La mancanza di cultura genera mancanza di identità. Con tutte le tragiche conseguenze del caso.

(Image credits: Illustration Works/Corbis)
(Image credits: Illustration Works/Corbis)

Un illuminante articolo (di Gabriele Catania) uscito il 1 dicembre su Gli Stati Generali mette nero su bianco una situazione nazionale in tema di (mancata) integrazione e fobie xenofobe già palese a prima vista, quantunque sovente sminuita quando non negata.
Leggo nell’articolo: “Che l’Italia sia un paese alquanto islamofobo, lo sembrano suggerire anche i dati. Secondo un sondaggio del 2014 del Pew Research Center, il 63% degli italiani ha un’opinione sfavorevole dei musulmani presenti nel nostro paese. Si tratta di un dato persino più negativo di quello greco (53%) e polacco (50%). Considerando che nei tre paesi citati vivono comunità islamiche assai meno cospicue di quelle di Germania, Francia e Regno Unito, dove l’opinione ostile ai musulmani è del 33%, 27% e 26%, forse ad alimentare il crescendo islamofobo contribuisce, in maniera decisiva, l’ignoranza. La non-conoscenza.
Ignoranza e non-conoscenza come cause della paura nazional-popolare verso lo straniero, soprattutto se proveniente dall’altra sponda del Mediterraneo. Senza dubbio è così: è una questione culturale – per questo ne sto disquisendo, qui – che a mio parere risulta strettamente intrecciata ad altre questioni, o problemi, legati in qualche modo alla cultura diffusa nel paese ovvero alla non diffusione, all’estinzione, alla negazione dell’elemento culturale nella società civile contemporanea, come ho più volte affermato qui sul blog.
Tuttavia, a mio parere, c’è un altro motivo per il quale si determina la situazione di cui sopra, a sua volta assolutamente culturale ma, per così dire, più profondo, forse ancora più grave, che personalmente da tempo ritengo di rilevare e circa il quale ho trovato una inaspettata tanto quanto rimarchevole consonanza in una lettura recente, quella di Bisogno di libertà di Björn Larsson.
Sto parlando di identità, per capirci. Ovvero di come noi italiani, purtroppo, siamo un popolo dall’identità debole, molto debole. E, quella poca presente (se ammettiamo che ve ne sia), costruita su elementi del tutto avulsi e incongruenti da qualsiasi buon concetto culturale correlabile ad essa.

Bjorn-Larssonimage99Così scrive Larsson nel suo libro, a pag.154:

No, non c’è niente di assurdo o contraddittorio nel sostenere prima che si può scegliere di cercare di cambiare d’identità e poi che si dovrebbe, se non cambiarla, almeno prenderne coscienza, per farne una forza che non ha paura dell’incontro degli altri. Perché è qui che ritroviamo il bisogno di libertà. L’identità che ha paura dell’altro, che si costruisce in funzione e contro altre identità, che esclude e costruisce muri di protezione, sarà sempre un’identità debole.

Esattamente così. La paura è sempre segno di debolezza, di insicurezza dettata dalla percezione, pur inconscia, di non avere la forza ideale, spirituale e culturale, appunto, di difendere la propria essenza. Il che, per riflesso automatico e inesorabile, porta a maturare forme di difesa violente e repressive – la stessa cosa che accade con i regimi totalitari, il cui uso della forza, apparentemente segno di potenza, è in realtà sintomo chiaro di estrema debolezza, al punto che senza quella forza crollerebbero rapidamente. Ma, anche al di là di tali devianze politiche (che ci auguriamo non si debba più rilevare, qui), è del tutto evidente come la drammatica mancanza di cultura presente nella società italiana, rilevabile da innumerevoli micro e macro dati – dal calo di lettori di libri a quello di visitatori dei musei, alla qualità dei programmi TV, al “con la cultura non si mangia” perseguito dalla politica all’ignoranza di fondo di troppi italiani circa la conoscenza generale del proprio paese fino alla terribile carenza di memoria storica (ma l’elenco potrebbe continuare molto a lungo) – determini una relativa e inevitabile mancanza di identità, accresciuta peraltro da fattori storici (dopo l’Italia non si sono fatti gli italiani, come invocava invece Massimo D’Azeglio o chi per lui), e dunque una profonda debolezza sociale e antropologica.
E di fronte a tale mancanza di identità, chiaramente persino l’elemento più innocuo eppure appena appena diverso da quella convenzionale “normalità” entro cui la società italiana si rannicchia proprio per sua insicurezza appare come qualcosa di cui aver paura, qualcosa da temere perché potrebbe sopraffare la società stessa. Ma, in verità, non sarebbe il “diverso” a vincere, semmai la società ad essere già perdente in partenza.
Anche per questo insisto tanto, per quel che io, da buon “signor nessuno”, sul difendere a spada tratta la cultura ed anzi sul diffonderla sempre di più e imporla come elemento fondamentale, insostituibile per la nostra società, se non si vuole che la stessa finisca malissimo in tempi brevi. Perché la cultura genera coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza e pure identità, consapevolezza civica, sociale/sociologica di sé e del mondo che si ha intorno e con cui si interagisce. E quando si è sicuri di ciò che si è, sarà ben più difficile avere paura di ciò che è diverso. Di più: vi sarà già di default la condizione migliore per avviare il dialogo, la reciproca conoscenza, lo scambio di sapienza e di cultura, il tutto sullo stesso piano e non da livelli differenti.
Purtroppo, coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza, identità e ogni altra virtù civica scaturente dal possedere cultura sono anche quanto più il potere avversa ai fini della conservazione della propria forza dominatrice. Si sa bene che un popolo ignorante è ben più assoggettabile e comandabile di uno dotato di intelligenza – civica e non solo. Per tale motivo, finché non sapremo uscire da tale circolo vizioso ovvero finché non faremo in modo che il sistema di potere vigente ce lo impedisca, resteremo una società dotata di debolissima identità e per questo in balìa di chissà quante fobie e ulteriori letali storture, fino al punto di non ritorno. E, in tal caso, sarà solo colpa nostra, non di chissà quali immigrati, stranieri, diversi o che altro.

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