Nella moderna civiltà dei consumi gli strumenti in grado di portare all’acquisizione estetica di nuovi paesaggi sono enormemente aumentati con il cinema, la fotografia e tutti quei mezzi che danno visioni nuove e «inconsuete» anche di paesaggi prima trascurati, rimasti nell’oblio. Sfruttando tutte queste forme di scoperta interviene poi la pubblicità turistica che se ne serve per valorizzare una località. Cosi quel paesaggio, subito usato, consumato, si degrada rispetto alla prima interpretazione. È quando la località «diventa alla moda», come si dice (un giorno sarà un’isola polinesiana, oggi è un tratto di costa mediterranea): luoghi verso i quali subito si riversa l’uomo della città industriale come verso isole intatte, introducendo così nuove modificazioni, secondo un processo incessante che sembra destinato a coprire tutti gli antichi paesaggi sopravvissuti come espressioni autoctone di vita (e come beni da scoprire, consumare, logorare e distruggere).
Senza nulla togliere al rapporto sensibile, al piacere di guardare, alla spontaneità della percezione, l’innesto di un rapporto conoscitivo, razionale con il paesaggio, può esaltare nel vissuto la propria coscienza di sé e del mondo. Ciò significa assorbire funzionalmente il paesaggio nella cultura, farne un tramite, uno strumento del nostro guardare-capire-trasformare il mondo.
Ecco qui, perfettamente individuato da uno dei maggiori geografi italiani contemporanei, nonché massimo esperto di cultura del paesaggio, l’unico autentico principio alla base del concetto di “identità”: quello che lo lega indissolubilmente alla percezione del paesaggio vissuto, non al territorio e tanto meno all’individuo – interpretazioni distorte, queste, che portano dritte a derive etnocentriste e biecamente isolazioniste. Noi siamo umani, e siamo Sapiens, in primis grazie alla relazione con lo spazio che adattiamo, viviamo e con cui interagiamo, ricavandone il paesaggio ed essendone un elemento basilare alla pari di ogni altro – montagne, terreni, boschi, piante, animali, fiumi, laghi, aria, eccetera – con il quale intessiamo relazioni biologiche e culturali. E’ questo che ci fornisce di coscienza, di noi stessi e di noi nel mondo d’intorno, dunque ci dota di peculiare identità – un’identità pienamente e unicamente culturale. Ogni altra cosa, ribadisco, è soltanto una deviante insensatezza.
Il “paesaggio” è diventato sempre di più, col tempo, l’elemento culturale fondamentale nello studio della relazione che l’uomo intrattiene con il mondo che vive e in cui abita o viaggia. Insieme all’altrettanto fondamentale concetto di “luogo”, definisce sia materialmente che immaterialmente la conoscenza e la considerazione che abbiamo per gli spazi che frequentiamo, per i territori che li formano e per gli ambienti che in essi si sviluppano – con questi tre altri elementi che rappresentano le basi sulle quali si possono determinare i due concetti “superiori” inizialmente citati.
