2025.03.11

[Immagine tratta da https://ilbolive.unipd.it.]
Una delle cose per le quali apprezzo così tanto questi pur brevi momenti di quiete tardo-serale dedicati alle ultime esigenze diuretiche giornaliere del segretario Loki è che li trovo meravigliosamente antitetici al rumore che contraddistingue il mondo contemporaneo.

E non intendo solo il rumore acustico – sia esso emanato, ad esempio, dal traffico veicolare o dal parlare sempre più urlato di certe persone – che comunque trovo abbastanza fastidioso (a vivere in montagna l’udito vi si disabitua) quanto tutto quel “rumore” solo formalmente immateriale generato dai social e dall’infosfera, i quali per certi versi rappresentano un mondo parallelo a quello reale nel quale vi restiamo di più, per forza o per diletto.

La prima cosa che faccio ogni mattina, quando arrivo in ufficio, è leggere alcuni siti d’informazione che trovo apprezzabili: un paio italiani e alcuni internazionali, più qualcosa di locale.

Non guardo la TV e dunque non fruisco della sua “informazione”: d’alto canto non dovrei nemmeno farlo, se ne volessi di qualità. A volte ascolto le rassegne stampa offerte da alcuni canali radio.

Fatto sta che ci sono certi giorni nei quali, su dieci notizie che leggo sui media d’informazione, otto sono variamente tragiche: guerre, stragi, crimini e misfatti d’ogni sorta, disastri climatici e ambientali, atti politici inquietanti, dati e statistiche preoccupanti, eccetera. A volte sono anche dieci su dieci, raramente tali brutte notizie sono la minoranza.

È rumore anche questo, a ben vedere. Altrettanto fastidioso, stridente, irritante, nonché parecchio inquietante appunto. Ne siamo soggetti ogni giorno e quotidianamente c’è di che angosciarsi e di che farsi ottenebrare la giornata fin dal primo mattino, a volte al punto da innervosirsi per certi fatti riferiti. Credo che ogni persona sensata e sensibile reagisca in questo modo, d’altro canto. Vorrei ben vedere, quando leader mondiali evocano di continuo lo spettro di armi nucleari e terze guerre mondiali: lo facciano anche solo per mera propaganda geopolitica, l’inquietudine al riguardo sorge inevitabile.

Dunque, al contempo che ogni mattina mi metto a leggere le ultime notizie, c’è una domanda ormai solita che mi sorge spontanea: è meglio restare quotidianamente informati su ciò che accade nel mondo, ma così dovendo leggere brutte notizie a iosa restandone spesso angosciati e innervositi, oppure è meglio non leggere nulla vivendo nell’ignoranza dei fatti accaduti ma per ciò evitando angosce varie e vivendo le giornata con maggior leggerezza di mente e d’animo?

Confesso di non saper rispondere.

Se non mi informo adeguatamente su ciò che accade nel mondo mi sento privo delle nozioni per capirne le dinamiche della contemporaneità e alienato dalla realtà corrente (e in effetti lo sono, per molti aspetti), quando lo faccio ne ricavo più preoccupazioni che serenità, e quelle volte che invece non leggo nulla è indubbio che ne traggo un certo sollievo e una levità mentale assolutamente salutare – come accade quando sono in vacanza, quando la disconnessione dal web e dunque pure dall’infosfera contribuisce ad agevolare il relax.

Già.

Non so proprio stabilire cosa sia più giusto… meglio, più salubre fare.

Continuerò a pensarci.

Buonanotte.

Censure e compiacenze come nuove specialità olimpiche?

Giusto un  mese fa qui sul blog, cioè a un anno dall’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, scrivevo le mie impressioni sull’atteggiamento via via sempre più compiacente della stampa, nazionale e soprattutto locale, nei confronti dell’evento olimpico e dei soggetti che sono a capo della sua organizzazione. Ciò in soldoni significa la presenza di sempre più numerosi articoli accomodanti, sugli organi di informazione, e sempre meno articoli critici. Cosa prevedibile per certi aspetti, deprecabile per tanti altri: un’informazione troppo compiacente è sempre sinonimo di libertà e democrazia in difficoltà.

È di qualche giorno fa invece la “censura” (viene difficile non definirla diversamente) ricevuta dal direttore di “Altraeconomia” Duccio Facchini dal Politecnico di Milano, il quale gli ha impedito di intervenire in occasione della Giornata mondiale dell’acqua con un intervento dal titolo “I consumi d’acqua delle Olimpiadi invernali” «perché non si può parlare in modo “polemico” dell’evento», nonostante l’intervento di Facchini si basasse sui dati resi pubblici nel Rapporto ambientale presentato dalla stessa Fondazione Milano-Cortina, uno dei soggetti che gestisce l’organizzazione dei Giochi.

Si tratta di due circostanze di simile sostanza che denotano la difficoltà in cui versa l’organizzazione delle Olimpiadi milanocortinesi, da cui deriva anche l’evidente, inevitabile incapacità di rispondere in maniera solida e credibile alle critiche che vengono espresse al riguardo. Molto semplicemente, se tutto stesse andando per il meglio non ci sarebbe motivo di evitare le critiche, che peraltro sarebbero deboli e facilmente smontabili. La strategia in atto, di compiacenze e censure coatte, rivela con tutta probabilità il contrario, d’altro non da oggi ma fin dall’inizio dell’iter organizzativo olimpico.

In ogni caso, posto anche ciò che ho appena scritto, le Olimpiadi di Milano-Cortina dell’anno prossimo saranno un successo ovviamente: i riflettori mondovisivi accesi abbaglieranno tutto e tutti, nel trionfo dei sorrisoni a trentadue denti, degli «hurrà!» urlati a squarciagola, degli incensamenti sparsi a destra e a manca come polvere al vento.

