“Da questo libro il film evento”.
Eh, già. Oggi – terzo Millennio, 21° secolo, anno 2016 – non è più una meravigliosa, immortale opera dell’insuperabile William Shakespeare ad essere considerata un “evento” (imperituro, ovviamente), ma il film che ne viene tratto. Che per carità, è – ovvero mi auguro sia – certamente un gran film: peccato che, temo (assai pessimisticamente, ma tant’è), che molti crederanno il film l’opera fondamentale e non il libro, e quel tal Shakespeare un ennesimo scrittore di robe tipo storiche o fantasy tranquillamente trascurabile…
Tuttavia sposto la questione altrove da considerazioni del genere e riapro fugacemente un dibattito nel quale con amici e “colleghi” sovente finisco, e che al proposito non è affatto secondario così come non è tanto attinente, quanto potrebbe sembrare, agli scopi commerciali perseguiti dagli editori di tali pubblicazioni contemporanee. Ovvero, chiedo: ma operazioni editoriali del genere, la cui matrice commerciale è palese e soverchiante rispetto a quella prettamente culturale e, nel caso, didattica, possono effettivamente servire ad avvicinare alla grande cultura chi altrimenti se ne starebbe lontano, oppure non fanno altro che banalizzarne ulteriormente il senso e il valore contemporanei?
Insomma: chi pensa che Shakespeare sia tutt’al più un calciatore del Chelsea, attraverso una pubblicazione così gadgettizzata ad un film contemporaneo può realmente diventarne un conoscitore e, da qui, trasformarsi in un appassionato lettore di opere letterarie di pregio? Oppure, appunto, come in parecchi pensano – basta leggere certi commenti sui social al proposito – tali operazioni non sono altro che ennesimi esempi di quanto in basso sia caduta la qualità editoriale e, di rimando, culturale nel nostro paese?
E’ una questione aperta, senza dubbio. Per quanto mi riguarda, torno alle frequenti meditazioni sul tema che faccio col mio libraio di fiducia: io, solitamente pessimista su tali questioni (vedi sopra) dico che sì, tra cento che leggono libracci magari qualcuno si appassiona all’esercizio della lettura e, col tempo, impara a riconoscere la qualità di ciò che legge; il mio libraio di fiducia, solitamente ottimista (altrimenti non farebbe il mestiere che fa) ritiene di no.
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L’Europa odierna, la dignità negata, e 8 secoli di civiltà buttati al vento

“In futuro sarà lecito per chiunque uscire dal nostro regno e rientrarvi, sano e salvo, per terra e per mare, fatta salva la fedeltà che ci è dovuta, fuorché in tempo di guerra per breve periodo, secondo la comune utilità del regno, ad eccezione degli imprigionati e dei fuorilegge, della gente di paesi in guerra con noi, e dei mercanti, peri quali valga ciò che è stabilito qui sopra.”

Questa enorme, ottusa e imperdonabile pecca io credo che l’Europa se la vedrà tornare indietro nel prossimo futuro – anche perché sovente chi ne fa le spese sono i bambini, ai quali in tal modo viene “insegnata” una inspiegabile (per loro) crudeltà che finirà per sedimentarsi nell’animo. Chiunque neghi diritti fondamentali di civiltà, umanità e, se è il caso, carità ad altre persone che giustificatamente ne abbisognano, inesorabilmente ne subirà le conseguenze. Lo insegna la storia, e insegna pure che, quando ciò accade, è sempre cosa drammaticamente meritata. Ma credo che a tanti dei politici che malauguratamente governano l’Europa contemporanea – un’entità geopolitica e culturale che potrebbe e dovrebbe fare da guida al pianeta intero mentre invece affoga nei pantani biecamente politici da essa stessa creati (in tema di profughi, particolarmente emblematico, ma non solo) – ciò non interessi granché, dacché sono essi stessi i primi a non capire cosa sia l’Europa, nonché cosa possa e debba fare per sé stessa, la sua gente e per il mondo del quale rappresenta una parte così importante.
Della “poesia” messa nel congelatore e di relativi donchisciotteschi sbotti idealistici
Ma tu guarda!
Scartabellando (o forse dovrei dire sfilesbellando) tra memorie digitali varie che ho in giro, per molte delle quali sovente ho dimenticato il contenuto, ho ritrovato una roba bizzarra di parecchio tempo fa…
Era il 2006, quando Einaudi pubblicò Lettere d’amore nel frigo, “raccolta poetica” di Luciano Ligabue – sì, il musicista (che, lo dico subito, mi sta parecchio simpatico finché non fa ciò per cui è famoso, musica in primis). Ebbi modo di leggere quelle poesie griffate, e siccome da fervente appassionato di arte poetica ci restai un po’ così – un po’ tanto così! – mi venne da scrivere alla casa editrice in questione la seguente suggestiva missiva, che ovviamente non venne considerata nemmeno di striscio, in nessun modo (lasciate stare l’accenno di vanagloria suscitato dalla citazione di quel mio libro di poesie, tuttavia funzionale al fine del testo), ma il cui senso generale sottoscrivo tutt’oggi senza dubbio alcuno – anzi, forse anche più di allora…:
Ill.ma Redazione Editoriale,
ho avuto modo di leggere alcune poesie che la Vostra Stimatissima Casa Editrice ha pubblicato con il volume Lettere d’Amore nel Frigo di Luciano Ligabue.
