Vado in montagna «per fuggire dal caos e dallo stress della vita in città». Ma veramente?

Quando leggiamo di articoli e testi dedicati alla frequentazione turistica delle montagne, e alle motivazioni che spingono così tante persone a passare solo qualche ora oppure giorni interi sui monti, anche a prescindere da cosa ci si vada a fare, sovente si leggono cose molto simili: «la bellezza del paesaggio», «la natura, l’aria pura», «la possibilità di relax», «la fuga dal caos e dallo stress della vita in città». Tutte motivazioni legittime e comprensibili, solo apparentemente ovvie ma invero l’ovvietà di esse è legata all’alterità ambientale che rende le montagne, e i territori naturali, diversi dagli spazi antropizzati e iperurbanizzati tipici delle nostre città.

Tuttavia, molto spesso tante di quelle persone che motivano le proprie gite o le vacanze in montagna con quelle affermazioni finiscono poi per ritrovarsi in parcheggi intasati di auto e a vagabondare con la propria per cercare un posto libero, code agli impianti di risalita come in metropolitana, poste da sci affollate come vie cittadine, sentieri sui quali si cammina in lunghe code, ristori e rifugi intasati, hotel grandi come condomini di periferia seppure certamente di pregevole qualità e super confortevoli ma che finiscono per offrire gli stessi agi che si hanno a disposizione a casa propria o si frequentano abitualmente nelle città in cui si passa il resto dell’anno.

Posto tutto ciò, dove si trova dunque la fuga dal caos della città? Dove e come ci si può rilassare? Basta farlo riproducendo le stesse dinamiche della quotidianità ordinaria ma in un contesto paesaggistico differente, che però si fa fatica a poter godere proprio perché intasato e per molti versi nascosto da tutta quella riproduzione dei modelli metropolitani di fruizione dei luoghi dai quali si viene costantemente distratti? Se i territori naturali hanno la capacità da tempo scientificamente comprovata di ristorare la mente, il corpo e l’animo dal modus vivendi opprimente, stressante e manipolatorio nel quale ci tocca vivere per buona parte dell’anno, perché non sappiamo e non vogliamo sfruttare tale fondamentale prerogativa?

Ha senso tutto ciò, rispetto a quelle motivazioni così di frequente addotte dai gitanti e dai vacanzieri montani? A me non sembra e sia chiaro: non è affatto una critica al turista che decide, più o meno consapevolmente, di usufruire di quei modelli di frequentazione turistica dei territori naturali (ma non solo di questi, ovviamente, il principio è valido anche altrove), il quale piuttosto si ritrova a essere costretto ad accettarli e subirli, per motivi vari e diversi. Tuttavia, subiti una volte, due volte, tre o quattro volte, dopo un po’ a mio parere deve diventare necessaria una riflessione al riguardo: ma sto veramente fuggendo dal caos e dallo stress della vita ordinaria, o più semplicemente cambiando la routine quotidiana, vivendo periodi di vacanza che presentano le dinamiche sopra descritte? Sto veramente ritemprandomi in un contesto del genere, o forse mi sto solo convincendo di ciò dal momento che pago un certo prezzo e in cambio ottengo servizi di cui abitualmente a casa non posso godere – fosse solo l’essere servito a pranzo e a cena da un cameriere premuroso o trovarsi una colazione abbondante che nessun bar di città potrà mai offrire, salvo rari e costosissimi casi, oppure l’area wellness appena sotto la propria camera?

