Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi, di vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è.
[Immagine tratta dalla pagina Facebook Walter Bonatti.]Seppure ieri fastidiosi impedimenti me l’abbiano fatto sfuggire, non posso tralasciare di ricordare che il 22 giugno del 1930, novant’anni esatti fa, nasceva a Bergamo Walter Bonatti. Uno dei più grandi – e lo dico “a prescindere” ovvero nel senso più ampio e assoluto possibile della definizione, non certo riferendomi soltanto all’ambito alpinistico e della montagna: d’una grandezza che non solo non diminuisce con il passare del tempo ma si accresce, diviene ancor più illuminante, preziosa, rara, forse unica.
Aveva (ed ha) ragione Steve House, il grande alpinista americano, che negli anni Novanta girava il mondo per scalare montagne con un camper sul cui copriruota posteriore aveva scritto «BONATTI IS GOD». Già.
Se io dunque traspongo questi princìpi nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso e comunque verrò punito, perché non ho dato gomitate ma le ho soltanto ricevute. È davvero difficile conciliare queste diversità. Da qui l’importanza di fortificare l’animo, di scegliere che cosa si vuole essere. E, una volta scelta una direzione, di essere talmente forti da non soccombere alla tentazione di imboccare l’altra. Naturalmente il prezzo da pagare per rimanere fedele a questo «ordine» che ci si è dati è altissimo.
(Da Montagne di una vita, Baldini & Castoldi Dalai, 1995 / BUR Rizzoli 2016.)
Se c’è una cosa – secondo me – che rende certe giornate dal cielo così perfettamente terso e profondamente azzurro da sembrare finte invece assolutamente affascinanti, è l’osservazione dei profili dei monti che con insuperabile nitidezza si stagliano contro quell’azzurro perfetto. La linea che creste, dorsali e cime disegnano è netta e dinamica, dotata di evidente eppure anche arcana “morfo-logica” (sostantivo, ovvero logica delle forme). Il contrasto materiale e cromatico è altrettanto netto ma niente affatto antitetico se non nell’iniziale percezione visiva, appunto: anzi, quella linea che il profilo dei monti disegna nel cielo non marca un “confine”, come verrebbe facile pensare, ma una congiunzione, il contatto di due elementi non discordanti ma concordanti in modo, per così dire, giustificante.
La visione mi fa pensare all’etimologia originaria del termine “confine”, alquanto interessante: viene dal latino confinis “confinante”, composto di con– e del tema di finire, “delimitare”. Non è quindi, nel principio, una parola che indica una separazione o una divisione, piuttosto indica proprio la congiunzione di due elementi. La utilizziamo, oggi, con un’accezione sostanzialmente ribaltata rispetto a quella originaria: parliamo di confine e pensiamo a qualcosa che divide perché sostanzialmente ci è stato insegnato così fin dai tempi della scuola, mentre in verità è il punto in cui due elementi non necessariamente contrapposti, siano essi materiali o immateriali, si toccano, entrano in ovvero stabiliscono uncontatto. E in effetti, quando camminiamo lungo le creste dei monti e raggiungiamo le loro vette, non stiamo come in nessun altro posto (simbolicamente nonché geograficamente) con i piedi ancora a terra ma con il corpo già “immerso” nel cielo? Diventiamo noi stessi elementi di contatto come le cime che dal piano lungo i corpi montuosi si elevano e si “immergono” nel cielo, ciascuna di esse punto assoluto della congiunzione tra terra e cielo – anche al di là delle millenarie interpretazioni in tal senso delle sommità dei monti elaborate da numerose civiltà.
È anche una correlazione “estetica”, a ben vedere: di una bellezza materiale, di sostanza, con un’altra bellezza immateriale, eterea, delineata in una giornata così radiosa come dalla linea tracciata da due campiture di diverso colore sulla tela d’un quadro. Anche in tal caso, nessun confine c’è, e ci potrebbe essere, tra diverse forme e manifestazioni della stessa bellezza, se la si osserva con sguardo ampio, libero e olistico, che sappia cogliere il dettaglio nel complesso senza trascurare l’uno per l’altro ma percependone la relazione ineludibile. Proprio come si dovrebbe osservare un’opera d’arte, insomma: ma cos’è l’arte, d’altronde – e da sempre, secoli fa ma sovente pure oggi anche se in forme diverse – se non una rappresentazione della bellezza insita nella visione del paesaggio mutuata dalla sensibilità umana? Appunto: non c’è nessun confine di sorta, nemmeno qui.