Ciò fatto e posto, ritengo assolutamente necessario inviarVi copia dell’ultima silloge poetica del sottoscritto, Versi Irregolari, uscita per la piccola Maremmi Editore di Firenze, al fine di rendere completamente illuminata e illuminante la differenza, nel complesso e nel dettaglio, tra le due opere.
Eppure, Luciano Ligabue pubblica quelle “poesie” con Einaudi, forse senza nemmeno che Voi (o chi più conta, tra di Voi) suscitiate un pur minimo dubbio sulla qualità dell’operazione (ovvio, non in senso commerciale, ma se la letteratura e in particolare anche la poesia, sua forma più pura, deve calare definitivamente le brache al vil soldo, chiudiamo pure tutti baracca e burattini e cambiamo aria, che è meglio…), mentre lo scrivente e tutti quelli come me, chissà quanti certamente più bravi di me, si vedono le Vostre porte (e qui il plurale indica tutti Voi “grandi” editori) chiuse le porte pur se la propria opera, orribile che possa essere, è comunque stratosfericamente migliore, nella qualità poetica, di quella di Luciano Ligabue – anche perché, forse, non è costruita per vendere, ma per esprimere!
Tutto quanto sopra con il più doveroso rispetto per Luciano Ligabue (in fondo, la colpa ultima non è sua, e in questa mia missiva egli è preso ad esempio in modo tutto sommato casuale e “funzionale” per il senso della stessa), e della Vostra insigne Casa Editrice (i cui meriti “storici” fortunatamente coprono abbondantemente ciò di cui qui si scrive); Vi prego, non crediate che queste parole esprimano invidia, vanagloria, arroganza e immotivata millanteria, ma solo passione, grande passione per la poesia in quanto tale – ovvero espressione artistica di valore assoluto la cui speciale essenza letteraria non può essere strattonata ovunque lo si voglia – e totale, forte, vivida presenza nelle proprie parole scritte. Sono ben contento per Luciano Ligabue se il suo volume ha venduto tot migliaia di copie, quantunque di sicuro non abbisogni dei relativi introiti monetari; lo sono molto meno, infinitamente meno, per la poesia. Per cui, certi del successo editoriale e commerciale ottenuto, potete detenere la tranquillità di dare un occhio al mio volume, augurandomi che ne sappiate cogliere tutta la sua essenza.
Ribadisco: non decifriate qui alcuna vuota e irata critica verso chicchessia, non è certo mia intenzione esprimere impressioni di una tale basso retaggio; sappiatemi invece assolutamente onorato nel caso vogliate concedere a Versi Irregolari una lettura ed un giudizio, del quale – e in ogni caso – Vi ringrazio fin d’ora sentitamente.
Con l’occasione, porgo a Voi tutti i miei più cordiali saluti.
(P.S.: quello ritratto nell’immagine in testa al post non sono io, eh!)
Macchine da scrivere, e “macchine” già scritte
Ho pubblicato qualche giorno fa sul mio profilo di facebook questa immagine (presa da qui) di celeberrime macchine da scrittori, e ne è scaturita un’interessante chiacchierata con molti amici, alcuni dei quali “diversamente giovani” a sufficienza da averci scritto parecchio, su macchine del genere.
Al di là dell’evidente fascino di esse, dato non solo dalle loro celeberrime proprietà, mi è venuto da riflettere su come al tempo in cui (a parte la scrittura a mano) con le macchine da scrivere si redigeva qualsiasi testo, giornalistico, letterario o altro – che, detto così, sembra roba di secoli fa ma è in fondo solo passato qualche decennio – e a differenza della nostra epoca e di noi autori contemporanei ipertecnologici e dotati di qualsivoglia potente strumento digitale di scrittura, di memoria, di correzione, di impaginazione e così via, praticamente ogni parola dovesse essere sudata, per così dire, ovvero pensata, guadagnata, fissata sulla carta in modo assai meno delebile di oggi e dunque, in qualche modo, dotata in spirito di maggior valore espressivo. Se si sbagliava, a qui tempi, e soprattutto se interi brani non risultavano consoni a ciò che si voleva scrivere, beh, c’era praticamente da rifare tutto da capo, mica come oggi che bastano pochi attimi per cancellare, copiare, incollare, correggere e memorizzare.
