Chi si farebbe operare da un architetto?

Il filosofo e sociologo Slavoj Žižek con la maglietta che reca il motto di Bartleby, lo scrivano di Melville. Foto tratta da “Artribune”, dall’articolo citato e linkato nel post.

[…] Chi si farebbe operare da un architetto? Chi si farebbe costruire la casa da un biologo? Chi si farebbe difendere in tribunale da un dentista? Perché invece presidenti e amministratori di imprese culturali (teatri, musei, festival, fondazioni) possono essere persone che non sanno nulla di finanza, controllo di gestione, contabilità, contrattualistica, risorse umane? Perché avvocati, medici, architetti non ci si improvvisa, mentre amministratori sì? Perché gestire decine e decine di milioni e centinaia di persone può essere per autodidatti e operare un essere umano, affrontare una causa in tribunale o progettare un ponte no?
[…]
Allora nella politica di oggi non ripongo speranze, ahimè; nel senso di responsabilità delle persone, invece, sì. Il più delle volte sono persone di pregio e con meriti sociali e creativi importanti. Appello: per favore, mettete da parte l’ego, la voglia di poltrona o di medaglie. E imparate a dire: “Grazie ma, no, non è il mio mestiere”.

(Fabio Severino su “Artribune” #50, in un editoriale intitolato I would prefer not to – sì, è la celebre affermazione di Bartleby, lo scrivano di Melville – nel quale riflette sagacemente su competenze (non) richieste e improvvisazione in politica, una realtà molto italiana per la quale – per dirla in modo suggestivo – gente che non sa fare, fa cose che dovrebbero fare altri a cui tocca invece fare tutt’altro. Leggete l’illuminante articolo nella sua interezza qui o cliccando sull’immagine in testa al post.)

Dire cose affidabilisssssime

[Foto di Immanuel Giel – Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10773174%5D
Ormai, certe asserzioni proferite da alcune persone (il cui numero noto in aumento, purtroppo), frasi del tipo «Te lo prometto!», «Fidati!», «Contaci pure!» e affini, hanno lo stesso valore e la stessa affidabilità di cose del genere «Ho avvistato il mostro di Loch Ness!», «Un astronave aliena è atterrata nel parcheggio dell’Ikea!» oppure «I politici italiani sono veramente onesti e capaci.»

Ci rido sopra, sì, ma in realtà non c’è affatto da ridere. Anzi.

 

Stereoscopiche scempiaggini

Leggo che un team di neuroscienziati dell’Università del Minnesota ha messo ad alcune seppie degli occhiali 3D e ha scoperto che godono della visione stereoscopica, una dote che «è frutto di un difficile calcolo che non avviene in modo automatico in ogni creatura dotata di un paio d’occhi», come ha dichiarato uno dei ricercatori coinvolti negli esperimenti, e che possiedono poche specie viventi, tra le quali l’uomo.

Cosa incredibile, senza dubbio… ma in realtà non è una buona notizia.
Per l’uomo non lo è, già.
Perché ora che sappiamo che anche le seppie sono dotate di facoltà comuni a quelle umane e d’altro canto rare tra le specie viventi, si conferma nuovamente che è l’uomo l’unica creatura sul pianeta a utilizzare tali elaborate e preziose facoltà per compiere di frequente delle gran scempiaggini*. E che pure le seppie, a quanto pare dotate di un’ottima capacità visiva, possono osservarlo nitidamente mentre le compie. Ecco.

(*: inizialmente avevo scritto “cazzate”, ma non volevo essere troppo scurrile ancorché il termine sarebbe probabilmente di più chiara e immediata comprensione.)

