La lettura fondamentale

[Foto di Mystic Art Design da Pixabay ]
(Prima leggete, poi vi dico.)

Si leggono spesso sui media e si dichiarano da più parti i numerosi vantaggi conseguibili grazie alla lettura di un buon libro: fa bene alla mente, ci consente di accrescere la nostra cultura e la conoscenza del mondo in cui viviamo, aiuta a combattere lo stress della quotidianità contemporanea, rende più coraggiosi e al contempo più sensibili, addirittura – secondo alcuni recenti e serissimi studi scientifici – consentirebbe di vivere più a lungo rispetto a chi non legga del tutto o soltanto saltuariamente.

A ben vedere l’elenco di tali vantaggi potrebbe continuare ancora a lungo: basterebbe una rapida ricerca sul web per infoltirlo a non finire. In ogni caso, a lato di ciò, personalmente non perdo mai occasione di rimarcare come il libro sia sotto tutti i punti di vista l’oggetto culturale per eccellenza: per accessibilità, diffusione potenziale, rapporto qualità/prezzo (salvo certa produzione odierna di natura assai consumistica, ovviamente) ed efficacia culturale e formativa. Per godere della bontà dei libri basta recarsi in una libreria o affidarsi ai negozi on line e rapidamente possiamo entrare in possesso di opere e scritti letterari che, in certi casi, arrivano a cambiarci la vita o, quanto meno, a illuminarci e ispirare la nostra visione delle cose del mondo.

Per tale motivo la lettura è una pratica semplicemente fondamentale per l’uomo, quand’esso si voglia definire (e mostrare) “intelligente”. A volte trascurata, minimizzata, banalizzata, da qualcuno purtroppo ignorata o rifiutata, eppure è sempre a nostra disposizione, anche per chi verso di essa dimostra di non nutrire alcun interesse e dunque di non comprendere la sua grande importanza.

D’altro canto, sovente banalizzato è anche l’esercizio della scrittura letteraria, che in molti casi oggi pare non essere più così correlato, a mio modo di vedere, a una regola assolutamente basilare dello scrivere: l’aver qualcosa di interessante da dire e da raccontare. Una regola solo apparentemente scontata, quando invece scrivere senza comunicare nulla è un po’ come dire di aver visitato una città senza essere mai scesi dall’auto con la quale ci si è giunti. Come scrisse acutamente Karl Kraus, «Il pensiero è ciò che manca a una banalità per essere un pensiero.»

(Ecco, questo è l’incipit di un testo inedito – uno di quelli scritti un po’ di tempo fa e poi lasciati lì, a “maturare”, in attesa di evoluzioni narrative o editoriali che forse arriveranno domani, forse tra un mese, forse mai – nel quale, nonostante le apparenze, non disquisisco di lettura. O meglio: sì, disquisisco di lettura ma non di libri. Anzi, qui invero sì, disquisisco di lettura di libri ma, per tutto il restante testo, scrivo della lettura di qualcosa che è completamente diverso dai libri eppure totalmente scritto, esattamente come un libro. E come un libro in grado di raccontare infinite e affascinanti storie, già. Be’, insomma, magari più avanti vi dirò di più. Forse.)

La fine imminente del “non inverno”

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Questa mattina mi sono ritrovato il locale in cui lavoro, dotato di una finestra rivolta a Oriente, inondato di colpo da una luce possente e calda che ha illuminato ogni cosa, come se qui fuori avessero d’improvviso acceso un potente faro che ha disperso l’ombrosità fino a ieri presente. In pratica, il Sole che nelle scorse settimane non riusciva a spuntare oltre la linea dei monti qui intorno, alzandosi sempre più sull’orizzonte ha finalmente ritrovato la breccia – una sella tra due dorsali montuose – dalla quale far passare la sua luce e così donare nuovamente la possente luminosità al territorio al di qua anche nelle prime ore del mattino. Fino a ieri c‘era da aspettare fin quasi mezzogiorno affinché il Sole, nella sua rivoluzione diurna, superasse i monti e si facesse vedere ma ormai già verso Sud e Ovest, non più a Oriente.

Ecco, questa minima cosa ha sempre rappresentato – per me che resto sempre massimamente sensibile a tali piccoli “prodigi” naturali, ricercando con essi la più benefica armonia – uno dei segnali evidenti della prossima fine dell’inverno e del nuovo arrivo della bella stagione, della luce diffusa e via via dominante a vincere le ombre invernali nonché, ovviamente, il loro clima gelido. La rappresenterebbe anche quest’anno, la fine dell’inverno, se non fosse che l’inverno quest’anno non si è praticamente mai visto, svanito tra un autunno prolungato e troppo caldo e una primavera terribilmente anticipata.

“Terribilmente”, sì, perché l’inquietante situazione climatica che stiamo vivendo – e vivremo sempre più nel prossimo futuro – stempera in parte la delicata bellezza del momento che vi ho raccontato, caricandola di una non troppo vaga angoscia che rende il cambiamento climatico ancora più allarmante. Proprio per non aver più voluto restare in armonia con la Natura e con l’ecosistema della Terra siamo finiti in questa inquietante situazione; forse – io penso – sarebbe il caso di restare almeno in consapevole armonia con l’insuperabile bellezza naturale: anche in tal caso potrebbe essere quella a salvare il mondo, e così salvare tutti noi.