Concettualmente e culturalmente fondamentale il paesaggio lo è diventato da quando l’evoluzione moderna e contemporanea della “geografia umana” – intendendo in questa definizione sia la scienza geografica per come si è sviluppata negli ultimi decenni, da semplice disciplina di studio e rappresentazione fisica della Terra a studio dell’interazione storica della civiltà umana con la superficie terrestre, e sia l’antropologia culturale e sociale, che a sua volta ha sempre più ampliato i propri campi di studio verso ambiti spaziali e temporali molteplici per i quali la relazione tra gli uomini e i luoghi è diventata sempre più importante – gli ha conferito la definizione scientifica diversa rispetto a quella abitualmente ancora usata da quasi tutti noi – in modo tutto sommato comprensibile e non certo condannabile, se appunto riferita al parlato quotidiano. Infatti, normalmente noi chiamiamo “paesaggio” quello che in realtà è la morfologia del territorio, la forma di esso con i vari elementi che la compongono: una valle alpina con boschi, prati verdi, montagne innevate, villaggi graziosi e magari un ameno laghetto blu lo definiamo “un bel paesaggio” e, ribadisco, va bene così. In verità, però, con tale definizione non stiamo identificando il paesaggio che stiamo osservando ma, come detto, il mero territorio, come se avessimo di fronte un quadro e ne stessimo rilevando la bellezza a noi più o meno gradita. Invece, per comprendere il valore artistico di quel quadro, dobbiamo andare oltre il gradimento estetico primario e considerarne lo stile e la tecnica, indagare i significati che l’autore ha voluto inserirvi e nel caso trasmettere al suo fruitore, cercare di capire il coinvolgimento emotivo e intellettuale che ci suscita e, tutto questo, attraverso le nostre sensibilità personali e il bagaglio di nozioni culturali (artistiche nello specifico, ma non solo) che possediamo. La stessa cosa accade con la definizione di “paesaggio” la quale non identifica la forma del territorio, e nemmeno esplicita semplicemente la sua bellezza e amenità, ma rappresenta la percezione complessiva e strutturata suscitata in noi, in quanto singoli individui, in base alle personali sensibilità e alla cultura che possediamo. Si può dire che il “paesaggio” è l’immagine culturale del territorio, al punto che, se in quella valle alpina prima citata ci fossero cento persone a osservarne il territorio, ci potrebbero essere cento diversi “paesaggi”. Ovvio che poi molta parte del bagaglio culturale personale è pure collettivo e condiviso, oltre che basato su quegli immaginari comuni generatisi col tempo che oggi definiscono in gran parte la “norma” di molti degli spazi abitati dall’uomo, dunque cento individui non fanno cento paesaggi ma, d’altro canto, non ne fanno nemmeno uno solo.
Tutto ciò per dire che il paesaggio, proprio in quanto immagine culturale di matrice individuale del mondo che abitiamo, è concetto profondamente antropologico anche più che geografico; d’altro canto, è proprio la disciplina geografica ad offrire la base culturale migliore per permetterci di definire un’antropologia specifica e dedicata alla comprensione più approfondita possibile del concetto di paesaggio, così importante, come detto, per capire il mondo in cui viviamo e capirci – come civiltà tanto quanto come creature viventi e senzienti – nel mondo vissuto.
Ecco perché Antropologia del paesaggio (Marsilio Editori, 2008, con prefazione di Franco Farinelli), libro edito in origine nel 1974 da Eugenio Turri, uno dei maggiori geografi italiani in assoluto nonché antropologo, accademico, scrittore, viaggiatore, figura fondamentale delle discipline tecnico-scientifiche legate al paesaggio, è un’opera ancora oggi necessaria per chiunque si dedichi – professionalmente o per passione – alle stesse tematiche, nonostante come detto l’evoluzione degli studi al riguardo siano continuati fino ai giorni nostri e continuino ancora […]
(Leggete la recensione completa di Antropologia del paesaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Si leggono spesso sui media e si dichiarano da più parti i numerosi vantaggi conseguibili grazie alla lettura di un buon libro: fa bene alla mente, ci consente di accrescere la nostra cultura e la conoscenza del mondo in cui viviamo, aiuta a combattere lo stress della quotidianità contemporanea, rende più coraggiosi e al contempo più sensibili, addirittura – secondo alcuni recenti e serissimi studi scientifici – consentirebbe di vivere più a lungo rispetto a chi non legga del tutto o soltanto saltuariamente.
A ben vedere l’elenco di tali vantaggi potrebbe continuare ancora a lungo: basterebbe una rapida ricerca sul web per infoltirlo a non finire. In ogni caso, a lato di ciò, personalmente non perdo mai occasione di rimarcare come il libro sia sotto tutti i punti di vista l’oggetto culturale per eccellenza: per accessibilità, diffusione potenziale, rapporto qualità/prezzo (salvo certa produzione odierna di natura assai consumistica, ovviamente) ed efficacia culturale e formativa. Per godere della bontà dei libri basta recarsi in una libreria o affidarsi ai negozi on line e rapidamente possiamo entrare in possesso di opere e scritti letterari che, in certi casi, arrivano a cambiarci la vita o, quanto meno, a illuminarci e ispirare la nostra visione delle cose del mondo.