La ragione

[Photo credit: Mushki Brichta – CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0).]
P.S. (Pre Scriptum): siccome a fine anno si fa pulizia anche tra le innumerevoli cartelle di files accumulate nei mesi precedenti, e siccome nel fare ciò spesso saltano fuori altre cartelle delle quali nel mio caso mi sfugge il ricordo, nei giorni scorsi ne ho trovato una con i testi di quella che doveva essere una specie di scritto simil-filosofico, un dizionario dei cui termini fornivo significati “alternativi” e non ordinari, per così dire. Uno scritto di più di dieci anni fa, quando leggevo moltissima filosofia, mai terminato che tuttavia, per il solo fatto di essere messo lì, nero su bianco (digitalmente, certo), fissa un certo tempo, un momento della vita, i relativi moti della mente e dello spirito, una visione del mondo attorno e di quello dentro e la conseguente sensibilità di quei giorni.
Aveva anche un titolo provvisorio, “Il manuale del piccolo cinico”, già.
Ecco, questa ad esempio è la voce “Ragione”:

La “ragione” è quella cosa che, quando non la si possiede, fa credere di avere sempre ragione. Ora, ampliate questa semplicissima evidenza al nostro mondo e applicatela a tutti quelli che si riconoscono il diritto di imporvi la “verità”: constaterete quanta poca ragione vi sia in costoro che credono di avere per sé tutte le ragioni per pretendere di avere sempre ragione! Visto che chi crede di avere sempre ragione si ritiene depositario infallibile della “verità”, è diretta conseguenza a ciò il fatto che la stessa pretesa e indiscutibile verità scaturisce da una mancanza di fondo di ragione, e dunque è viziata fin dal principio dal potenziale errore, che in tale ambito si può definire in due modi: o falsità, o colpa – la prima forse anche frutto di inconsapevolezza (la buona fede dell’ignorante, che peraltro è spesso più nociva di altre dacché lascia ben poco spazio alla ritrattazione, nel piccolo e misero intelletto che la sostiene), la seconda sempre di malizia e malvagità – ma che entrambe, infine, per quella semplice evidenza posta all’inizio della presente disamina, dominano il nostro mondo con la violenza di un continuo, perenne scempio della verità effettiva. Qual è, dunque, la caustica e triste conclusione di ciò? Che avere la vera ragione diventa un torto, in questo mondo dove quelli che pretendono la “ragione” sono invero nel torto!

Risposte affrettate

Il nostro di oggi, alla fine, è un mondo molto spesso basato su impressioni e risposte affrettate. Facciamo in ogni cosa della velocità una dote che crediamo imprescindibile, soprattutto dove non riusciamo a capire che così non dovrebbe essere e dunque, in primis, nel pensiero e nella riflessione, che possono avere velocità variabili e giammai “massime” – dovremmo avere qualche campanello d’allarme che suoni in tali circostanze e invece no, non lo abbiamo (più). Sia chiaro: qui l’istinto e l’intuito non c’entrano nulla, il primo è una dote da sviluppare che possiamo avere attiva o meno, il secondo è comunque un effetto del personale bagaglio culturale. No, le risposte affrettate sono generalmente conseguenza dell’opposto, del non pensiero, dell’ignorare il bagaglio culturale a disposizione e del non ascolto dell’istinto (il quale potrebbe certamente essere sbagliato ma, almeno, è dote ovvero talento propri). Per questo, molto spesso, le risposte affrettate in realtà non sono nostre ma di altri, che noi ripetiamo tali e quali per facilità d’espressione e svogliatezza intellettuale, perché in tal senso ci è comodo proferirle, o le impressioni generarle, e perché sembra che oggi, nell’era del blaterare social omnipervasivo, se non si ha qualcosa da dire su tutto non si conta nulla. È una fretta che non dona alcun impulso verso l’avanti ma, anzi, ci spinge all’indietro, verso una regressione intellettuale che, d’altro canto, nel dibattito pubblico appare quanto mai chiara un po’ ovunque.

Insomma, quel noto aforisma che qualcuno attribuisce a Mark Twain, qualcun altro a Oscar Wilde, e che dice «A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio» oggi vale come non mai. E non è affatto una bella cosa.