Sia chiaro: non sono, queste mie, considerazioni nostalgiche e/o anti-tecnologiche, ci mancherebbe: credo che nessuno sano di mente tornerebbe a quei tempi, se non per pochi secondi di inebriante “finzione” – giusto per sentirsi al pari, almeno nel gesto, di mostri sacri come Kerouac o Hemingway. Tuttavia, appunto, il ritmo e il gesto simile a quello contemporaneo ma invero totalmente differente, nella sostanza pratica, mi viene da supporre che fosse forse più consono ad un esercizio di scrittura letteraria autentica e di qualità rispetto a quello ultraveloce e parecchio assistito che oggi abbiamo a disposizione. Ogni parola, ogni frase, ogni brano più o meno breve te lo dovevi guadagnare, come dicevo, e dunque meditare, progettare al meglio, strutturare in modo il più possibile definito e definitivo. C’era forse una maggiore necessità di ponderazione del gesto di scrittura, oltre che un rapporto diverso, più diretto, più fisico, con quanto scritto sul foglio di carta.
Non voglio dire che la da più parti riscontrata e diffusa carenza di qualità letteraria e artistica (dacché la scrittura è un’arte, bisogna ricordarcelo ogni tanto) di noi autori contemporanei possa dipendere anche da quanto sto qui affermando, però di sicuro quella carenza, che spesso risalta subitamente dalla palese superficialità di ciò che si legge oggi dacché pubblicato pure da rinomati editori (e il pensiero va inevitabilmente al panorama nazionale, ça va sans dire), io temo (e credo) sia anche dovuta ad una eccessiva facilità pratica di scrittura, al fatto che chiunque, con un qualsiasi pc e il correttore ortografico attivo, possa convincersi di poter scrivere “letteratura” per poi magari pubblicarla, con pochi altri clic, in formato digitale e/o in self publishing – oppure pagando un editore, ovvio. Parafrasando una nota battuta di Nino Frassica, se un tempo c’erano le macchine da scrivere, oggi si producono testi con così tanta meccanica facilità che è come ci fossero le macchine già scritte!
Oh, certo, magari qualcosa del genere, contestualizzato alla relativa epoca, poteva ben succedere anche al tempo delle macchine da scrivere, ma capite bene che, nel caso, non era nulla di paragonabile a quanto è possibile oggi. E mi piacerebbe veramente poter constatare, mettendo in moto una inopinata ucronia e immaginando l’assenza di tutta la tecnologia a disposizione degli autori odierni ovvero sostituendola con macchine da scrivere meccaniche, risme di carta, cartellette in cui immagazzinare i fascicoli e quant’altro di “obsoleto”, se la produzione letteraria conseguente rimanesse tale a quella contemporanea oppure no, in primis nella quantità ma soprattutto nella qualità.
Magari sì. Sostenere il contrario da parte mia sarebbe una forzata speculazione, non posso negarlo. D’altro canto, di contro lo sarebbe pure sostenete che la qualità letteraria media odierna non sia drammaticamente più bassa di quella d’un tempo – di quel tempo in cui creare testi battendo i tasti di una macchina da scrivere era veramente roba da scrittori veri. I quali ci sono anche oggi, senza alcun dubbio: ma se non in tema di qualità letteraria (forse), in fascino dell’esercizio della scrittura partono – e partiamo tutti, noi autori contemporanei – con una marcia in meno.
“Letterale” e “letterario”, o della (scarsa) sostanza della scrittura contemporanea

letterale (ant. litterale) agg. [dal lat. tardo litteralis]: che riguarda la lettera di uno scritto, che si attiene cioè al significato più ovvio e per così dire esterno delle parole.
letteràrio agg. [dal lat. litterarius, der. di littĕra «lettera»]: di opera dell’ingegno che appartiene alla letteratura.
Sono termini, i due qui sopra, che non di rado nel parlato quotidiano superficiale ovvero poco ragionato la gente confonde, noto. Così, ad esempio, il significato formale di qualcosa diventa “letterario” e di contro il romanzo un genere “letterale”. Nulla di male, per carità, con un poco più di attenzione e cinque secondi di lettura del dizionario l’errore può essere risolto. Tuttavia, a volte ho l’impressione che proprio la confusione più o meno diffusa di questi due termini possa rappresentare in modo assai significativo la realtà contemporanea della scrittura narrativa. Una realtà, lo dico da subito, la cui curva della qualità sul diagramma editoriale percepisco in netta e costante discesa già da tempo: vuoi perché “non li scrivono più quei grandi romanzi d’una volta!” (affermazione banale, forse, ma non poco veritiera), o vuoi perché sul mercato oggi giunge così tanta fuffa che, inesorabilmente, la media qualitativa letteraria s’abbassa – anche per colpa di editori non più consapevoli di cosa significhi veramente il termine “letteratura” – fatto sta che nelle classifiche di vendita si trovano spesso libri di valore letterario quanto meno dubbio, mentre chissà quanti ottimi lavori restano nascosti sul fondo più buio e polveroso degli scaffali delle librerie, sempre che su di essi riescano ad arrivare.
