La montagna, lo sci e l’Italia che cambia

Sul giornale “Italia che cambia”, con un bell’articolo pubblicato lo scorso 26 febbraio dal titolo “Oltre le piste da sci: Olimpiadi, crisi climatica e nuove prospettive per il turismo montano”, Elisa Cutuli ha analizzato in maniera esemplare l’attuale realtà turistica (e non solo) di fatto della montagna italiana da una prima prospettiva post-olimpica, contestuale alle considerazioni che si stanno cominciando a elaborare sui Giochi di Milano Cortina appena conclusi. Olimpiadi che se da un lato hanno generato un legittimo e ovvio entusiasmo, dall’altro hanno sollevato numerose criticità politiche, economiche, sociali, ambientali e per certi aspetti amplificato il nodo cruciale di questi grandi eventi e in generale del turismo montano di massa: la sostenibilità degli sport invernali in un’epoca segnata dagli effetti sempre più evidenti della crisi climatica.

Ringrazio molto Cutuli perché, tra le varie voci citate a sostegno delle argomentazioni proposte, ha ripreso e commentato un mio articolo di qualche settimana fa nel quale ho presentato e commentato l’esperienza post-sciistica di Teglio, località della Valtellina non lontana dalle sedi olimpiche che quest’anno per diverse ragioni non ha aperto gli impianti di risalita e sta registrando un’affluenza di visitatori come da tempo non capitava, smentendo i timori degli stessi operatori turistici locali i quali, con le piste chiuse, paventavano un disastro. Invece stanno registrando un gran successo, il quale alimenta alcune inevitabili riflessioni al riguardo: «L’alternativa alle piste da sci è avviare una vera transizione investendo in un turismo diversificato e distribuito lungo tutto l’anno – scrive Cutuli, «Se c’è neve si scia, se non c’è si cammina, si pedala, si arrampica o si vive il territorio valorizzando cultura e comunità locali. Significa creare posti di lavoro duraturi e costruire un turismo più inclusivo, a differenza di un’industria sciistica destinata a ridursi progressivamente, sempre più concentrata nelle mani di grandi gruppi e accessibile a un pubblico benestante.»

Cutuli riporta anche le considerazioni – assolutamente autorevoli – di Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia, la quale ricorda che «Lo sviluppo dello sci – spesso accompagnato da importanti operazioni edilizie e speculative – ha generato ricchezza diffusa e creato molti posti di lavoro, ma allo stesso tempo ne ha distrutti altri, affermandosi come una vera e propria monocultura. Un’industria fondata quasi esclusivamente sullo sci ha finito per semplificare il tessuto economico delle vallate. Oggi in molte località gran parte dell’economia ruota attorno a un unico settore, si lavora nella ristorazione o si gestisce un impianto. Col tempo però è diventato evidente che questo modello diffuso non poteva reggere, né dal punto di vista economico né alla luce delle trasformazioni climatiche in corso». In effetti, aggiunge Cutuli, molte attività agricole si sono drasticamente ridotte, almeno in alcune aree, e con esse si sono affievolite tradizioni e culture locali, progressivamente soppiantate dall’industria turistica. Questo modello ha favorito alcune località, rendendole ricche e attrattive, mentre altre sono rimaste ai margini, se non del tutto abbandonate, e ne è derivata una forte disparità tra territori.

Posta tale realtà di fatto, quali sono le prospettive per il futuro? Quali alternative possono tutelare le economie montane salvaguardando al tempo stesso l’ambiente e rispettando gli impegni di contrasto alla crisi climatica? A questi interrogativi – segnala l’articolo – sarà dedicato l’incontro “Nevediversa. La montagna e il clima che cambia”, in programma il 14 marzo alle 11.30 all’interno della manifestazione “Fa’ la cosa giusta!” a Fiera Milano Rho.