(Vecchi scritti, mai pubblicati, saltano fuori ogni volta che “scartabello” tra cartelle e sottocartelle conservate in modi assolutamente entropici (ma un tempo una logica ce l’avevano, ne sono certo) sui miei pc. Questo, ad esempio, è di 22 anni fa -tenetelo presente, se lo leggete – ed è (era) parte di una raccolta di racconti dedicati alla Montagna, rimasta nel classico “cassetto” a beneficio di altri testi, già. Chissà se a ragione o meno, mah!)
Eccolo, eccolo ancora, il falco, spuntare dalle punte ghiacciate della Grande Montagna lentamente e solennemente, volando sopra i tetti, parendo in quella lentezza quasi sospeso, parte d’una dimensione presente e assente in quel momento temporale e in chissà quale altra temporale sfera!
Gli era sempre piaciuto il falco. Lo ammirava volteggiare maestoso nel cielo, le ali aperte quasi che le stesse potessero comprendere nella loro apertura il mondo intero, o almeno l’intero orizzonte, come un re al cospetto del suo regno simbolicamente racchiuso in un’unica sua apertura di braccia. Lo invidiava per il fatto che egli potesse spingersi ovunque volesse, su fin verso le apparentemente inviolabili vette della Grande Montagna, in un mondo senza alcuna limitazione fisica e, conseguentemente, spirituale: solo l’altezza come confine, l’elevazione massima verso l’infinito di un cielo senza termine immaginabile. Il suo volo era stupendo, unico, inimitabile: sprigionava una tale regalità che mai altra terrestre creatura, umana e non e pur di nobile rango, poteva anche solo avvicinare. Spesso la sua planata portava ad incrociare l’infuocato disco solare, e allora la sua parvenza di divinità aumentava ancora di più, la sua pennuta silhouette si ammantava d’un aureo alone sfolgorante che imprimeva nella pupilla impressionata la sagoma d’una visione quasi mistica, di un dio che volesse magicamente nobilitare la visione del mondo ad un qualche umano con la sua sublime presenza aerea […]
(Cliccate sull’immagine oppure qui per leggere tutto il racconto, su file pdf illustrato.)
Il bello del diventare pienamente adulti – ovvero diversamente giovani, o altri modi similari per affermare con elegante nonchalance che si sta invecchiando (e io a breve ne faccio 49, di anni, anche se mi sento più giovane di un dodicenne) – è che ci si può credere assennati, accorti, giudiziosi, sagaci, saggi eccetera, cioè dotati del consono senno per far cose che in età giovanili si sarebbero dette avventate e in qualche modo rischiose.
Invece, adesso, be’, volete mettere? Cinquant’anni (per me quasi, appunto), mica son più un ragazzino, eh, ci mancherebbe, so cosa faccio!
Ecco.
Ho mangiato una banana.
Una sorta di frutto proibito, per me, che da ragazzino lo adoravo ma che una volta sullo stomaco mi diventava più arduo da digerire di un blocco di titanio.
Adesso invece chissà, forse non andrà più così, pure il mio apparato digerente sarà maturato, mi auguro, e comunque sono quasi maggiorenne alla tripla potenza e vaccinato che mi manca solo quello per il coronavirus, che diamine, dunque amen!
Tuttavia, ammetto di aver fatto anche di peggio, qualche tempo fa. Già. Ho mangiato un Mars.
Sì, la nota barretta al cioccolato.
Pure quella la adoravo, da bambinetto (il che mi associa inopinatamente a Saddam Hussein, ma questo è un altro discorso), vuoi anche perché il suo consumo mi veniva (fortunatamente – per il mio fegato, in primis) centellinato dai miei genitori.
Be’, ne ho mangiato una dopo almeno 35 anni dall’ultima gustata, nel tentativo, in effetti piuttosto riuscito, di rivivere sensazioni preadolescenziali in lentissima, certamente inesorabile ma al momento non ancora definitiva evanescenza, nella mia memoria.
Poi, ovviamente, ci sono altre prerogative che si manifestano quali peculiarità positive ovvero proficue dell’avanzare dell’età e del conseguimento di quello stato di maturità anagrafica di cui ho detto all’inizio. Ma non c’entrano con le banane e il Mars, dunque, nel caso serva, ne parlerò un’altra volta.
(Ve l’avevo detto che era un post un po’ strano, eh!)