Appunto, per tornare a quella mia impressione, ho la vivida sensazione che oggi l’esercizio della scrittura – poi resa attività editoriale – sia più affine al significato del termine “letterale” che di “letterario”: scrittura che genera opere ovvie, esterne alle parole, ovvero senza alcuna profondità, senza alcuna ricerca di valore. Della mancanza contemporanea di grandi scrittori – ma forse quel “grande” è persino di troppo – ho già disquisito più volte (ad esempio qui): temo che inevitabilmente la letteratura del tempo presente finisca per essere intaccata dalla decadente e problematica realtà d’intorno, la quale non mancherebbe di offrire temi letterari importanti ma, forse, non offre di contro il contesto ideale alla loro (meditata e approfondita) narrazione, semmai imponendo necessità ed esigenze del tutto superficiali e futili che ben poco hanno a che fare con il pensiero – in senso generale, dunque artistico e letterario ma non solo – e il relativo esercizio di cognizione e comprensione del mondo d’intorno.
In tal modo la letteratura, spinta anche dal degrado di senso e sostanza dell’industria editoriale, sempre più distorta verso fini meramente imprenditoriali/industriali/finanziari e dunque consumistici al punto da rendere il libro, oggetto culturale per eccellenza, sempre più simile a qualsiasi altro bene di consumo, finisce per diventare un superficiale esercizio di scrittura, cioè di stesura di testi che si adattino il più possibile al suddetto superficiale contesto contemporaneo e le cui parole, appunto, risultino soltanto per ciò che sono e dicono piuttosto che per quanto potrebbero insegnare, o quanto meno agevolare la riflessione. Le storie scritte e pubblicate diventano dunque sostanzialmente letterali e non letterarie, appunto, dotate di un semplice fine d’intrattenimento (che non è affatto secondario, per carità, ma che diviene a sua volta vuoto di senso se assurge a unico e univoco senso di un testo edito) e quasi sfuggenti da ogni accezione pienamente letteraria nonché da qualsivoglia approfondimento culturale. E’ il trionfo dei libroidi, come li ha definiti Gian Arturo Ferrari (uno che il sistema editoriale contemporaneo lo conosce fin troppo bene…) con felice e da me sovente citata intuizione, «Finti romanzi che infestano gli scaffali di librerie e biblioteche, mescolandosi alla letteratura “vera” e rendendosi di fatto indistinguibile rispetto ad essa.» ovvero testi privi di carattere letterario e dunque di valore culturale, appunto, che rivendicano un mero scopo commerciale – sovente nemmeno conseguito, il che annulla pressoché del tutto il loro senso e li rende uno spreco sostanziale di carta, inchiostro e denaro.
Insomma: quella confusione linguistica tra “letterale” e “letterario” è inopinatamente divenuta una sorta di bizzarra regola su cui si basa la produzione editoriale contemporanea, e col tempo rischia pure di trasformarsi nel sunto del suo epitaffio. Al di là di qualsiasi importante considerazione sullo stato della lettura e del mercato editoriale in Italia ovvero di come risollevarne le sorti commerciali, credo sia necessario anche un rapido e consapevole ritorno ad una scrittura nuovamente letteraria, che sappia ricuperare una preponderante valenza culturale, cognitiva, formativa ergo pure sociale e senza chiaramente mettere da parte la capacità di intrattenimento, finalmente a sua volta recuperata a scopi ben più alti e luminosi di quelli attuali. L’esercizio della scrittura deve tornare ad essere qualcosa di importanza vitale, per così dire, un atto di immensa responsabilità oltre che di natura culturale nel senso più alto del termine, appunto, ma pure politico – perché lo è da sempre e non può esimersi da esserlo, poco o tanto. Gli scrittori devono scrivere i propri libri come se non ci fosse un domani – lo hanno già rimarcato altri – o come se avessero una mannaia sopra la testa pronta a calare se quanto scritto e pubblicato risulti vuoto di valore letterario – anche perché, appunto, si è (bisogna essere) autori e scrittori, non disonesti scribacchini di futilità spacciate per letteratura!
Ecco: se ciò potrà in qualche modo essere compreso e tornare a sussistere, nella produzione editoriale, sono certo che i libri e la lettura avranno un futuro ben più roseo e solido di quanto si potrebbe temere ora. E forse, con il relativo aumento di lettori, ci si confonderà pure meno di oggi tra “letterale” e “letterario”!