Olimpiadi. O-ppure no.

Il comitato organizzatore ha inserito la pista nel programma ufficiale: qui, secondo le previsioni, si terranno le gare di bob, di slittino, di skeleton e forse anche di parabob, durante le paralimpiadi. Prima, però, la pista va ristrutturata. È un cantiere complesso e costoso, da oltre 60 milioni di euro, con conseguenze rilevanti per un ambiente particolarmente delicato come la montagna. Molte persone a Cortina si stanno chiedendo se ne valga davvero la pena.
[…]
Gli organizzatori e le istituzioni non vogliono sentire parlare di alternative. Giovanni Malagò, presidente del CONI, è stato piuttosto perentorio: la pista si farà con le modifiche previste, senza cambiare progetto, e Cortina ospiterà le gare in un impianto nuovo di zecca. «Sapete come si dice a Roma? Abbasta», ha detto, riferito alle rivendicazioni degli ambientalisti.

Citazioni tratte dall’articolo pubblicato martedì 16 novembre 2021 su “Il Post, che potete leggere nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa a questo post.

Le Alpi sono uno spazio naturale e culturale particolarmente sensibile che non si presta ai Giochi olimpici invernali. Il loro svolgimento assume attualmente dimensioni che non sono più compatibili con le regioni alpine, perlopiù articolate in spazi ristretti e frammentati. I requisiti posti dai Giochi olimpici invernali in termini di infrastrutture di trasporto, impianti sportivi e offerta alberghiera sono ormai così elevati che nelle Alpi non possono più esser soddisfatti. La dilatazione dei Giochi, con un numero sempre maggiore di competizioni, rappresenta un carico eccessivo per le località di svolgimento e le regioni circostanti. Gli impatti delle Olimpiadi invernali hanno superato una soglia che non è più accettabile, tanto per la natura quanto per l’uomo.
[…]
A queste condizioni il futuro delle Alpi può solo prospettarsi libero da Olimpiadi. In futuro i comuni e le regioni delle Alpi devono rinunciare a candidarsi per i Giochi olimpici invernali. Il lancio di dispendiose candidature, che sottraggono allo Stato e ai comuni ingenti risorse, indispensabili per garantire altri servizi, è da evitare in via di principio. In considerazione della indisponibilità del CIO a intraprendere una radicale inversione di rotta, le regioni alpine devono trarre le dovute conseguenze: Alpi libere da Olimpiadi – oggi e in futuro!

Citazioni tratte dalla Presa di posizione ufficiale della CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, prestigioso ente transnazionale che non può certamente essere semplicisticamente definito “ambientalista” – redatta in data 21 febbraio 2014 (più di sette anni fa, già) – e contenuta nel relativo “Dossier Olimpiadi”, che analizza in maniera approfondita il rapporto tra Giochi Olimpici e territori alpini.

Bene: confrontate e riflettete, liberamente.
Tanto, di Olimpiadi invernali milanocortinesi del 2026 e cose affini toccherà sicuramente tornare a disquisire. Spero positivamente, temo negativamente.

Lo “smart working”? Ancora?!

Ve lo dico da subito: sarò molto franco, in questo post, seppur “indirettamente”.

Con questo secondo lockdown, imposto in modi più o meno rigidi su tutto il territorio nazionale, è tornato in auge presso enti pubblici e privati lo smart working, conseguentemente applicato in modi più o meno ampi.

Bene: posto quanto già affermavo sul tema qui, dopo la fine del primo lockdown e delle esperienze (personali, ma non solo) al riguardo, e considerando le esperienze attuali – in entrambi i casi non tanto sullo smart working in sé, ma su come esso venga “interpretato” da molti di quelli che lo stanno praticando – vorrei ora molto francamente rimarcare ovvero ribadire che lo smart working

Ritardi, rimandi, disservizi, smarrimenti di documentazioni, inefficienze varie e assortite in troppi casi. «Eh, ma sa, stiamo lavorando in smart working!» la risposta sovente abituale, sempre più simile a una bieca scusa che a una motivazione sostenibile.
Ah, ok, così dicono, quelli. Ma non si dice pure che sarebbe il lavoro del futuro, questo?
Per non parlare dell’altra forma di lavoro a distanza attualmente più usata, quella per l’insegnamento scolastico: su come stiano andando le cose basta leggere questo articolo, adattabile certamente anche alla realtà italiana (o forse qui anche più che altrove) per come me la raccontano numerosi amici docenti.