Sono esempi banali e elementari, questi che propongo: ovviamente la questione è più articolata e profonda, sottoposta a variabili economiche e imprenditoriali che poco o nulla contemplano la qualità della permanenza turistica in un luogo ambientalmente pregiato, mirando quasi esclusivamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) al profitto, alla massimizzazione degli incassi, alla quantità delle presenze che fa utile in bilancio a fine stagione turistica e fissa limiti da dover sempre rincorrere e superare, stagione dopo stagione. Per l’industria turistica è pressoché necessario che un parcheggio il quale contenga duecento autovetture ma abbia spazio per arrivare a trecento debba essere ampliato in tal senso (magari scavando qui e là si arriva anche a quattro o cinquecento posti auto): ma può essere necessario, anzi è veramente necessario anche per chi vuole vivere la montagna in maniera autentica, pur volendo usufruire di certi comprensibili agi? Io credo che non solo non sia necessario ma, oltre una certa misura, diventi inevitabilmente deleterio per la qualità dell’esperienza di frequentazione dei luoghi e di vacanza, da una parte, e per quella dell’ospitalità offerta dalle strutture ricettive dall’altra oltre che, ovviamente, per lo stesso territorio, il suo paesaggio, la sua identità culturale, il benessere della comunità residente. Risulta fondamentale, e sempre più urgente, trovare un punto di equilibrio tra le esigenze e le necessità dei tre principali attori in gioco – il turista, l’albergatore/ristoratore/esercente commerciale, l’abitante del luogo – ma ancor di più secondo me, ribadisco, risulta imprescindibile quella riflessione di cui ho scritto prima da parte di ciascun frequentatore delle montagne e dei territori di grande pregio ambientale – quelli capaci di ristorarci nella mente, nel corpo e nello spirito, appunto, ovvero in grado di donarci una “fuga” il più possibile autentica dalle dinamiche opprimenti della vita quotidiana ordinaria. Una riflessione che si risolve in una (doppia) domanda fondamentale: è veramente la vacanza che voglio vivere in montagna? O sto correndo il rischio di ripetere le stesse cose che faccio già in città, nel resto dell’anno, autoconvincendomi che non sia così per non rovinarmi la (meritata) vacanza stessa?

Capitemi: non so affermando che la vera vacanza in montagna sia obbligatoriamente quella da passare in tenda in luoghi sperduti senza nessun confort e senza incrociare anima viva o quasi per giorni interi (esperienza che può risultare affascinante e invitante per molti e niente affatto a tanti altri). Ma nemmeno posso concepire che una vacanza in montagna sia come quelle che vedo così spesso vissute in enormi parcheggi, resort immensi, code agli impianti, resse ai banconi dei rifugi – che magari per giunta si mettono a offrire ostriche e champagne come i ristoranti gourmet del centro città o i beach club sulle spiagge più alla moda.

No, per quanto mi riguarda questa non è “vacanza”, non è «una fuga dalla città», non è relax: è solo un portarsi appresso la gabbia nella quale si vive rinchiusi per tutto il resto dell’anno. Niente di più e di tanto triste.

Un’altra serata bella, potente, importante per parlare di montagne e futuro, venerdì scorso a Vilminore di Scalve

A Vilminore di Scalve, venerdì sera 3 gennaio, l’incontro pubblico per discutere del futuro turistico e non solo di questi significativi territori di montagna bergamaschi è stato di nuovo una cosa bellissima e per molti versi emozionante, come lo fu a fine novembre a Clusone.

Sala stipata ben oltre la capienza, pubblico immobile per quasi 3 ore, attento, sensibile, partecipativo nel dibattito successivo agli interventi, visibilmente consapevole di dover sapere come stanno le cose, sulle proprie montagne per capire come viverle al meglio oggi e domani.

Come ho detto da subito nel mio intervento (del quale alcune diapositive vedete lì sotto), una tale presenza così partecipata è il primo e fondamentale atto politico – nel senso più alto e nobile del termine – che fa “comunità” nei territori montani, cioè la cosa fondamentale che mantiene viva la montagna e può assicurarle un futuro vantaggioso per chiunque vi risieda tanto quanto per chi la frequenti turisticamente. Tra tentativi di perseverare con modelli turistici monoculturali (sciistici ma non solo) palesemente fuori contesto e ormai superati, e le tante, troppe criticità socio-economiche delle quali le valli montane italiane soffrono in maniera spesso cronica, causati da una politica troppo disattenta e deviata, le comunità di montagna hanno la necessità di ritornare ad avere tra le mani la propria sorte, un diritto fondamentale che di contro richiede il dovere di manifestare piena consapevolezza culturale di cosa significhi abitare in quota, tanto più con la realtà in divenire che stiamo affrontando così piena di variabili – a partire dalla crisi climatica, ma non solo – che inevitabilmente cambieranno la vita delle comunità e il loro rapporto con il territorio abitato.