Interverranno Luca Mercalli, climatologo e divulgatore scientifico, la citata Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia, Sebastiano Venneri, responsabile Turismo di Legambiente e il sottoscritto. Un appuntamento (segnatevelo!) sul quale a breve vi darò maggiori dettagli e che, ne sono certo, garantirà ottimi e interessanti approfondimenti sui temi qui considerati, fondamentali per il futuro delle nostre montagne e per l’intera Italia – un paese in gran parte proteso nel mare ma fatto quasi tutto di montagne, è bene non dimenticarlo!

Soldi pubblici, ricavi privati

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Ma poi, parliamoci chiaro: lo stato – ministeri, regioni, province, eccetera – finanzia gli impianti sciistici (o le infrastrutture turistiche in genere – siano logiche o meno, non è questo il punto ora) cioè elargisce denaro pubblico a soggetti privati che fanno lucro e, dunque che da quei soldi pubblici – milioni e milioni di Euro, non bruscolini – ricavano guadagni propri (che significa anche coprire propri debiti, in molti casi). È normale tutto ciò?

In pratica: io, gestore di comprensorio sciistico, costruisco una nuova seggiovia, me la faccio pagare dallo stato, dunque da noi tutti, poi l’impianto (che è mio) lo usano gli sciatori con uno skipass che comprano da me, non dallo stato, e che dunque fa guadagnare me, non lo stato. E se a fine stagione ho generato debiti perché ha nevicato poco o fatto caldo oppure non sono stato così bravo a gestire la mia attività, chi mi paga almeno in parte quei miei debiti? Di nuovo lo stato, ma ovvio!

Alzino la mano gli imprenditori locali che, per acquistare un bene funzionale alla propria attività e dunque ai propri utili, o viceversa per coprire debiti generati, si sono visti elargire dalla politica così, d’emblée, denaro pubblico! [1] Tutt’al più essi possono fruire di crediti fiscali o garanzie sui mutui, non altro.

«Ma c’è l’indotto!» dicono gli enti pubblici. Embé? Perché, tutte le altre attività economiche non fanno indotto? «La lotta allo spopolamento!» rilanciano. Ma dove, che quasi ovunque vi siano comprensori sciistici i paesi perdono abitanti?! «Lo sviluppo dei territori!» Ah, quindi le altre attività in loco non fanno nulla e i loro lavoratori passano il tempo a guardare per aria?

A questo punto si prendano tutti quei soldi (centinaia di milioni di Euro, nel complesso) e, invece che darli a un singolo imprenditore per (spesso) un solo intervento, li si elargiscano in modi proporzionali e ben ponderati – non ad mentula canis come avviene con il turismo di massa – a tutti i soggetti economici e imprenditoriali del territorio che si vuole sviluppare e sostenere, che non si vuole far spopolare, nel quale si vuole generare un reale e diffuso indotto economico.

Questa è una politica logica e coerente per i territori montani e le aree interne, non ciò che avviene ora. E, ribadisco: è normale che avvenga?

[1] Lo so bene che a volte è accaduto, ma per grandi realtà industriali alla cui attività veniva riconosciuto un “interesse nazionale”, ma è una pratica che, lo sapete, è stata variamente criticata e sovente non ha portato a nulla di buono, tanto per quelle realtà industriali quanto per l’interesse nazionale. E comunque non mi pare proprio sia il caso, questo, dei comprensori sciistici/turistici, entità industriali e economiche medio-piccole nella gran parte dei casi.

Tra un po’ dovremo tornare inevitabilmente a parlarne, dei Giochi Olimpici di Milano Cortina

[Immagine tratta da www.facebook.com/LaGazzettaDelloSport, rielaborata da me.]
Le Olimpiadi di Milano Cortina sono finite domenica scorsa, ma già da giorni politici e dirigenti olimpici hanno fatto partire la gran cassa mediatica del «Tutto bello, tutto fantastico, un successo su tutta la linea!», come a mettere le mani avanti e approfittare delle suggestive immagini delle gare, delle imprese sportive, delle medaglie che la gente per ora ha in mente e che alimentano nell’immaginario del momento la sensazione di aver assistito a un grande e memorabile evento.