In verità, il vero successo delle Olimpiadi sarà nel caso da registrare dopo, negli anni successivi, a conti fatti, territori infrastrutturati e luci della ribalta spente. Lì si capirà se l’evento olimpico avrà giovato in qualche modo ai territori coinvolti e alle loro comunità, o se si manifesterà come un danno grave e degradante. Secondo voi come andrà a finire?

La stampa che scrive di Milano-Cortina 2026

A un anno esatto dall’inaugurazione dei Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, mi pare si faccia evidente l’atteggiamento sempre più compiacente della stampa (locale e non solo) nei confronti dell’organizzazione dei Giochi, nonostante queste Olimpiadi si possano già ora annoverare tra le più criticate di sempre, per vari motivi e non solo riguardo certi casi macroscopici e particolarmente emblematici (la nuova pista di bob di Cortina ne è l’esempio principale).

Ciò in pratica significa che – sempre a mia percezione – vanno (e andranno) aumentando gli articoli viepiù celebrativi dell’organizzazione olimpica e al contempo spariscono quelli che ne registrano le voci critiche, le quali viceversa permangono e con l’avvicinarsi dei Giochi cresceranno pure.

Se tale atteggiamento può apparire “logico” (virgolette quanto mai necessarie) dal punto di vista delle testate che, in preda a costanti difficoltà finanziarie e alla necessità di accrescere i contatti alle proprie pagine (ma pure, francamente, per una certa compiacenza congenita verso i potenti di turno che molta stampa italiana frequentemente manifesta), cercano di arraffare sponsorizzazioni e sovvenzioni varie dai soggetti che partecipano all’organizzazione di Milano-Cortina 2026, peraltro spesso attivi nei territori di riferimento di quelle testate, non è ovviamente legittimo e nemmeno ammissibile che degli organi di informazione possano in qualche modo assoggettare la loro missione giornalistica di registrazione e cronaca della realtà dei fatti a obiettivi tanto materiali e così deputati all’asservimento più o meno servile (sostanzialmente inevitabile, in queste circostanze: è un cappio che ci si mette al collo, a volte consapevolmente) a chi ne è la fonte. È una questione di onestà intellettuale e di deontologia professionale, oltre che di rispetto per i propri lettori – tutti i lettori, non solo alcuni: so bene che dalle italiche parti queste siano virtù generalmente coltivate con poco impegno (eufemismo!), ma ciò non attenua il loro molteplice valore fondamentale, anzi!

Ribadisco: è una mia percezione e magari mi sbaglio, sto soltanto prendendo un abbaglio – qualcuno non mancherà di sostenerlo. Ma intanto io lo rimarco: vedremo come andranno effettivamente le cose, da qui al 6 febbraio dell’anno prossimo.

Montagne di arte


Carl Ludwig Hackert, Vue de la Mer de Glace et de l’Hôpital de Blair du sommet du Montanvert (“Vista della Mer de Glace e del Rifugio de Blair dalla cima del Montanvert”), stampa all’acquaforte colorata a mano, 1781.

(Per saperne di più: clic e clic.)

Siccome sfortunatamente esiste certa stampa, meno male che esistono quelli come Giovanni Baccolo!

Se vi fa male un dente, andate da un idraulico?

No, andate dal dentista ovviamente. Che vi dice perché il dente vi fa male e come risolvere il problema, eliminando il dolore. Solo un cretino per sistemarsi i denti ascolterebbe ciò che gli direbbe un idraulico. Che magari è pure amico suo, dunque «ha sicuramente ragione».

E meno male che esistono, i dentisti, altrimenti dovremmo sdolorare di continuo. Così come per fortuna esistono gli idraulici per sistemarci le perdite di acqua. Ma non i mal di denti, appunto.

Ecco: meno male che esistono scienziati tanto rigorosi quanto appassionati (e appassionanti) come Giovanni Baccolo che dice come stanno veramente le cose, in tema di ghiacciai e clima: come fa in questo post che potete leggere sulle sue pagine social (lo taggo su Facebook, su Instagram è qui), in riferimento ai titoli e agli articoli che vedete nelle immagini. Già, perché quest’anno che fortunatamente ha visto le nevicate primaverili più abbondanti degli ultimi anni, sulla stampa se ne stanno leggendo veramente di cotte e di crude: meno male, appunto, che Giovanni sa rimettere a posto le cose e aiuta chiunque a capire quale sia la realtà effettiva delle cose.

Riguardo invece gli altri (molti giornali inclusi, purtroppo) e alle scempiaggini prive di logica e fondamento che si prendono la libertà di scrivere, be’… ho già detto chiaramente che ne penso, lì sopra.

Di Giovanni Baccolo è uscito da pochissimo il nuovo libro, I ghiacciai raccontano (People Pub), una lettura fondamentale per chiunque voglia capire meglio cosa sta realmente succedendo al clima del nostro pianeta, del quale «i ghiacciai sono il simbolo più completo, il simbolo eccellente.»

Come scrive Giovanni, «Fino a qualche decennio fa, le oscillazioni dei ghiacciai danzavano insieme alla naturale variabilità climatica del pianeta. Come in un valzer, uno andava dietro all’altro e, come succede con le coppie più affiatate, non era facile capire chi stesse guidando i movimenti. Oggi l’armonia è però rotta. Il clima conduce una marcia forzata che ha per meta un luogo poco adatto per l’esistenza dei ghiacciai.»

Un libro da leggere, lo ribadisco. Per saperne di più cliccate sull’immagine della copertina lì sopra; inoltre vi invito a seguire storieminerali.it, il sito web di Giovanni, costantemente arricchito di contenuti interessanti e illuminanti sui temi geoglaciologici e non solo.