Ma anche grazie a ciò proprio dalle montagne, dopo che per tanti decenni hanno subìto loro malgrado modelli economici, sociali e consumistici apparentemente vantaggiosi ma alla lunga devastanti (che tuttavia alcuni vorrebbero di nuovo perpetrare, come detto, per inseguire propri meri tornaconti), può “fluire” il miglior futuro possibile per il nostro paese e per i tempi prossimi che ci aspettano.

Di sicuro ieri sera a Vilminore, come la scorsa volta a Clusone, quel flusso di nuovo futuro sostenibile e vitale ha cominciato a alimentarsi.

Personalmente ringrazio di cuore gli organizzatori della serata, citati nella locandina, e tutti i presenti, anche per come queste occasioni mi diano la possibilità di imparare tanto e dare sempre più spessore e valore alla mia conoscenza e alla relazione con le montagne.

Alle prossime occasioni – che non mancheranno, statene certi!

(Le foto della sala gremita di gente mi sono state fornite dal collettivo “Terre Alt(R)e“, che ringrazio!)

Un servizio TV della RAI su Cortina veramente imbarazzante

Questa mattina mi è capitato del tutto incidentalmente (visto che non guardo la TV tradizionale) di assistere alla messa in onda, su “RaiNews24” di un servizio su Cortina e le vacanze natalizie in corso. Lo potete vedere qui sotto cliccando sull’immagine:

Be’, l’ho trovato semplicemente imbarazzante.

Non tanto e non solo perché i servizi del genere in questo periodo sono l’ovvietà trita e ritrita – un po’ come quelli sugli esodi di massa e i bollini rossi autostradali a inizio agosto –, non perché siano chiare “marchette” con le quali si cerca di fare promozione turistica travestendola da “cronaca giornalistica” (chissà poi perché sempre a favore di certe località che non ne avrebbero bisogno e mai per quelle meno modaiole che invece sì), non per la stereotipata (seppur a volte obiettiva, ahinoi!) raffigurazione dello sciatore medio, faceto e stupidotto, e nemmeno per il grossolano tentativo di velare tra le altre cose dette allo spettatore che non c’è neve e fa troppo caldo (guai a parlare di crisi climatica quando c’è di mezzo l’industria dello sci!) ma, innanzi tutto, per il linguaggio utilizzato, per le frasi fatte, per le solite banalità proferite, per le immagini mostrate che non mostrano e non lasciano immaginare nulla che possa realmente essere uno strumento di reale promozione per il luogo e per ciò che può offrire di peculiare. Un servizio che di identici se ne vedono da quarant’anni a questa parte, che poteva parlare di qualsiasi luogo senza alla fine si possa coglierne le differenze con altri.

Insomma: una desolazione comunicativa sconcertante, che a mio modo di vedere danneggia totalmente il luogo, altro che promuoverne l’attrattiva. Volessi andare a sciare, lì a Cortina, per come mi è stata mostrata nel servizio non ci andrei proprio.

[La situazione della neve a Cortina, oggi. Cliccate sull’immagine per raggiungerne la fonte.]
Ma veramente l’industria dello sci, con già tutti gli innumerevoli problemi che ha, alcuni dei quali ormai insolubili e che ne cagioneranno inesorabilmente una prossima fine in tante località, pensa di potersi ancora vendere in questo modo tanto banale? Crede di essere ancora attrattiva così, di intercettare il sentore comune dei frequentatori delle montagne che già sta cambiando e adeguandosi ai tempi che corrono – molto di più di quanto lo facciano la stampa, evidentemente, e tanti soggetti che gestiscono il turismo montano attraverso modelli ormai palesemente obsoleti e decontestuali – con modalità così infantili, così pacchiane?

