciata, belli fuori ma parecchio vuoti dentro. E peccato soprattutto perché nuovamente si ignora l’importanza fondamentale della piccola e media editoria per la vita (o bisogna inevitabilmente dire la sopravvivenza, ormai?) del panorama letterario nazionale, per la sua qualità, il suo valore e, ancor di più, per la sua capacità “genetica” di portare la cultura del libro e della lettura dove spesso i grandi editori non arrivano e non vogliono arrivare per mera scelta strategica commerciale. Addirittura “sua maestà” il Salone del Libro di Torino si è pubblicamente impegnato a dare più spazio e attenzione alla piccola e media editoria, drammaticamente assente (o quasi) nell’ultima edizione: ne diedi notizia anche io qui nel blog, all’epoca. Ecco, serve una nuova consapevolezza in tal senso, e forse, una simile consapevolezza, di segno opposto e convergente, sarebbe utile anche negli editori, sì che sappiano vincere l’eventuale propria soggezione e/o l’inevitabile sottomissione al volere di chi è infinitamente più grande e potente e facciano sentire la propria voce, rimarchino il proprio valore e l’importanza che hanno, facciano capire che, senza di loro, il sistema è zoppo, e la zappata sui piedi se la tirerebbero pure i grossi editori, i quali diventerebbero in toto dei venditori di merci e oggetti a forma di libro, non di letteratura. Letteratura, ok? Non si dimentichi che di ciò stiamo disquisendo!
E infatti, ahinoi, il mondo dei libri contemporaneo assomiglia parecchio e ogni giorno di più a quello del più banale – cioè più quotidiano – commercio al dettaglio: ci sono gli immensi ipermercati che offrono di tutto e di più attraverso strabilianti e allettanti promozioni, sconti, reclame patinate che di più non si può per marche e prodotti che lo sono anche di più; ma dove si deve andare per trovare il prodotto di qualità, la specialità sopraffina e di qualità garantita, se non ancora nei piccoli negozi, dove c’è ancora un gestore che tiene alla bontà delle sue offerte come fosse una questione di onore e che ti consiglia (esempio a caso) quel formaggio della piccola e sconosciuta latteria che egli stesso ha provato e consuma, talmente sublime che mai e poi mai la grande industria casearia con gli spot a tamburo battente in Tv potrà eguagliare, nemmeno lontanamente?
La Fiera delle Parole di Padova è una evento molto bello, logisticamente ben organizzato e dall’appeal potenziale veramente grande, ma lo è – diciamo… – al 70%. Poteva esserlo al 100%, e mi auguro che per le prossime edizioni si possa migliorare il più possibile quella percentuale, rimettendo nel giusto ordine di valori le varie componenti, e dunque veramente facendo il miglior servizio possibile alla letteratura, agli editori, ai lettori e ai libri tutti. Non solo ad alcuni, ma a tutti.
RADIO THULE #11-11/12, lunedì 12 Marzo, ore 21, live su RCI Radio!
Lunedì 12/03, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming:
RADIO THULE, anno VIII, puntata #11:
“Ma l’arte s’è artefatta?“
Ovvero: un tempo l’arte era considerata sinonimo di bellezza e cultura, oltre che rappresentare forse il più potente mezzo di comunicazione posseduto dall’uomo. Negli ultimi tempi, invece, prima l’evidente e all’apparenza inesorabile decadenza sociale e culturale del nostro mondo quotidiano, poi il perverso dominio finanziario che ha gettato il mondo stesso nella crisi che tutt’ora viviamo, hanno portato seri attacchi all’arte e ai suoi valori, sempre più diventati tali in senso meramente (e rozzamente) pecuniario, più che culturale.
Grazie alla preziosa e competente presenza in studio di Cristiano Calori, stimato gallerista bergamasco, in questa puntata cercheremo di capire più approfonditamente se l’arte è ormai diventata una delle tante merci in vendita nel nostro mondo dominato dal denaro, oppure se ancora può e potrà essere la bellezza che salverà il mondo, come è auspicabile sia, e in che modo noi tutti potremmo agevolare tale bellezza.
Per ascoltare RADIO THULE in streaming dal tuo pc clicca QUI, o QUI per lo streaming in HD. E dal giorno successivo, qua sul blog, il podcast della puntata! Quindi, in un modo o nell’altro: stay tuned!