Il paesaggio “disordinato”: della Natura, dell’antropizzazione e della nostra “sospesa” capacità di capire cosa abbiamo intorno

sospensioni-636x424Abito per scelta in un piccolo paese delle Prealpi lombarde, a quasi 700 metri di quota e 6/7 km dalla “civiltà”, ovvero dalle zone più antropizzate che adducono alla periferia Nord di Milano. Mica fuori dal mondo, insomma.
Per arrivare lì c’è da percorrere una comoda strada che transita tra frazioni varie e rare zone boschive, eppure non mi è raro sentire qualche “cittadino” che giunge quassù parlare del suo viaggio come se avesse salito lo Stelvio, ovvero transitato attraverso una zona selvaggia o quasi, lontano da ogni considerabile antropizzazione. Di contro, riflettevo giusto qualche tempo fa e consideravo come, a fronte di tali sensazioni provenienti da chi non abita in zona, lungo la strada solo per un breve tratto di un paio di centinaia di metri, in realtà, non vi siano segni antropici – intesi come residenze abitate regolarmente o saltuariamente oppure edifici funzionali di varia natura. Una zona che tanti intendono come totalmente fuori dai centri abitati e dalla presenza abitativa umana in senso ordinario, è invece fittamente segnata dalla presenza dell’uomo: solo che, appunto, i più vengono maggiormente colpiti dai pur radi tratti di Natura che dalla costante antropizzazione, alla quale noi uomini civili contemporanei evidentemente siamo talmente abituati da non rilevarla nemmeno più. Ci sentiamo quasi sperduti nella wilderness a 200 metri di distanza dall’ultima presenza umana, e crediamo “Natura” qualche albero circondato dal cemento di un qualsiasi centro urbano, in pianura così come in montagna.

cipra2In buona sostanza, è avvenuta negli ultimi decenni una trasformazione del territorio basata su logiche sovente illogiche – scusate il gioco di parole, ma rende l’idea – con un miscuglio di elementi naturali ed elementi antropici/urbani, e di questi parte antichi e parte moderni/contemporanei, che sotto molti aspetti riflette bene l’analoga e più generale trasformazione della nostra società nonché della capacità di comprensione delle sue dinamiche – non solo di quelle legate al paesaggio – che possiamo dimostrare noi che la componiamo e viviamo.
Per tali motivi trovo estremamente interessante ed emblematica una mostra fotografica realizzata da Cipra Italia dal (significativo) titolo Sospensioni. Prove di decodificazione dell’Alta Valle di Susa contemporanea già esposta nelle scorse settimane a Torino e resa itinerante duranti la primavera e l’estate prossima, con la cura di Antonio De Rossi, professore ordinario di progettazione architettonica e urbana presso il Politecnico di Torino mentre la Presidente di Cipra Italia Federica Corrado ha seguito il coordinamento scientifico del progetto.
La mostra si inserisce in un percorso di sensibilizzazione culturale che intende considerare le Alpi come luogo di innovazione e fruizione sostenibile. Tale percorso ha avuto come punto di riferimento il territorio dell’alta valle di Susa, in Piemonte, dove da due anni Cipra Italia organizza il Laboratorio Alpino per lo Sviluppo, una piattaforma di dialogo e confronto per i soggetti del territorio e non solo, valorizzando quanto di innovativo il territorio sta sperimentando. Dopo il laboratorio anche la mostra vuole costituire uno spazio e momento di riflessione per lanciare lo sguardo verso nuovi possibili sviluppi sostenibili.

foto-grangiaSia chiaro: non si tratta di una mostra fotografica sui panorami alpini o sulle alte vette che contornano la valle né di una mostra di denuncia su quelle criticità che peraltro sono presenti in questa come in altre valli alpine. Siamo piuttosto in presenza di uno dei luoghi più emblematici della contemporaneità, un intreccio di urbano e montagna, con i centri dell’alta valle storicamente segnati dalle logiche turistiche. Al contempo siamo in presenza di uno spazio estesamente intriso di enclave naturali, di incredibili montagne, di straordinarie testimonianze storiche e culturali. Aspetti che oggi si giustappongono nel paesaggio contemporaneo della valle in modo apparentemente disordinato, ma che in realtà bene restituisce le logiche che stanno dietro la trasformazione del territorio – esattamente quanto riflettevo circa la mia zona, insomma.
Cipra Italia ha dunque chiesto a tre fotografi di descrivere con i loro scatti questi contrasti, con i relativi effetti territoriali, culturali e sociali. I fotografi, Laura Cantarella, Antonio La Grotta e Simone Perolari hanno girato l’Alta Valle Susa nel corso dell’estate, incontrando persone del luogo e visitatori, percorrendo strade di fondovalle, sentieri e itinerari in quota, visitando borgate, alpeggi e centri urbani, cercando di cogliere con i loro obiettivi la contemporaneità del paesaggio alpino, dell’ambiente naturale, della cultura e dell’economia alpina.

cipra3Una mostra molto interessante, ribadisco, che mi auguro potrete e vorrete visitare. Inoltre, e a prescindere dalla mostra, provate a risensibilizzare lo sguardo verso il paesaggio che avete intorno, soprattutto se abitate in una zona (apparentemente) poco antropizzata. Anche qui mi viene da dire – come sostengo spesso e in diverse circostanze – che il territorio, il paesaggio in cui viviamo, è una sorta di libro aperto sul quale noi tutti scriviamo una narrazione ovvero una storia (più o meno) condivisa, la cui scrittura è data dai segni stessi che lasciamo su quel territorio: borghi, case, strade, sentieri, campi coltivati, stalle, fontane, muri… tutto quanto, insomma, che segnali il nostro passaggio. E’ una scrittura che dovremmo sempre saper stendere al meglio, perché ci racconta ora e ci racconterà a lungo, negli anni futuri, in modi spesso ben difficilmente cancellabili.

P.S.: le foto presenti nell’articolo sono ovviamente tratte dalla mostra.