E sia chiaro: lo dico a essa stessa, non tanto come critica tout court al turismo sciistico ma proprio come presagio. Di nuovo, ribadisco, credo che ancor più che la crisi climatica, a determinare la fine dello sci in molte nostre stazioni sciistiche sarà la sua stessa industria, e l’incapacità palese di non restare aderente, coerente, in armonia e funzionale alla realtà della montagna contemporanea e futuro prossima. D’altro canto, non è una mera coincidenza che la pratica dello sci stia diventando sempre meno preponderante tra quelle che i frequentatori della montagna oggi scelgono a motivo delle proprie vacanze in quota. Nulla accade per caso, mai.

Questa sera, a Vilminore di Scalve, un incontro da non perdere per discutere del futuro delle montagne e di tutti noi

Dopo il partecipatissimo e a detta di molti “epocale” incontro dello scorso 28 novembre a Clusoneil dibattito sul presente prossimo e il futuro dei territori montani dell’alta Val Seriana e della Valle di Scalve tornerà protagonista il prossimo venerdì 3 gennaio a Vilminore di Scalve, capoluogo della valle più orientale delle Prealpi Bergamasche, in un incontro pubblico incentrato sul progetto di collegamento tra i comprensori sciistici di Colere, in Val di Scalve, e Lizzola-Valbondione, in alta Valle Seriana, dal titolo “PATRIMONIO DI TUTTI O PARCO DIVERTIMENTI PER POCHI?”, al quale sarà di nuovo per me un grande onore e un notevole privilegio partecipare cercando di portare più dati oggettivi, argomenti, considerazioni fattuali e visioni al fine di strutturare il dibattito più ampio, compiuto e esaustivo possibile, insieme agli altri prestigiosi relatori e alle rispettive varie competenze che offriranno ai presenti.

Mi auguro vivamente che chiunque sia in zona o vi possa giungere scelga di partecipare: abitanti, residenti, villeggianti turisti, curiosi della zona o forestieri… tutti quanti, nel mentre che siamo/stiamo e interagiamo con un ambito così unico come sono le montagne, contribuiamo alla loro vita e partecipiamo alla comunità che le anima. È un impegno, una responsabilità, un dovere anche quando lo si colga solo come puro divertimento e godimento della bellezza montana, ma è allo stesso tempo un diritto, un privilegio, una straordinaria opportunità: dunque interessarsene, almeno un poco, rappresenta un elemento importante per pensare, comprendere, elaborare, sviluppare e assicurare il miglior presente e futuro possibili per le montagne che abitiamo e frequentiamo. «Tanta roba!», insomma, e un privilegio che, detto tra noi, quelli giù in città (con tutto il rispetto) se lo sognano!

Per saperne di più sull’incontro – oltre modo importante e emblematico, inutile affermarlo di nuovo – cliccate qui.

A volte “stare” nel(la) Melma non è affatto una brutta cosa. Ovvero: breve diario di un’esplorazione della montagna di Lecco (forse) meno considerata, a torto

Ultima domenica prima di Natale, tutti o quasi sciamano verso le città, le vie pedonali, le zone dello shopping, i centri commerciali: per recuperare i regali non c’è più molto tempo e per giunta la giornata grigia, con nubi basse e pioggia incombente, convince al riguardo anche i più restii.

Tutti o quasi, dicevo: ecco, tra i “quasi” ci siamo io e il segretario personale (a forma di cane) Loki, che invece risaliamo la corrente veicolare fluente a valle al contrario, verso monte, con l’intenzione di esplorare la montagna più “negletta” tra quelle che fanno da cornice alla città di Lecco: il Monte Melma. Negletta inesorabilmente: la modesta quota massima, 914 metri, la fa sovrastare da tutti gli altri rilievi d’intorno, ben più alti e incombenti oltre che più celebrati – il Coltignone coi suoi satelliti, il Monte Due Mani, il Pizzo e i Piani d’Erna, il Resegone e lassù, oltre modo svettante, la Grignetta – e pure l’oronimo non appare così attrattivo, visto l’uso vernacolare sovente negativo che a volte se ne fa (in realtà il termine “melma” deriva dal longobardo malm che, prima di denominare un terreno variamente fangoso, in origine significa “sabbia”, e in effetti delle cave di sabbia c’erano, sul versante occidentale del monte, che potrebbero spiegarne la denominazione).

