La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

[Foto di Sampinz, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=75742140.%5D
(José Saramago, Viaggio in Portogallo, traduzione di Rita Desti, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2011-2015.)

Omegna e la triste fine dell’Omino coi baffi

Moka Noir è il nuovo documentario del regista svizzero Erik Bernasconi: un’indagine, ironicamente condotta in stile poliziesco, sulla scomparsa del polo industriale del casalingo di Omegna, cittadina piemontese un tempo assai prospera in quanto sede di una delle industrie di articoli domestici più famose del Novecento, la Bialetti. La società venne fondata a Omegna da Renato Bialetti, figlio di Alfonso il quale nel 1933 depositò il brevetto di un’invenzione che ha rivoluzionato a suo modo la vita quotidiana di tutti quanti: la moka per il caffè. Del documentario racconta questo articolo di “tvsvizzera.it” nel quale potete leggere un’intervista a Matteo Severgnini, giornalista omegnese e co-autore dell’opera di Bernasconi. Renato è anche colui al quale il famoso fumettista Paul Campani si ispirò per il personaggio dell’Omino coi baffi, vera e propria icona della pubblicità degli anni Sessanta e Settanta, quella di Carosello.

La storia industriale recente di Omegna è assai emblematica circa lo sviluppo dell’industria italiana nello scorso secolo e di conseguenza della geografia umana e sociale del territorio nostrano, che in un tempo relativamente breve è passato da una predominante ruralità al boom industriale ed economico del dopoguerra, alle diverse crisi succedutesi tra i Settanta e gli anni Duemila che non di rado hanno cancellato tutta la storia e le fortune passate, generando danni sociali non indifferenti anche perché quasi mai previsti, gestiti e risolti. La mancanza di vera coesione sociale e socioculturale italiane, una volta svanito il collante del temporaneo benessere è rapidamente venuta a galla, dimostrando l’estrema fragilità in tal senso del paese, perenne e irrisolta «mera espressione geografica» che anche per ciò non sa arrestare la propria costante decadenza. In tali situazioni, poi, vi è senza dubbio un grosso concorso di colpa della politica, a sua volta incapace di “fare paese” e di risolvere le sue questioni sociali storiche sia per incompetenza, sia per cialtroneria e per ipocrisia, pensando solo a sfruttare i momenti migliori per ricavarne interessi di parte. In tal modo sono stati arrecati danni tremendi anche a comunità sociali potenzialmente virtuose come quelle dei piccoli centri della provincia italiana, che invece la politica ha sempre visto – nel proprio sguardo bieco e funzionale alla salvaguardia del potere e dei relativi tornaconti – come territori secondari e marginali.

Così racconta Matteo Severgnini, in un passo significativo dell’intervista riportata nell’articolo citato:

Negli anni Settanta la forte dimensione comunitaria era la caratteristica principale di Omegna. Un ex sindacalista raccontava della grande popolarità dei circoli operai che erano una sorta di estensione dell’ambiente familiare. Nei decenni precedenti, nelle osterie del paese, era possibile vedere operai e industriali insieme a bere ‘bianchini’. Con l’avvento degli anni Ottanta, sempre secondo il sindacalista, tutto è cambiato. Lo slogan della televisione privata di Berlusconi, l’allora Fininvest, era in questo caso emblematico: “Corri a casa in tutta fretta, c’è il biscione che ti aspetta”.

Quante Omegna vi sono in Italia? E quante ve ne saranno ancora, in questo presente e in futuro prossimo che per mille motivi appare sempre più problematico?
Ecco.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo su Moka Noir pubblicato da “tvsvizzera.it”. E meditate, meditate, più che potete.

Una luce nel buio

È passato ormai un secolo da quando Darwin ci dette un primo assaggio dell’origine delle specie. Oggi sappiamo ciò che era sconosciuto a tutte le carovane delle precedenti generazioni: che nell’odissea dell’evoluzione gli uomini non sono che i compagni di viaggio delle altre creature. Questa nuova conoscenza dovrebbe averci dato, in questo lasso di tempo, un sentimento di fraternità con le altre bestie: un desiderio di vivere e di lasciar vivere, un senso di meraviglia per la vastità e la durata dell’impresa biotica.
Soprattutto avremmo dovuto sapere – un secolo dopo Darwin – che l’uomo, sebbene ora sia il capitano di questa nave avventurosa, non e certo l’unico oggetto della sua ricerca, e che le sue precedenti convinzioni in merito erano semplicemente dettate dall’umano bisogno di trovare una luce nel buio.
Avremmo dovuto pensare a tutto questo. Purtroppo, temo che pochi di noi lo abbiano fatto.

(Aldo Leopold, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.121; ed.orig.1949.)

Uomini e api

Quando leggo notizie del genere, peraltro assai frequenti negli ultimi anni (cliccate sull’immagine per leggerla e vedere il video), e a prescindere da fake quotes parecchio diffuse, mi viene sempre da pensare a una cosa assai banale tanto quanto evidente: che in un mondo senza più api tutti gli ecosistemi, dei quali fa parte anche l’uomo, subirebbero danni ingenti e profondi; in un mondo senza più l’uomo gli ecosistemi, dei quali anche le api fanno parte, non affronterebbero grandi alterazioni, godendo anzi di notevoli benefici.

E la questione “api” è solo una delle tante similari, inutile rimarcarlo.

Quindi: o l’uomo ritrova la necessaria armonia col mondo che abita insieme a tutte le altre creature viventi, oppure dovrà subire una sorte alquanto nefasta, suo malgrado o meno. Non ci sono ulteriori alternative.

Scrivere per non essere ricattabile

Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O Anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.

[Credits: Giovanni Guida / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0).]
(Fabrizio De André, Una goccia di splendore. Un’autobiografia per parole e immagini, a cura di Guido Harari, Rizzoli, 2007.)