È vero, è stato così: le gare olimpiche sono state bellissime, piene di momenti esaltanti e toccanti e tutto – al netto di infortuni e imprevisti di gara – è andato bene. E ci mancherebbe che non andasse bene, d’altro canto. Già, ma le gare olimpiche sono una cosa, l’organizzazione dei Giochi è ben altra cosa, e le tante magagne olimpiche hanno continuato a saltare fuori e a essere registrate: dal malcontento diffuso tra gli abitanti delle località olimpiche all’affluenza di pubblico inferiore al previsto, alla permanente questione delle opere olimpiche: quella fatte, che non si sa bene che futuro avranno (la pista di bob di Cortina in primis) e quelle da finire o ancora da iniziare, che chissà se e come saranno realizzate e con quali ulteriori impatti sui territori e sulle finanze pubbliche.

Ma non è ancora giunto il tempo di ricominciare a parlare della questione olimpica: ci sono ancora i Giochi Paralimpici da fare e seguire e alla fine definitiva del periodo olimpico mancano ancora 19 giorni. Dal 16 marzo ne riparleremo, fino a che sarà necessario farlo. Dunque per ora lascio “parlare” Francesco Antonelli, ricercatore dell’Università di Bergamo che per l’ateneo sta curando un progetto dal titolo «Rigenerazione, metro-montagna e Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 in Valtellina: tra innovazione territoriale e cura dei luoghi» con il quale si indaga l’impatto dei Giochi Olimpici sui territori coinvolti, con particolare attenzione ai benefici e alle criticità dell’eredità – la tanto citata “legacy” – dei giochi. Così Antonelli ha detto, qui:

La vera legacy non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna. Negli ultimi anni se ne sta parlando sempre di più, anche in ambito scientifico, ma un grande evento come le Olimpiadi può portare a riflettere sulla coesistenza tra uomo e montagna, a promuovere economie diverse, non direttamente legate al turismo stagionale, e a promuovere la cura dei luoghi.

Ecco, ci risentiamo dal 16 marzo in poi!

P.S.: a proposito, domani sera dalle mie parti, a Lecco, c’è questo film (cliccate sulla locandina per saperne di più):

Quelli che vogliono continuare a sciare dove non è più logico farlo e quelli che no

«La neve artificiale è ormai indispensabile sulle piste da sci e anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 viene utilizzata. Qualche purista potrebbe storcere il naso, ma con il cambiamento climatico dobbiamo abituarci ad avere un ‘aiutino’ se si vogliono praticare gli sport invernali.»

Questo è l’incipit di un recente articolo del quotidiano on line “Torinoggi.it” (quello lì sopra) e trovo manifesti bene il “pensiero” alla base di certo turismo contemporaneo, non solo sciistico-invernale. Siccome c’è il cambiamento climatico che sta cambiando la montagna ma si vuole continuare a praticare gli sport invernali, bisogna accettare l’aiutino della neve artificiale. Logico. Oppure no? Forse che viceversa, a pensarci bene, la vera logica sta nel fatto che siccome in molte località montane il cambiamento climatico non consente più di sciare come una volta, non ha senso continuare a volerlo fare?

Sì ma «l’economia», «l’indotto», i «posti di lavoro», «lo spopolamento delle montagne» eccetera? Confutazione logica, all’apparenza. Oppure no? Forse che, invece, sia proprio l’economia dello sci, quando venga imposta in modalità monoculturale, a bloccare tutte le altre attività turistiche che non siano legare alla neve artificiale con le loro economie e dunque lo sviluppo generale dei territori?

Ecco un caso recente di una località che seguo da tempo, Teglio, in Valtellina:

Da anni si cerca di rilanciare il piccolo comprensorio sciistico locale, ma le condizioni meteo-climatiche e ambientali del luogo non lo consentono. Tre anni fa sono stati persino acquistati numerosi nuovi cannoni sparaneve, rimasti sostanzialmente inutilizzati (con conseguente gran spreco di soldi, inutile dirlo). Ma ecco che, magia delle magie, si spengono gli impianti di risalita e il posto si riempie di gente come mai negli ultimi anni!