[Mostro a chi non fosse esperto della zona la posizione del Monte Melma. Immagine tratta da www.italia.it.]
Di contro, il Melma risulta alquanto importante per il paesaggio antropico e antropologico di Lecco: sui suoi fianchi, i più dolci e accessibili tra quelli direttamente a monte del centro città, si sono addensati alcuni dei rioni più importanti e da lì nel passato si transitava per andare verso la Valsassina, la Valtellina e la Valle Brembana quando ancora la strada a lago non esisteva. Ciò spiega la presenza di numerose mulattiere selciate, tutt’oggi ben conservate – anche grazie al prezioso lavoro manutentivo recente del CAI di Lecco – che risalgono il monte, segni antropici che, con le tante baite sparse sul versante, i diffusi terrazzamenti, i pascoli certamente ricavati in boschi un tempo imperanti ovunque e le selve castanili ormai pressoché abbandonate, raccontano la secolare frequentazione del monte e la sua importanza nell’economia delle genti che ne abitavano le pendici.

Io e Loki percorriamo una di quelle mulattiere fino a Montalbano, località che i boomer appassionati di musica rock ricorderanno come sede dell’edizione del 1971 del “Re Nudo Pop Festival”, evento musicale itinerante tra i primi e più noti dell’epoca con nomi importanti della scena musicale (soprattutto progressive), che seppe radunare in questi boschi raggiungibili solo a piedi oltre diecimila persone (!). Oggi qui invece regna il silenzio: anche i rumori della città, del traffico e della sua iper vitalità prenatalizia, nel primo tratto ben presenti in forma di un indistinto rumore bianco, si sono fatti sempre più flebili ad ogni passo verso l’alto e ora sono completamente svaniti. Il bosco è piuttosto cupo, tinto delle più svariate tonalità brune e certo il cielo spento non aiuta a illuminarlo: il tentativo di farlo è completamente affidato agli ellebori che biancheggiano qui e là, unica variante cromatica presente e distinguibile.

Superata Montalbano, il sentiero per la vetta del Melma si fa deciso e erto, zigzagando sulla dorsale che separa il versante settentrionale da quello più scosceso verso sud; la fatica dell’ascesa si fa sentire, ma per alleviarla basta voltarsi verso valle e tra la vegetazione mai troppo fitta si ammirano notevoli vedute della città di Lecco, dei laghi e dell’alta Brianza lecchese, mentre dalla parte opposta si traguarda la conca ove si stende il paese di Ballabio, che per abitudine si ritiene già parte della Valsassina quando invece non lo è (geograficamente la Valsassina inizia oltre il Colle di Balisio) e la sua valle è semmai opera delle acque del torrente Grigna, che poi scendono verso Lecco a nord del Melma.

L’erta salita termina al cosiddetto Sass Quader, cumulo di massi che pare piazzato lì a mo’ di enorme cairn da un gigante piuttosto maldestro, punto panoramico assoluto del Monte Melma che anche per ciò alcune mappe (Google Maps, tanto per non far nomi) e certe descrizioni escursionistiche considerano la vetta della montagna. Ma non lo è: oltre il Sass Quader il sentiero continua lungo il filo della dorsale per ancora duecento metri circa e risale infine alla vera massima sommità del Monte Melma, contrassegnata dalla presenza di un ripetitore. Seppur qui la vista verso Lecco è occlusa dalla morfologia del monte, alzando gli occhi si possono osservare con visuale a trecentosessanta gradi quasi tutte le più elevate vette che circondano il Melma e sovrastano la città, e così rendersi conto che, per molti versi, questo piccolo monte rappresenta pure il centro del paesaggio montano lecchese che gli ruota tutt’intorno:

Il Coltignone con la sua articolata struttura, la Grigna Meridionale che veglia maestosa sul paesaggio (approfittando del fatto che il più alto e dominante Grignone qui non si vede), l’accigliato Monte Due Mani con la sua struttura a bancate rocciose sovrapposte, il massiccio Pizzo d’Erna sul quale si poggiano gli appuntiti denti del Resegone… insomma, un piccolo ma fondamentale fulcro geografico, il Monte Melma, che in qualche modo ha cercato di sopperire alla propria modesta altitudine facendosi spazio tra quei monti ben più grandi come un bambino curioso tra le gambe degli adulti e intestardendosi nel rimanere lì, al punto da respingere pure la spinta del grande ghiacciaio dell’Adda che ne circondò i fianchi meridionali senza riuscire ad andarvi oltre così invadendo la conca di Ballabio – rimasta inopinatamente libera dai ghiacci anche nel periodo della loro massima espansione, circa 20.000 anni fa, dalla parte opposta protetta dal conoide alluvionale del Pioverna che poi ha formato il colmo del citato Colle di Balisio.

Oggi la visuale dei monti è assai parziale: nubi sempre più dense nascondono le vette e più sotto si sfilacciano tra torri, canaloni e vallecole, mentre la pioggia lentamente ma inesorabilmente aumenta d’intensità – ma lo rimarco spesso, d’altro canto, che in montagne le “giornate brutte” non esistono. Io e Loki scendiamo a Ballabio, sostiamo su una panchina per mangiare qualcosa osservati con sguardo basito dagli automobilisti in transito come fossimo l’ebreo errante e il suo cane, e poi imbocchiamo la valletta dalla quale fluisce il torrente Grigna, solco ombroso chiuso a sud dallo stesso Monte Melma e a nord dai fianchi franosi del Due Mani, che rappresenta lo sbocco idrografico della conca ballabiese quando invece verrebbe da credere che lo sia la valle percorsa dalla strada provinciale che collega il paese a Lecco, la quale di contro è parte di un altro sottobacino idrografico, quello del torrente Gerenzone. Percorriamo il vecchio tracciato di servizio alla nuova strada che sale in Valsassina (tecnicamente denominata “Strada statale 36-racc Raccordo Lecco-Valsassina”, invero aperta quasi vent’anni fa, nel 2006, ma abitualmente definita “nuova” proprio per differenziarla dalla vecchia strada sopra citata) e poi per sentiero scendiamo al Passo del Lupo, proprio sotto il viadotto della statale che sorvola la forra del torrente Caldone, nel quale più a valle confluisce anche il Grigna. Chissà se quel toponimo in origine indicasse effettivamente la presenza di lupi in zona: una leggenda locale racconta che il nome deriverebbe dalla presenza di un lupo ferito che si sarebbe nascosto in una grotta nel pressi del torrente Caldone le cui rocce sarebbero rimaste macchiate del sangue della bestia. Più razionalmente verrebbe da spiegare il rossore litico con la presenza di minerale ferroso, assai diffuso nella zona; di contro l’altrettanto ampia presenza di fauna selvatica un tempo avrebbe potuto giustificare anche quella dei lupi, da cui il nome del “passo” – che in verità un passo propriamente detto non è, il termine va inteso come passaggio. In effetti proprio da qui un tempo si passava per andare a Morterone, il piccolo centro abitato (tra i comuni meno popolosi d’Italia) la cui chiesa fin dal Trecento era parte della Pieve di Lecco, con un percorso più diretto rispetto a quello che risaliva i fianchi del Monte Melma per andare a Ballabio e in Valsassina. Peraltro, volgendo lo sguardo a settentrione, mi rendo conto di come il Melma acquisisca qui il suo aspetto più alpestre, di montagna “vera”, irta, con cuspidi aguzze, speroni rocciosi ben definiti e accenni di verticalità che ogni altro suo versante non rivela.

