Scrivere è come arare la Terra

Scrivere non è che una tappa sul cammino della consapevolezza di appartenere alla Terra. L’atto di scrivere non può essere una semplice reazione, un gesto impulsivo e autoreferenziale per soddisfare mere necessita dell’ego o economiche; e soprattutto non può prescindere dall’interazione profonda con il rilevamento topografico prodotto dalla psiche impegnata a registrare il fare dal nulla. La scrittura è un atto fisico. Scrivere è come arare: abbiamo i semi da sotterrare, da affidare alla Terra, da coprire e poi curare, facendo un patto con la vita che ci ha originato e che ci concede di essere conosciuta e sperimentata nel tempo che ci è dato. Ma prima, questi semi, dobbiamo intercettarli nella brezza che li culla. Senza l’ascolto, senza il silenzio che cammina con noi, sarà difficile coglierne il lieve frullare in quel venticello.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.25.)

La geografia è uno specchio della psiche

La geografia è uno specchio della psiche, nella quale si riflette: e quasi ovvio dirlo, ma la via di comunicazione tra questi due luoghi e costituita dalla percezione che a sua volta viene educata attraverso il cambiamento indotto dei paesaggi interiori, plasmati da ciò che vediamo e sperimentiamo fuori dal nostro corpo. Il processo di definizione del territorio che abbevera lo spirito e la mente, avviene infatti attraverso il corpo – il canale di comunicazione più importante con la realtà circostante. Il corpo deve potersi muovere, deve viaggiare, deve percepire, deve raccogliere dati visibili e invisibili che ritrasmette alla mente e alla psiche sotto forma di emozioni e di pensieri.

(Davide Sapienza, Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, Bolis Edizioni, 2019, pag.77.)

Sull’abuso di parole nello scrivere contemporaneo

Ho già “ospitato” qui nel blog Emanuela Ersilia Abbadessa, raffinata e arguta scrittrice (l’ultimo suo libro è questo) e non solo, e l’ho fatto perché, appunto, oltre che occuparsi di scrittura letteraria sa costantemente e altrettanto argutamente meditare su tale pratica – cosa che trovo assai rara in molti autori, dove ammetterlo – dimostrando anche con ciò, e non soltanto con la qualità letteraria delle sue opere, di comprenderne pienamente l’alto valore culturale oltre che artistico – una rarità, ribadisco. Poi, da tali meditazioni, EEA trae articoli assai interessanti e illuminanti pubblicati su vari periodici e, da brava Abbadessa, nel suo Convento – il blog personale.
Uno dei più recenti, di tali articoli, tratta di come l’abuso di parole, se esercizio perpetrato in ambito pubblico (sia esso più o meno letterario) possa considerarsi qualcosa di assai pernicioso, e non solo per l’autore o il lettore ma per tutta la cultura diffusa.
Ve ne offro la parte iniziale; potete leggerlo nella versione completa qui, e ringrazio di cuore Emanuela Ersilia Abbadessa per avermi concesso di nuovo il consenso alla condivisione.

Quante parole usiamo tutti i giorni? Quante potremmo evitarne? E qual è il peso che diamo alle nostre parole? Si può parlare di abuso di professione dichiarandosi scrittori solo per la possibilità di mettere le parole una dietro l’altra? Su questi fatti mi sono interrogata qualche tempo fa e ne ho tratto un articolo pubblicato su “Notabilis”, anno IX, n. 6, novembre-dicembre 2018.

Abuso di professione? Il mestiere di scrivere al tempo dei social.

