Se vi dico «montagna» qual è la prima cosa che vi viene in mente? Ecco le risposte

[Foto di Olivier Miche su Unsplash.]
Qualche giorno fa ho proposto agli amici del web una domanda di quelle a cui rispondere d’istinto, pensandoci il meno possibile:

«Se vi dico «montagna» qual è la prima cosa che vi viene in mente, in una parola?»

Ringrazio veramente di cuore tutti quelli che hanno voluto rispondere: innanzi tutto per averlo fatto e avervi dedicato qualche attimo del loro tempo, inoltre perché facendolo hanno composto con le risposte fornite (tutte di peculiare valore) un racconto tanto minimale quanto profondo del rapporto più intimo che lega tutti quanti alle montagne, in qualche modo facendoci “appartenere” a esse e viceversa. Le risposte le trovate radunate in ordine sparso nel file pdf qui sotto (cliccateci sopra se volete scaricarlo):

Come nel post con la domanda accennavo al fatto che le risposte fornite non abbisognassero di spiegazioni perché frutto dell’istinto, della parte più sincera e genuina della persona, dunque in grado di spiegarsi da sé, parimenti – cioè per lo stesso principio – ora penso che non occorra commentarle: raccontano molto già da sole e numerose scaturiscono evidentemente dalla vita privata di chi le ha date, dunque penso sarebbe poco rispettoso e molto presuntuoso farlo.

Mi permetto solo un’osservazione riguardo le tre risposte più citate: libertà, pace, silenzio. Solo apparentemente potrebbero risultare scontate, ma non lo sono affatto; tutte fanno riferimento a qualcosa di immateriale, a elementi di grande importanza per la nostra esistenza quotidiana che, così pare, la montagna sa offrire. Ma sono risposte che in realtà si possono interpretare anche dalla “parte opposta”: evidentemente libertà, pace e silenzio li distinguiamo in montagna, al punto da farne elementi primariamente referenziali, perché non riusciamo più a coglierli e a ritrovarli negli altri contesti della quotidianità vissuta e ciò non soltanto perché altrove si debba necessariamente sottostare a maggiori e più diffuse regole del vivere comune.

Ciò, dal mio punto di vista, esorta alla salvaguardia della dimensione montana proprio perché contraltare di quella urbana ma non in contrapposizione, semmai nel riconoscimento della reciproca alterità materiale e immateriale attraverso cui riconoscere e apprezzare le diversità dell’una e dell’altra. In montagna trovo ciò che non trovo in città (o in altri contesti differenti) e viceversa, dunque l’una mi consente di poter vivere meglio l’altra. Ecco perché imporre a forza modelli metropolitani e variamente urbani ai contesti montani, come ad esempio avviene spesso attraverso le dinamiche del turismo di massa, è quanto di più devastante vi possa essere: non solo si porta il caos dove c’è pace, non soltanto si propaga il rumore dove abitualmente c’è il silenzio ma pure si diffonde lassù l’illusione (e l’inganno) di poter essere “liberi” invero sottostando agli stessi vincoli che determinano la quotidianità ordinaria, peraltro smarrendo la facoltà di rendersene conto perché tutto viene riferito alla stessa normalità, senza più alcuna alterità. È la cosa più grave di tutte, secondo me, innanzi tutto proprio per la montagna.

Tuttavia, ribadisco, sono solo considerazioni meramente personali e abbastanza impulsive. Al netto di queste e di qualsiasi altra, la cosa (e l’augurio) invariabilmente importante è che la montagna possa continuare a suscitare pensieri istintivi così variegati e ciascuno a suo modo profondi ancora per molto tempo. Vorrà dire che sapremo sempre e comunque appartenere ad essa così come la montagna a noi stessi e alla nostra esistenza, garantendoci a vicenda. Una cosa di inestimabile valore, senza dubbio.

Se vi dico “montagna”…

[John Singer Sargent, Lake Carezza, South Tyrol, 1914.]
Amici,
vi propongo un’altra domanda alla quale dovete rispondere d’istinto, pensandoci il meno possibile:

se vi dico «montagna» qual è la prima cosa che vi viene in mente, in una parola?

O due parole, non di più. Qualsiasi cosa sia: memoria, luogo, persona, oggetto, emozione, idea, sensazione, fantasia… vale tutto, basta che sia una risposta istintiva e immediata e che sia condensata in una parola o due al massimo, appunto. Non servono spiegazioni: sia chiaro, siete liberi di comunicarle ma non è necessario, se realmente la risposta è frutto dell’istinto, si spiega da sé.

Vi ringrazio di cuore fin d’ora se vorrete partecipare e dare la vostra risposta!

Per provare un senso di libertà interiore

[Foto di mel_88 da Pixabay.]

Per provare un senso di libertà interiore bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l’essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale.

[Sylvain TessonNelle foreste siberiane, Sellerio, 2012, pag.88.]

Sembra un breve ma risoluto manifesto contro gli agglomerati urbani, quello di Tesson riportato in questo passaggio del suo libro, ma anche contro certa falsa socialità costruita su relazioni artificiali convenzionali che sovente contraddistinguono la vita nelle nostre città, sia grandi che piccole e a volte anche nei paesi. Di contro, la condizione descritta è formalmente utopica, nel mondo contemporaneo, a meno di fuggire nel nulla (della taiga siberiana, nel suo caso) come ha fatto lo scrittore e viaggiatore francese e a patto di non dover tornare indietro (come lui alla fine fa).