Quindi, la domanda sorge spontanea: è più logico di pretendere di voler sciare anche quando le condizioni per farlo non ci sono più e dunque costringendosi a utilizzare mezzi artificiali (e a sostenere le ingesti spese conseguenti) oppure è più logico godersi la neve naturale, quando c’è, facendo tutto quello che si può fare senza dover dipendere da alcun “aiutino”?

[Gli inutilizzati cannoni di Teglio e un’immagine degli sbancamenti di qualche estate fa lungo le piste per la realizzazione del nuovo impianto di innevamento artificiale.]
E quindi vogliamo vedere che, se in molte località montane – non dico ovunque, ma in molti posti sicuramente – finalmente si sostenessero, finanziariamente e politicamente, le attività invernali non sciistiche al pari di quelle sciistiche si potrebbe generare più economia, più indotto, salvaguardare i posti di lavoro e contrastare veramente lo spopolamento di quei territori di montagna?

Ecco. Dunque per cosa è realmente il caso di storcere il naso?

[L’efficace slogan che compare sulla home page del sito web dell’Alpe Teglio. Cliccateci sopra per visitarlo.]
P.S.: a Teglio spero lo abbiano definitivamente capito che è il caso di spegnere per sempre i propri impianti di risalita (e vendere quei cannoni sparaneve inutilizzati, la cui visione è parecchio irritante), per portare avanti con impegno il percorso di ridefinizione dell’offerta turistica locale in chiave post-sciistica avviato lo scorso anno. Ne ho scritto qui.

MONTAG/NEWS #17: cose interessanti accadute in montagna delle quali interessarsi, felicitarsi, inquietarsi e riflettere

Sì, perché se le montagne sono luoghi dell’anima, se abbiamo contezza di ciò e possiamo goderne la sensazione vivida e unica, è perché sono anche luoghi della mente che suscitano e richiedono consapevolezza verso la loro realtà. E la consapevolezza si basa sulla conoscenza, dunque ecco a voi una nuova mini-rassegna stampa di notizie interessanti relative a cose di montagna pubblicate in rete e sulla stampa durante la scorsa settimana, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. È una piccola ma spero stimolante selezione utile a non perdere alcune delle notizie più significative, quelle che, appunto, possono ben coltivare la conoscenza, la consapevolezza, la riflessione su quei luoghi della mente e dell’anima che sono le montagne. Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


LE MONTAGNE CHE SANNO FARE CULTURA

Il Centro Seminari Villa Garbald di Castasegna (in Svizzera ma a pochi km da Chiavenna) sabato 14/02 ospiterà la prima di un ciclo di serate finalizzate «a condividere il sapere dei suoi ospiti con chi abita in Valle. Per questo motivo la Fondazione Garbald invita per due o più incontri all’anno durante i quali la voce di uno studioso si unirà a quella di un rappresentante del territorio per discutere di un tema sia in linea teorica che in modo pragmatico». Trovo che sia un’iniziativa pregevole e da imitare ovunque, sulle montagne: l’osmosi dei saperi culturali è stata per secoli alla base della grande civiltà alpina, per poi smarrirsi (per vari motivi) con l’avvento della modernità. Perché non riattivarla facendo tornare le montagne a essere produttrici di cultura?


[Immagine tratta da facebook.com/bormioFS.]
SI ARRIVERÀ IN TRENO A BORMIO?