Se parlare è abusare e pensare è usurpare come sosteneva Victor Hugo, scrivere, a volte, è entrambe le cose.
Il Dizionario Treccani, alla voce abuso, fornisce le seguenti tre definizioni: l’abuso è il cattivo uso, l’uso smodato o illegittimo di una cosa o di un’autorità; è l’atto di forza fisica che faccia danno ad altri; nel diritto, indica varie ipotesi di reato e illecito.
Se però parliamo di abuso di parole possiamo serenamente escludere che esse rientrino nell’atto di violenza fisica; possono accompagnarlo, sì, ma una parola sarà sempre un pugno nello stomaco soltanto in senso figurato. Dicendo questo non siamo comunque al riparo dal rischio di incorrere in un illecito a causa delle parole.
In questo mondo spesso schizofrenico in cui il numero di scrittori sembra essere pericolosamente più elevato di quello dei lettori, i social network in cui la comunicazione avviene soprattutto attraverso la parola (e le piattaforme di self-publishing) hanno creato il discutibile fenomeno dell’eccesso di romanzieri. La cosa dovrebbe quanto meno preoccupare. Qualcuno potrebbe sostenere che i danni di un cattivo romanzo, mal pensato e mal scritto, siano tutti da verificare ma, probabilmente, i guasti della brutta scrittura, rispetto al cattivo esercizio di altre professioni, hanno soltanto il problema del tempo, ovvero: si vedono nel lungo periodo piuttosto che nel breve. Ma su questo punto torneremo.
Ebbene, il cosiddetto “scrittore della domenica”, ovvero il dilettante che nel tempo libero mette su carta la propria vita, i propri amori adolescenziali o i propri traumi, inventa storie (spesso distopie) o si butta in interminabili mémoire è sempre esistito e, anzi, alcuni grandi autori, prima di diventare tali hanno cominciato così una carriera che li avrebbe resi celebri. Dunque, perché l’enorme fioritura di romanzieri alla quale assistiamo oggi dovrebbe essere un problema?
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Il capoluogo ionico, la Grande Mela, il metallo giallo e… l’ergastolo!

Aldo Buzzi

Dal sito/blog di Paolo Nori:

Ho sentito una, per radio, che, dopo aver detto Taranto, per non ripetere Taranto ha detto «Nel capoluogo ionico» e mi è tornato in mente questo dialogo di Aldo Buzzi:
«Ho preparato una proposta da sottoporre al ministro della giustizia per punire una categoria di persone che mi dà fastidio in modo particolare.»
«Per esempio?»
«Per esempio quelli che, dopo aver nominato New York, se devono nominarla una seconda volta, dicono la Grande Mela. Per questi la pena dovrebbe essere l’ergastolo».
«Accidenti!» dissi.
«Sì, ma non solo per questi. Anche per quelli che, dopo aver nominato il dollaro, se devono nominarlo una seconda volta, dicono il biglietto verde; o, se devono nominare l’oro una seconda volta, dicono il metallo giallo. E stessa pena per quelli che dopo il pallone, invece di ripetere il pallone dicono la sfera di cuoio. Ergastolo senza le solite riduzioni di pena.»

(Qui l’articolo originale.)

Ciò anche per dire che dovete sempre leggere Paolo Nori, perché sempre merita di essere letto. E anche il grande Aldo Buzzi, ça va sans dire.

Nevica come nascono le vacche

Anche durante il giorno, dopo le quattro, si rimette a nevicare. Prima delle quattro, il cielo si alza, forse per quel poco di sole che c’è, anche se invisibile, sopra gli strati della nebbia. Poi, nell’ora che solitamente il sole scompare dietro l’alta montagna, il grigio del cielo si abbassa fino al limitare dei tetti, e riprende la neve. Forse, durante la notte, il tempo è regolato dalla legge che governa, dicono, il parto delle vacche: forse è effetto della luna, anche se la luna non si vede sopra gli strati spessi della nebbia: i contadini sorvegliano le vacche fino alla mezzanotte e, se per quell’ora non si sono sgravate, possono anche buttarsi sullo strame per tre o quattr’ore, il vitello nascerà all’alba.

(Giovanni Orelli, L’anno della valanga, Edizioni Casagrande, 1991-2017, pag.22; 1a ed. Mondadori 1965.)