La bellezza può salvare il mondo (da noi stessi, se lo vogliamo)

Qualche giorno fa, durante una tranquilla passeggiata in un luogo dal paesaggio di grande bellezza, ho assistito a un veemente alterco tra due automobilisti, che sono quasi venuti alle mani per contendersi un posto auto. Io, da qualche metro di distanza li osservavo sullo sfondo di una quinta di montagne meravigliose, rese ancora più belle dalla luce del Sole allo zenit, e quei due, le loro fattezze, le movenze con le quali animavano il litigio, mi sono sembrati quanto di più lontano e antitetico al paesaggio che avevano alle spalle.

Nel frattempo, l’anno nuovo è iniziato anche peggio di quello precedente: il mondo è dominato da leader infidi e pericolosi, le guerre in corso non solo non terminano ma se ne prospettano di nuove, la prepotenza soggioga il diritto, internazionale e personale, e minaccia democrazie e libertà.

Quando ho visto quei due tizi litigare in maniera così aggressiva per uno stupido posto auto, la prima cosa a cui ho pensato è stata come la prepotenza si manifesta nelle cose grandi, ad esempio nei fatti di interesse globale, come in quelle piccole ed è la manifestazione della stessa devianza che contraddistingue il tempo presente, lo stesso Leviatano che dipana i suoi tentacoli – o quel che di mostruoso lo caratterizza – un po’ ovunque, l’una riflesso dell’altra ed entrambe specchio del mondo che viviamo o, per meglio dire, del modo in cui viviamo il mondo.

Tuttavia, dato che nel mentre che osservavo i due automobilisti litiganti nel campo visivo c’era pure il paesaggio montano sullo sfondo in tutta la sua luminosa bellezza, appena dopo quel primo pensiero ne ho fatto un altro: ma come si fa a comportarsi in un modo così becero quando si ha davanti una bellezza tanto evidente e dunque emozionante? Come si può perdere tempo e forze nel litigare per un posto auto invece che nel contemplare quel paesaggio e farsi colmare tanto la vista quanto l’animo della sua grazia naturale? Dunque, per lo stesso principio: come si può pensare di guerreggiare, uccidere, distruggere, devastare il mondo che abitiamo nonostante tutta la bellezza che ovunque ci offre?

Inoltre, visti temi di cui mi occupo, penso allo stesso modo anche a quelli che devastano le montagne o ne sfruttano le risorse oltre ogni limite per costruirci infrastrutture funzionali unicamente a meri tornaconti privati. Anche questa in effetti è prepotenza, in forza della quale si violenta la bellezza di un luogo e soggioga la libertà collettiva che vi si può godere alle “libere” mire proprie e di pochi altri.

Be’, francamente credo che in tutti questi casi si tratti di comportamenti da persone disturbate, ecco.

E uno dei disturbi principali dei quali soffriamo, come società se non come civiltà, è quello derivante dalla disconnessione con il paesaggio, inteso sia come ambiente naturale – della Natura della quale anche noi siamo parte insieme a ogni altro organismo vivente, anche se ce ne dimentichiamo spesso – sia come spazio abitato, antropizzato e vissuto, il quale dunque dovrebbe agevolarci la vita invece che ostacolarcela o degenerandocela, e sia come elemento culturale di valore assoluto (anche in senso identitario) che è determinato primariamente dalla sua bellezza.

Ecco: siamo disconnessi dalla bellezza, del mondo che viviamo e, per riflesso inesorabile, da come lo viviamo (e lo dovremmo vivere), esattamente come il paesaggio esteriore si riflette in quello interiore con le sue cose belle e con quelle brutte: se siamo sconnessi dall’uno, lo diventiamo anche rispetto all’altro, cioè a noi stessi sia come individui singoli e sia come collettività. Per dirla in altre parole, viviamo male nel mondo perché stiamo male con noi stessi. Una conseguenza psicogeografica delle più negative, in pratica.

Osservavo i due automobilisti litigare (peraltro il litigio mi pareva ancora più demenziale per il fatto che a duecento metri da lì si trovava un altro parcheggio, ampiamente libero), pensavo al nostro mondo sempre più aggressivo e così mi sono tornati in mente i versi de “L’illogica allegria” di Giorgio Gaber dei quali ho già scritto qualche settimana fa:

Lo so, del mondo e anche del resto
Lo so che tutto va in rovina.
Ma di mattina, quando la gente dorme col suo normale malumore
Mi può bastare un niente, forse un piccolo bagliore
Un’aria già vissuta, un paesaggio o che ne so: e sto bene.

«Un paesaggio o che ne so: e sto bene», Ciò che canta(va) Gaber è quello che sempre di più penso anche io. Se noi tutti gente di questo mondo, dai grandi leader mondiali ai singoli individui, ci guardassimo un po’ più intorno e comprendessimo quanta bellezza abbiamo a disposizione e come ci potremmo armonizzare e far influenzare da essa, sono certo che molta prepotenza, molta cattiveria, tanti conflitti piccoli e grandi o numerose aggressioni all’ambiente naturale non avverrebbero perché se pur un’idea del genere idea balzasse in mente a qualcuno, un minimo sguardo al paesaggio la farebbe rapidamente svanire e far ritenere un’idiozia.