Ovvero: finalmente si concretizzerà quel progetto vecchio di almeno un secolo di collegamento ferroviario tra Tirano e l’alta Valtellina? Bè, è presto per dirlo ma, quanto meno, la Provincia di Sondrio ha avviato la gara per il “masterplan”, primo passo per valutare la sostenibilità generale dell’opera. Certo da qui al vedere correre i treni verso Bormio passeranno ancora decenni (in Italia, poi…) ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire. Anche quella di vedere togliere traffico dalle strade valtellinesi invece di aggiungerne altre, di strade, che non farebbero altro che peggiorare la situazione e rappresenterebbero un netto controsenso rispetto al progetto ferroviario. Chi vivrà vedrà, insomma.


«EPPURE ERANO ESPERTI!»

Quante volte lo sentiamo affermare nel caso di incidenti in montagna? Oppure «erano ben equipaggiati», «conoscevano bene la zona», eccetera. Tuttavia, nelle circostanze assai comuni con le quali vengono frequentati i territori in quota, sono numerose le trappole, percettive e psicologiche, dalle quali bisogna guardarsi. Su “Montagna.tvMichele Comi ci riflette sopra, e sono considerazioni, le sue, che non concernono solo la frequentazione prettamente alpinistica delle montagne ma pure, in generale, la relazione culturale che intessiamo con i monti nel mentre che ci stiamo, il valore esperienziale della pratica, il senso del contesto, la sua presa di coscienza.


[La seggiovia quadriposto della stazione sciistica di Monna dell’Orso a Monte Livata, inaugurata il 22 dicembre 2013 alla presenza dell’allora presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Fonte: Ansa/ Ufficio stampa Regione Lazio, tratta da “Il Post“.]
LE «ASPIRANTI CORTINE» IN DECLINO DEGLI APPENNINI

Su “Il PostChristian Raimo – uno dei più rinomati scrittori italiani contemporanei – racconta il suo ritorno dopo anni a Monte Livata, piccolo comprensorio sciistico dei Monti Simbruini e unico della provincia di Roma (per ciò detto “La montagna della Capitale”), e la sua lenta, inesorabile agonia turistica. «Di fronte alle Olimpiadi che si stanno per aprire a Cortina, il declino delle aspiranti Cortine degli Appennini pone una domanda che riguarda molte aree montane: ha ancora senso investire in modelli turistici ad alto consumo idrico in territori che l’acqua non l’hanno mai avuta in abbondanza?» Un racconto bello e eloquente, quello di Raimo, che riprenderò a breve per alcune mie considerazioni conseguenti.


[Foto: @ IDM Alto Adige – Benjamin Pfitscher.]
IL SUCCESSO DELLA VAL MARTELLO SENZA IMPIANTI SCIISTICI

Anche la Val Martello/Martelltal, nella parte altoatesina del Parco Nazionale dello Stelvio, è uno di quei luoghi sulle Alpi privi di comprensori sciistici, e dunque del turismo relativo, che nel tempo ha preferito puntare sugli sport invernali meno invasivi e più rispettosi del suo paesaggio montano, come si racconta su “Montagna.tv”. Sci di fondo, ciaspole, sci alpinismo, slittino e biathlon d’inverno, escursioni e attività d’ogni genere d’estate nonché la produzione più alta d’Europa di fragole e piccoli frutti come i lamponi. Niente impianti e piste ma presenze in costante aumento, insomma: una strategia turistica che anche in Val Martello si rivela sempre più apprezzata dagli amanti della montagna.


LE OLIMPIADI PIÙ INQUINANTI DI SEMPRE?

Milano Cortina 2026, le «Olimpiadi più sostenibili di sempre», causeranno emissioni di gas climalteranti pari a circa 930mila tonnellate di anidride carbonica equivalente. Un simile contributo porterà a una perdita stimata di 2,3 chilometri quadrati di manto nevoso – ovvero circa 1.300 piste olimpiche di hockey su ghiaccio – e di oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale. Sono questi i calcoli di una nuova ricerca realizzata dai think tank Scientists for global responsibility e dal New weather institute che evidenziano come l’impatto climatico delle Olimpiadi invernali potrebbe mettere a rischio nel futuro gli stessi Giochi: ne scrive “Altreconomia”, qui.