Per tale motivo la lettura è una pratica semplicemente fondamentale per l’uomo, quand’esso si voglia definire (e mostrare) “intelligente”. A volte trascurata, minimizzata, banalizzata, da qualcuno purtroppo ignorata o rifiutata, eppure è sempre a nostra disposizione, anche per chi verso di essa dimostra di non nutrire alcun interesse e dunque di non comprendere la sua grande importanza.
D’altro canto, sovente banalizzato è anche l’esercizio della scrittura letteraria, che in molti casi oggi pare non essere più così correlato, a mio modo di vedere, a una regola assolutamente basilare dello scrivere: l’aver qualcosa di interessante da dire e da raccontare. Una regola solo apparentemente scontata, quando invece scrivere senza comunicare nulla è un po’ come dire di aver visitato una città senza essere mai scesi dall’auto con la quale ci si è giunti. Come scrisse acutamente Karl Kraus, «Il pensiero è ciò che manca a una banalità per essere un pensiero.»
(Ecco, questo è l’incipit di un testo inedito – uno di quelli scritti un po’ di tempo fa e poi lasciati lì, a “maturare”, in attesa di evoluzioni narrative o editoriali che forse arriveranno domani, forse tra un mese, forse mai – nel quale, nonostante le apparenze, non disquisisco di lettura. O meglio: sì, disquisisco di lettura ma non di libri. Anzi, qui invero sì, disquisisco di lettura di libri ma, per tutto il restante testo, scrivo della lettura di qualcosa che è completamente diverso dai libri eppure totalmente scritto, esattamente come un libro. E come un libro in grado di raccontare infinite e affascinanti storie, già. Be’, insomma, magari più avanti vi dirò di più. Forse.)
[Foto di StockSnap da Pixabay.]Questa mattina mi sono ritrovato il locale in cui lavoro, dotato di una finestra rivolta a Oriente, inondato di colpo da una luce possente e calda che ha illuminato ogni cosa, come se qui fuori avessero d’improvviso acceso un potente faro che ha disperso l’ombrosità fino a ieri presente. In pratica, il Sole che nelle scorse settimane non riusciva a spuntare oltre la linea dei monti qui intorno, alzandosi sempre più sull’orizzonte ha finalmente ritrovato la breccia – una sella tra due dorsali montuose – dalla quale far passare la sua luce e così donare nuovamente la possente luminosità al territorio al di qua anche nelle prime ore del mattino. Fino a ieri c‘era da aspettare fin quasi mezzogiorno affinché il Sole, nella sua rivoluzione diurna, superasse i monti e si facesse vedere ma ormai già verso Sud e Ovest, non più a Oriente.
Ecco, questa minima cosa ha sempre rappresentato – per me che resto sempre massimamente sensibile a tali piccoli “prodigi” naturali, ricercando con essi la più benefica armonia – uno dei segnali evidenti della prossima fine dell’inverno e del nuovo arrivo della bella stagione, della luce diffusa e via via dominante a vincere le ombre invernali nonché, ovviamente, il loro clima gelido. La rappresenterebbe anche quest’anno, la fine dell’inverno, se non fosse che l’inverno quest’anno non si è praticamente mai visto, svanito tra un autunno prolungato e troppo caldo e una primavera terribilmente anticipata.
“Terribilmente”, sì, perché l’inquietante situazione climatica che stiamo vivendo – e vivremo sempre più nel prossimo futuro – stempera in parte la delicata bellezza del momento che vi ho raccontato, caricandola di una non troppo vaga angoscia che rende il cambiamento climatico ancora più allarmante. Proprio per non aver più voluto restare in armonia con la Natura e con l’ecosistema della Terra siamo finiti in questa inquietante situazione; forse – io penso – sarebbe il caso di restare almeno in consapevole armonia con l’insuperabile bellezza naturale: anche in tal caso potrebbe essere quella a salvare il mondo, e così salvare tutti noi.