Al proposito: la bellezza potrà veramente salvare il mondo, come scrisse Dostoevskij ne “L’idiota” (appunto), ma solo se noi sapremo salvare, dunque riconoscere e comprendere, la bellezza stessa. Che in maniera primordiale e compiuta ritroviamo innanzi tutto nei paesaggi del nostro mondo, ovviamente in modo palese in quelli più pregiati ovvero in quelli ai quali sappiamo garantire maggior cura: se perdiamo la facoltà di farcene meravigliare e emozionare, assimilando in noi la loro bellezza, be’, temo che inevitabilmente lasceremo spazio aperto e libero alla bruttezza, nostra e del mondo che noi siamo.

Il paesaggio, il ben-essere, Gaber e noi

Passeggiata tranquilla, oggi*, ma quanto mai balsamica e necessaria per riconnettermi al mio paesaggio.

È metà ottobre ma il pomeriggio sa ancora di estate – anche troppo, visto il caldo che fa –, tuttavia qualche faggio (mi piace fantasticare che siano quelli “leader” della propria parte di bosco) pare si sia rotto di quell’atmosfera virente che la crisi climatica ormai protrae ben oltre l’equinozio d’autunno e orgogliosamente comincia ad arrossare, non ancora in maniera decisa ma comunque già evidente, nel verdeggiare degli altri alberi. Sembra voglia dire a chi passa ai suoi piedi, come me, che tutto questo indugiare non (ci) fa bene, è ora di porre in atto il cambiamento necessario, di riprendere il mano la propria sorte alla faccia di chi o cosa invece vorrebbe dominarla e farne cosa propria. Di ridare senso e valore al paesaggio (nel senso più ampio del termine) insomma, anche in questo tempo di variabili insensate che rischiano di togliere valore alla nostra relazione con esso – ovvero a chi non sa o non vuole curarla come dovrebbe.

Riconnettersi al proprio paesaggio, già.
Un po’ come cantava l’insostituibile Gaber decenni fa, ne “L’illogica allegria”**:

Lo so, del mondo e anche del resto
Lo so che tutto va in rovina.
Ma di mattina, quando la gente dorme col suo normale malumore
Mi può bastare un niente, forse un piccolo bagliore
Un’aria già vissuta, un paesaggio o che ne so: e sto bene.

«Un paesaggio o che ne so: e sto bene». Eccola, anche in Gaber – una figura, ribadisco, tra quelle che più mancano al nostro paese – la riconnessione necessaria al paesaggio nel quale si vive, del quale si è parte e che ci rappresenta, per poter “stare bene“: per godere di quel ben-essere nel cui termine si compendia tanto lo stare bene, fisicamente e mentalmente, socialmente, spiritualmente, quanto l’esistere bene nel qui e ora, l’essere in armonia nel luogo in cui ci si trova in un certo momento più o meno lungo.

[Un Gaber “montano” con Ombretta Colli e la figlia Dalia nel dicembre 1969. Foto tratta da www.vogue.it.]
Osservo il rosseggiare per ora delicato ma già fascinoso dei faggi, mentre cammino, e mi viene da pensare che, forse, ciò che di distruttivo o degradante a volte – troppe volte – ci permettiamo di fare al paesaggio, nasce anche da questa mancanza di cura riguardo la connessione che invece dovremmo sempre avere e manifestare con esso. Anche quando sappiamo apprezzarne la bellezza e magari ci battiamo per la sua salvaguardia, dovremmo cercare di capire se stiamo parimenti curando al meglio la relazione, la connessione che abbiamo con il paesaggio, o se le azioni e i pensieri che dedichiamo ad esso non restino su un piano troppo materiale, come fosse un oggetto prezioso che ammiriamo e tuteliamo ma comunque un oggetto, dunque qualcosa di sostanzialmente distaccato, alieno alla nostra vita e alla nostra presenza nel mondo, funzionale ad essa ma non tanto più di questo.

Quando negli incontri pubblici che a volte tengo sul tema insisto sul fatto che noi siamo il paesaggio e il paesaggio è noi, intendo anche questo: non solo che nel paesaggio rimane impressa la nostra presenza in esso e che il paesaggio, per quel che è, influenza ciò che noi siamo, ma pure – e soprattutto – che noi e il paesaggio siamo la stessa cosa, manifestazioni differenti della sua vitalità nel luogo in cui stiamo o nel quale viviamo, e dunque sentirsi connessi con il paesaggio è fondamentale per poterci stare veramente bene, per comprendere pienamente e godere il ben-essere che deriva da quella nostra connessione. Dal quale possono di conseguenza derivare molte altre belle cose, ad esempio la sensazione di felicità citata da Gaber, magari apparente ma senza dubbio gradevole e benefica, che il paesaggio sa donarci anche quando intorno le cose non vanno per il verso giusto. Un po’ come è la realtà del mondo attuale, ancora più in rovina, temo, di com’era quando Gaber cantava la sua canzone.