A proposito di antropizzazione del territorio, in questa zona se ne può raccogliere una testimonianza diversa dalle precedenti di cui ho detto e piuttosto emblematica in forza della sua narrazione diacronica. Andando verso il piccolo e suggestivo nucleo rurale di Versasio, con i suoi terrazzi prativi, gli orti, le selve, la piccola chiesa sul limitare del bosco, io e Loki incrociamo più volte (tramite sottopassi) la citata nuova strada per la Valsassina col suo traffico incessante, nei giorni feriali prevalentemente industriale e nei fine settimana quasi del tutto turistico. Il tracciato stradale – veloce, comodo, per buona parte in galleria, che ha avuto il pregio di togliere quel gran traffico dai rioni alti di Lecco che stava avvelenando – qui delimita i prati di Versasio e col bastione di cemento sul quale corre li separa dal resto del versante che divalla verso Lecco. È una cesura emblematica, come detto, che dà l’impressione di aver diviso nettamente la città dalle montagne – al di sotto la parte più antropizzata e l’anima cittadina più urbanizzata, al di sopra quella mantenutasi rurale e legata alla dimensione montana: così circondata da prati e boschi, sfiorante baite e stalle vecchie di secoli oltre che le bancate rocciose che sorreggono i Piani d’Erna, la strada appare un elemento inevitabilmente alieno al luogo, una sorta di disturbo temporale, una sciabolata di contemporaneità che taglia un paesaggio che invece sembra rimasto fermo nel passato. Percezioni inevitabili, ribadisco, cagionate da elementi troppo differenti messi l’uno accanto all’altro ma privi di un vero dialogo reciproco, difficile da instaurare ma non impossibile, io credo, con un po’ di sensibilità in più per il paesaggio: fatto sta che ne esce una geografia antropica bizzarra, un po’ confusa, sicuramente significativa e per certi versi interessante – eccetto che per la fascia appena a valle della statale, trasformata in discarica da alcuni utenti della stessa… all’inciviltà non esiste mai un limite, purtroppo.

Per fortuna, poco sotto, il tracciato riprende l’aspetto di bella mulattiera selciata e in parte gradinata che, con alcuni tornanti, ci riporta sul fondo della valle del Caldone alle prime case del rione di Bonacina, un altro dei tanti che compongono la parte alta di Lecco. La pioggia s’è fatta ormai battente, le montagne sono del tutto scomparse nelle nubi e più in basso la foschia vela il resto del territorio ma, a questo punto, il paesaggio esteriore che abbiamo esplorato, con le sue tante peculiarità alcune delle quali ho cercato qui di raccontare, si è già fatto interiore: i selciati delle mulattiere, le pietre dei sentieri percorsi, i colori e gli odori del bosco, le acque fredde, i rumori umani e quelli naturali, le visioni del territorio d’intorno, il vento e la pioggia, le presenze e le assenze, le percezioni, le sensazioni e le intuizioni e ogni altra cosa più o meno còlta hanno disegnato una mappa impressa tanto nella mente quanto nell’animo che rappresenta e racconta questa minima parte di mondo attraversata con una gran messe di referenze e un dettaglio insuperabile, e ciò perché noi stessi ora siamo diventati suoi elementi, vi abbiamo lasciato la nostra traccia e con il cammino percorso abbiamo disegnato su quella mappa l’esperienza vissuta, la conoscenza ricavata e la relazione intessuta con i luoghi, intensa, genuina e incontaminata (d’altro canto, persone incrociate lungo l’intero percorso: tre, ma se considero la sola parte prettamente escursionistica: zero).

Eco, stavolta nel(la) Melma ci siamo finiti volontariamente e consapevolmente, ed è stato quanto mai piacevole e affascinante.

Il solito N.B.: le foto che trovate qui, le ho fatte da non fotografo quale sono con un cellulare ormai datato, dunque chiedo venia a chi le giudicherà di qualità carente.