Tuttavia, forse, possiamo comunque beneficiare della somma di tante nostre minime utopie, di tanti momenti nei quali cercare di conseguire, assaporare e comprendere il valore della solitudine, dello spazio vuoto di altre cose umane, dell’emancipazione dal tempo, dell’assenza di rumori, della necessità di adattarsi alle rudezze del luogo e della prerogativa di rimirarne la bellezza naturale. Solo qualche mezz’ora ogni tanto, restare lontano da tutti per tornare vicini a sé stessi per capire che è solo sapendo gestire e godere della solitudine che possiamo elaborare una migliore socialità condivisa. Anche dove tutto sembra fatto per annullare lo spazio, per accelerare il tempo, per contrastare il silenzio e cancellare la bellezza naturale, come a volte accade nelle nostre città. Ma tutte quelle piccole utopie, la loro energia, il loro succo vitale, li avremo dentro di noi, e così sapremo vivere la nostra piccola, singolare, autentica libertà.

Di parole pesanti usate con troppa leggerezza

Quando mi capita di sentire o leggere le dichiarazioni di alcuni personaggi pubblici – qualsiasi cosa essi siano e rappresentino e ovviamente al netto di chi ha titolo e competenze per disquisirne – su certi temi che è tanto banale quanto obiettivo definire “delicati” per la vastità del loro portato argomentale, soprattutto quand’essi vengono condensati attorno a singoli termini che in questo modo si sovraccaricano inevitabilmente di significati, sia di quelli leciti che di quelli meno leciti, come ad esempio “razza”, “etnia” (per stare sulla cronaca di questi giorni), “identità”, “libertà”, “fede“ eccetera, ecco la cosa che a me che con le parole e i loro significati ci “lavoro” più mi colpisce, ancor prima del messaggio per il quale vengono utilizzati, è la constatazione dell’inopinata superficialità con la quale quei termini vengono pronunciati. Il che, mi pare, è una delle cause per cui spesso le suddette dichiarazioni suscitano grandi polemiche, che concernono i messaggi ma si originano nella citata faciloneria lessicale dei personaggi parlanti.

Non sanno di cosa stanno parlando, in buona sostanza. E temo che nemmeno gli interessi di saperne un po’ di più al riguardo, probabilmente perché intuiscono che se ne sapessero di più sarebbero portati a utilizzare molto meno quei termini delicati e, così, di autolimitare le proprie facoltà propagandistiche palesate nelle disquisizioni pubbliche ove infilano i termini. Disquisizioni e propagande la cui formulazione e la conseguente strumentalizzazione funzionale non abbisognano certo di competenza linguistica e raziocinio interpretativo, anzi.

Purtroppo, per motivi vari che dovremmo ormai ben conoscere, viviamo in un mondo nel quale – metaforizzo – di fronte a un piccolo lago qualcuno che fruisce di una certa influenza pubblica si sente in diritto di poterlo chiamare «oceano» pretendendo di avere ragione. Ma non è solo questo il problema, semmai è che per gli stessi motivi di fondo troverà sempre numerose persone che la ragione pretesa gliela daranno e prenderanno a chiamare «oceani» anche le più banali pozze d’acqua, al contempo tacciando di “faziosità”, di “ignoranza” o altro di più dispregiativo quelli che cercheranno di proporre come veramente stanno le cose, di evidenziare che l’oceano è «una grande massa d’acqua marina» e non «qualsiasi affossamento terrestre naturale di una certa estensione, nel quale le acque permangono» (clic) e ciò non per chissà quale convinzione personale ma per scienza, intelligenza, oggettività, logica, raziocinio.

Be’, che dire… come non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non c’è peggior ignorante di chi ignora di non sapere nulla credendo di sapere tutto, e non c’è peggior falso di chi non ammette di non sapere la verità ma pretende di avere ragione. Già.

Il senso, in Natura

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay]

Sediamoci insieme, meditiamo, ascoltiamo il silenzio degli alberi, il mormorio dei ruscelli, il canto degli uccelli, il variegato pulsare degli astri in una notte limpida, prepariamoci a fare quel che fanno le stelle cadenti, come scriveva magistralmente Rainer Maria Rilke (1875-1926), già in noi «ha avuto inizio / ciò che dura oltre i soli». Poiché l’uomo che s’inoltra in natura capisce da solo, un’esperienza dopo l’altra, che la vita non ha una direzione obbligata, che tutto – a partire dal tempo che ci è dato, dalle energie che giostriamo, dai desideri e dai limiti con i quali ci forgiamo e misuriamo – è un dono senza un senso preciso: siamo la vita che decidiamo di indossare.

[Tiziano FratusSutra degli alberiPiano B Edizioni, 2022, pag.53. Trovate la mia “recensione” del libro qui.]

A rileggere questi passi del mirabile libro di Fratus, mi viene da pensare che per un dono senza un senso preciso come è la vita il “senso” migliore possibile è proprio quello che possiamo seguire inoltrandoci nella Natura. Così, come scrive Fratus, forse capiremo tutto ciò che serve da soli.