Ecco.

Be’, mi pare che siamo a posto, allora. Proprio a posto. Già.

Smart working?

[Immagine tratta dal web, rielaborata da me.]
Aaaaah, che bella cosa, lo smart working!
Una “rivoluzione”, il lavoro del futuro!

O forse no?

Non so, ma ho la sensazione che, per come qualcuno lo propone – e magari lo impone – o ci prova a farlo, lo “smart working” (che in pratica viene sostanzialmente tradotto con il “lavorare da casa” e non nelle forme maggiormente strutturate che la definizione “tecnica” di lavoro agile presupporrebbe) potrebbe persino far rimpiangere il vecchio e “maledetto” lavoro di otto ore in fabbrica. Che era (è) di otto ore (o quelle che siano) in uno spazio in molti casi non esattamente allegro e non proprio a condizioni ottimali, in certi altri casi (spero rari), ma aveva (ha) un senso culturale, sociale e antropologico ben definito in un luogo che, tolte le circostanze storicamente meno felici, rappresenta(va) l’ambito spazio-temporale deputato all’attività lavorativa in senso materiale e immateriale, un elemento di cultura il cui valore va ben al di là della forma con la quale si concretizza.

Insomma, siamo sicuri che, in certi casi, la sostanziale “smaterializzazione” del luogo di lavoro e la sua sovrapposizione più o meno aderente con lo spazio domestico possa apportare autentici vantaggi, oltre che facili (ma anche qui non automaticamente assodate) comodità? Potrebbe sussistere il rischio, piuttosto, di portare i vantaggi dell’ambito domestico in quello lavorativo, di contagiare con le varie problematiche del lavoro la dimensione casalinga? E – per dirne un’altra – il luogo di lavoro come contenitore di competenze e occasione di costante brain storming, che fine farebbe? (Date un occhio anche qui, al riguardo.)

Non so, mi viene quasi da pensare che il lavoro del futuro non sia quello prospettato dalla diffusione dello smart working ma da una concezione di lavoro totalmente nuova, ancora da definire seppur ormai alle porte, svincolata dalle strutture economiche moderne e attuali (alle quali il lavoro agile fa comunque riferimento), mirata alla costruzione di una cultura totalmente differente dell’attività lavorativa che, peraltro, sarà sempre più affidata alle macchine e da esse controllata, nel futuro. Dunque, se così posso dire, lo smart working mi appare un po’ come la scoperta dell’acqua calda per un mondo che, viceversa, s’immergerà sempre più nell’acqua fresca.

Ecco, visto poi che lo smart working si pratica grazie al web, e visto che sul web una grande parte parte del traffico e dei contenuti viene dall’ambito pornografico… non vorrei che saltasse fuori un gran casino. Nel senso di postribolo, alla faccia di qualsiasi etica professionale, già.

Niente panico!

Comunque è piuttosto divertente, e alquanto significativo, constatare come gli inviti proferiti dai media nazional-popolari (e da “gente importante”, di solito) del genere «Niente panico!», «Niente allarmismi!» o altro di simile, siano sempre la miglior fonte di panico e allarmismi.

Bisogna solo stabilire se siano più fessi quelli che li usano, non intuendo gli effetti puntualmente cagionati, oppure quelli che sentendoli se ne fanno terrorizzare senza alcun altro motivo valido.
O forse è solo una specie di processo di causa/effetto tra sodali, dunque qualcosa di pressoché inevitabile.

“Il” virus

È inevitabile che molta gente, palesemente contagiata dall’unico vero e più pericoloso virus che ci sia in circolazione, faccia scorte di pasta e altro di simile e non di intelligenza, che invece resta “invenduta” su qualsiasi scaffale si trovi. Ormai ragiona con la pancia e deve alimentare quella, non più la testa.

(Immagine tratta da qui, rielaborata da Luca.)