*: sappiate che è un “oggi” riferito a qualche giorno fa.

**: canzone rimembratami da Michele Serra in un suo recente “Ok Boomer!”, la newsletter settimanale che cura per “Il Post”.

Le montagne “di destra”, anzi, le montagne “di sinistra”, no, viceversa

Dunque, proviamo a fare il punto della situazione.

Il clima che cambia è di sinistra, il clima che non è vero che sta cambiando è di destra.
Quindi gli ambientalisti sono di sinistra, gli altri di destra.
Lo sci su pista è ormai di destra, lo sci alpinismo e le ciaspole di sinistra. Ergo la neve artificiale è di destra, quella naturale di sinistra, i maestri di sci devono essere di destra e le guide escursionistiche di sinistra.
I rifugi “come quelli d’una volta” con polenta e brasato sono assolutamente di sinistra, i rifugi gourmet con ostriche e champagne ovviamente di destra.
Lupi e orsi sono di estrema sinistra anche se una volta erano più di destra, dunque pecore e capre sono di destra anche se fino a qualche tempo fa erano certamente di sinistra.
Le e-bike sono di destra, le bici a pedalata muscolare di sinistra.
Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina non si capisce bene: in Valtellina e a Cortina sono di destra, però a Milano sono di sinistra.
L’economia è appannaggio della destra, l’ecologia della sinistra, l’etimologia delle due è di nessuno perché se la sono scordata tutti.
La “sostenibilità ambientale” invece è di entrambi, ormai…
…eccetera eccetera eccetera.

Ma non sarebbe ora di finirla con queste baggianate di parte che parrebbero fuori luogo persino in un asilo infantile? Invece no, continuano a rappresentare il pane quotidiano della politica sulle nostre montagne e di chi gli va dietro.

Io credo viceversa che proprio questo atteggiamento strumentale, pesantemente ideologico, radicalmente polarizzato (e complessivamente un po’ stupido) sia una delle cause alla base della gestione malfatta, sovente scriteriata e comunque priva di buon senso, delle nostre montagne. Non è una critica alle differenti ideologie, che chiunque è libero di professare, ma alla loro cronica alienazione dalla realtà effettiva delle cose e all’incapacità di evolvere da “ideologia” a idea, qualcosa veramente in grado di risolvere le questioni invece di peggiorarle e degenerarle.

Anche perché – un esempio tra i tanti possibili – se per l’aumento delle temperature (innegabile dacché scientifico dato di fatto) si scioglie il permafrost e un versante montuoso frana a valle seppellendo case e cose, non è che i massi in caduta scelgono se colpire solo quelli di sinistra o quelli di destra, ma il disastro coinvolge tutti e obbliga chiunque, i politici in primis e ineludibilmente, a mettere da parte le ideologie, constatare e comprendere la realtà delle cose e agire per il bene collettivo, non per il vantaggio della propria parte politica o della prossima campagna elettorale.

Ecco.

D’altronde, come disse mirabilmente già tempo fa il Signor G:

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Auguri, Signor G!

“Il pensare”… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile, che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore», e chi ti crede?

(Giorgio Gaber, Il Grigio, atto I, quadro IV.)

Gaber oggi compie 83 anni e come nome, figura, personaggio, immagine, icona, resta “sinonimo” potente di pensiero – lo resterà anche quando di anni ne compirà 100 o 200 o 1.000. Sinonimo nel/del senso più alto del vocabolo, il più intenso e sagace, il più importante. Perché il pensiero tanto più è “alto” e sagace quanto più è libero, e Gaber è stato tra i pensatori più liberi in assoluto. Anche per questo uno come lui manca tremendamente, in quest’epoca di pensiero non solo sempre meno libero ma pure sempre più soffocato e soppresso.

La destra!!! La sinistra!!!

Quando sento o leggo ancora, alla radio o sul web – e ne leggo e sento continuamente, al riguardo (non oso immaginare alla TV, che fortunatamente non guardo) – quelli di destra che dicono «Aaaaaah, la SINISTRA!» e «I COMUNISTI!», e poi quelli di sinistra che dicono «Aaaaaah, la DESTRA!» e «I FASCISTI!», e poi guardo il calendario e leggo, in alto “Anno 2020”, e poi ci penso un attimo, ma solo un attimo dacché non serve di più, inesorabilmente mi si forma in mente la solita immagine: due gruppetti (numerosi, invero) di mocciosi tanto cresciuti quanto un po’ tardi che, mentre alla loro età dovrebbero ormai divertirsi con giochi e passatempi più evoluti, già “da grandi”, oppure passare più tempo a studiare, magari, invece ancora si fronteggiano beccandosi e sostenendo che le biglie degli uni sono più belle, grosse e colorate di quelle degli altri e viceversa.

Così poi, altrettanto inesorabilmente, mi metto a canticchiare quella solita, sublime canzoncina che fa così: