Torniamo ad allargare lo sguardo ovunque, non solo sulle montagne!

[Foto di Willian Justen de Vasconcellos su Unsplash.]

Riallarghiamo lo sguardo.
Negli ultimi anni i nostri occhi si sono totalmente abituati alla vista di infrastrutture, villette, recinzioni, cartelloni pubblicitari, insegne e capannoni propagati ovunque.
Il nostro sguardo si è assuefatto e la profondità di campo si è inesorabilmente accorciata, infrangendosi sistematicamente su muri e confini artificiali.
Per questo la fuga verso le montagne più alte, con poche altre residue isole felici, rimane l’ultimo antidoto contro la “cecità” indotta dall’abitudine.

Condivido pienamente questo bellissimo e profondo pensiero di Michele Comi, che in poche e perfette parole rimarca una realtà tanto drammatica quanto ignorata, eppure provocante conseguenze estremamente spiacevoli. Abbiamo perso la capacità di comprendere l’incongruenza oltre che l’obiettiva bruttezza di molte delle cose che ci circondano proprio perché non sappiamo più osservarle. Le vediamo, sì, ma la percezione visiva è diventata pressoché sterile, e ciò in quanto abbiamo “scelto” di rendere quelle cose brutte e incongruenti normali. Cioè la “norma”, una regola, un criterio che si fa giudizio per il resto e, inevitabilmente, diventa anche norma sociale condivisa per induzione automatica, così che non è strano che si accettino le cose suddette ma è “strano” chi ne osserva la loro contraddittorietà.

[Filari di viti e distese di capannoni, in Valtellina. Immagine tratta da https://puntoponte.wordpress.com.]
È per questo che le montagne, come scrive Michele, rappresentano un ottimo antidoto contro questa nostra cecità. Ma è ovvio che tanto più lo possano essere quanto meno il nostro sguardo su di esse, dunque la relazione che vi elaboriamo che dalla visione in quanto percezione primaria si origina, sia interrotto e infranto da presenze parimenti incongrue con il territorio d’intorno. Allo stesso modo è per questo che sulle montagne bisogna costantemente mantenere la massima attenzione, cura, sensibilità e cognizione riguardo ciò che si fa e che ci si costruisce sopra. Il che non significa che non si possa fare niente: si può fare moltissimo ma di totalmente congruo al territorio e al suo paesaggio. Il rischio che anche un luogo speciale come la montagna diventi “normale”, e che di conseguenza si possa diventare “ciechi” anche verso di esso è dietro l’angolo, una (troppo) lunga casistica lo dimostra drammaticamente. Credo debba essere un diritto e dovere di tutti agire affinché ciò non avvenga: per continuare a vedere, osservare, comprendere e godere della bellezza delle montagne, per continuare a vedere noi stessi come esseri veramente umani degni di governare questo nostro mondo sul quale tutti abitiamo.

Le funivie per “turisti” di una volta, le funivie per “clienti” di oggi

[Una delle cabine della funivia Campodolcino-Alpe Motta (Valle Spluga, Sondrio), attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta. Portata: 140 persone all’ora. Foto mia, estate 2022.]
Ah, i “bei tempi andati” nei quali le funivie servivano per portare in cima alle montagne turisti e villeggianti, non clienti e consumatori come oggi! – penso nell’osservare queste due fotografie scattate qualche tempo fa.

Era meglio allora? No, non è detto – niente passatismi, ci mancherebbe. A quei tempi (che sono comunque “andati”, appunto) non c’era la tecnologia per fare di più: se ci fosse stata non è detto che sarebbero state realizzate funivie ben più capienti. Parimenti, il seme della massificazione turistica poi sviluppatasi grazie al boom economico dal dopoguerra in poi c’era già, in quella frequentazione montana d’antan che andava meccanizzandosi viepiù. Era piantato e stava germogliando, abbisognava solo di un poco ancora di “fertilizzante”, ecco.

Tuttavia, mi viene da ritenere, c’era ancora il contesto, allora. C’era la montagna in quanto tale, luogo geografico e culturale differente dalle città dunque da scoprire grazie a quelle prime funivie e, per questo, pagare un biglietto per goderne; oggi invece l’impressione frequente è che la montagna ci sia, nel turismo, in quanto bene da vendere all’ingrosso e, per ciò, pagare per consumarne il più possibile.

[La cabina superstite della funivia Torre de’ Busi-Valcava (Val San Martino, Bergamo) attiva tra il 1925 e il 1977, una delle prime d’Italia. Portata: 80 persone all’ora. Foto mia, dicembre 2022.]
Un dato fondamentale negli ski resort contemporanei, e puntualmente vantato dai loro gestori, è quello della portata oraria degli impianti di risalita, usato poi per giustificare l’ammontare in km delle piste e viceversa: mi pare la stessa logica dei sempre più grandi centri commerciali, per i quali la quantità di negozi ne giustifica l’estensione sempre maggiore, e viceversa – più metri quadrati a disposizione, più negozi per più clienti/consumatori. Più impianti e piste, più sciatori. E più skipass venduti: per i gestori dei comprensori una necessità inesorabile, visti i costi che devono sostenere. Ma le montagne sono ancora quelle delle funivie del secolo scorso da poche persone per cabina, non è che col tempo i loro versanti si siano ampliati: più se ne utilizza, della loro superficie, più ne appare evidente il consumo sia materiale – la parte assoggettata a piste e a terreno occupato dagli impianti, che immateriale, nell’ideale di sfruttamento alla base di tutto ciò. Anche questo è un aspetto da considerare inesorabile?

Non credo, per quanto mi riguarda. Vi è anche parecchio consumo di logica, non solo di suolo montano.

[Nell’immagine sopra: la funivia “Vanoise Express”, l’impianto di risalita sciistico più grande del mondo, con cabine a due piani da 200 persone. Foto di Florian Pépellin, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte  commons.wikimedia.org. Nell’immagine sotto: la nuova cabinovia trifune Alpe d’Huez-Les Deux Alpes, in funzione dal 2024 con una portata di 5.000 persone all’ora. Fonte dell’immagine: remontees-mecaniques.net.]
Già, forse non era meglio allora, quando per arrivare sulle piste, con le piccole cabine delle funivie a disposizione, ci si metteva ore per salire e ore per scendere, era una cosa normale – se oggi fosse così molti darebbero di matto. Ma probabilmente, temo, non va meglio oggi, quando salire a bordo di un mega impianto di risalita odierno e giungere sulle piste assomiglia sempre di più a utilizzare la metropolitana e arrivare in centro città, con tutto ciò che ne consegue. A due o tremila e più metri di quota. Cui prodest?

 

Bormio si sta giocando con un bluff il proprio paesaggio?

Lo scorso 11 agosto pubblicavo un articolo intitolato “La piana dell’Alute a Bormio è salva. Forse.” a seguito della notizia circa la sospensione dell’iter burocratico per la realizzazione della “tangenzialina dell’Alute”, la famigerata nuova strada che, nella località dell’Alta Valtellina sede olimpica dei giochi di Milano-Cortina 2026, al fine di collegare più rapidamente gli impianti sciistici alla viabilità ordinaria distruggerebbe l’omonima piana, unica area agricola rimasta nella conca bormina, degradandone il paesaggio e rendendo possibili (se non pressoché certe) future cementificazioni immobiliari – probabilmente il vero motivo alla base d’una tale strada altrimenti pressoché inutile.

Scrivevo forse, già, e nell’articolo rimarcavo che «Sembrerebbe una buona notizia, senza dubbio, ma siamo in Italia e avendo a che fare con le istituzioni nostrane i verbi al condizionale sono d’obbligo: infatti ho scritto che “per il momento” l’iter è sospeso. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori pubblici sul tema, contraddistinte dalla solita inquietante fumosità, i dubbi sulla reale presa di coscienza civica riguardo la pericolosità dell’opera (che già ha fatto guadagnare a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente) non si dipanano affatto. Anzi.»

Difatti, ecco qui:

D’altro canto non serve essere dei Nostradamus per prevedere che certi politici contemporanei basino la loro attività amministrativa locale su false promesse, pressapochismo, voltagabbanismo, incompetenza politica, scarsa onestà intellettuale nonché, se interrogati per chiedere conto di tali loro comportamenti, sul rifiuto del dibattito democratico. Ancor più ciò accade quando di mezzo vi siano tanti soldi da spendere e grazie ai quali farsi belli di fronte alla stampa – che in vista delle prossime Olimpiadi invernali sarà non solo locale o nazionale ma internazionale.

Peccato che quei soldi da spendere siano denaro pubblico, dunque di noi tutti; peccato che la strada dell’Alute la si voglia realizzare in «aree dalla pericolosità alluvionale classificata come “scenario frequente” del Frodolfo (come accaduto nell’agosto 2023, n.d.L.) o in dissesto idraulico e idrogeologico. La rotonda d’ingresso alla strada ricadrà addirittura all’interno della fascia di rispetto del Frodolfo di 10 metri, e parte del territorio in cui insisterà la tangenziale è classificato come “area prioritaria per la biodiversità” nonché “insieme paesistico di eccezionale importanza”» (per avere maggiori dettagli al riguardo potete leggere l’articolo di “Altreconomia” cliccando sull’immagine lì sopra); peccato quindi che quei soldi saranno l’ennesimo spreco di risorse pubbliche per un’opera non solo inutile ma pure mal progettata oltre che degradante il territorio e foriera di ulteriori spese pubbliche per i danni che inevitabilmente potrebbe subire.

Peccato che i destini delle nostre montagne, dei loro territori meravigliosi tanto quanto delicati, dei paesaggi preziosi e inestimabili e delle comunità che li abitano e li vivono quotidianamente siano nelle mani di amministratori locali così palesemente disinteressati ad agire con buon senso e con autentica sensibilità verso quelle (loro) montagne. Il Comune di Bormio si sta giocando a poker sul tavolo olimpico il proprio territorio e vuole bluffare: ma se perde lui, in concreto perderà tutto il territorio e la sua gente, nessuno escluso, con conseguenze la cui gravità è difficile prevedere.

[Come si evince dalla mappa nell’immagine sopra, la strada dell’Alute passerebbe proprio dove il torrente Frodolfo è esondato la scorsa estate. Immagine tratta dall’articolo di “Altreconomia” citato nel post.]
Il Comitato “Bormini per l’Alute”, che con numerose iniziative sta promuovendo la salvaguardia della piana, ha già annunciato che ricorrerà legalmente contro le decisioni dei Comune. Una decisione doverosa, ovviamente. Tuttavia, come rimarcavo qualche giorno fa in questo altro post, è desolante e irritante constatare che in Italia, stato di diritto e costituzionalmente democratico (quella Costituzione che all’articolo 9 «Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni», è bene rimarcarlo), per dirimere questioni per le quali basterebbe il più ordinario buon senso bisogna ricorrere alle vie legali e affidarsi al sostegno di un buon avvocato.

È una questione non tanto e non solo politica o giuridica ma soprattutto culturale. Di manifestazione d’una autentica cultura della montagna, di valide e consapevoli competenze, di attenzione, cura, sensibilità, visione verso i territori montani e le loro comunità. Tutte cose indispensabili che tuttavia troppo spesso la politica non è proprio in grado di manifestare, con le tristi conseguenze che puntualmente ci si trova a dover constatare.

Trees washing

[Foto di Noah Buscher su Unsplash.]
Ho conosciuto solo di recente Luigi Torreggiani, giornalista e dottore forestale per “Sherwood” e Compagnia delle Foreste; prima lo conoscevo di nome ma molto poco di fatto (e devo ringraziare il comune amico Pietro Lacasella per tale conoscenza). Devo recuperare, perché Luigi dice e scrive cose – sui temi dei quali si occupa e dunque su alberi, boschi, foreste e ambiente – non solo interessanti e intriganti ma pure (fatemi usare un termine e una dote ormai sempre più desueti) sagge. Dunque ancora più importanti, visti i temi suddetti e il loro valore fondamentale per il mondo in cui viviamo, ben oltre la mera accezione estetico-romantica che sovente utilizziamo per disquisirne e con la quale, abbastanza inevitabilmente, finiamo per semplificare fin troppo quel valore. E ciò non solo per quanto riguarda i territori montani e rurali in genere ma anche per le nostre città e le zone più antropizzate.

A queste ultime mi viene da riferire il seguente articolo di Luigi, pubblicato sulla sua pagina Facebook e ripreso anche da “Alto-Rilievo / Voci di montagna”, il blog di Pietro Lacasella: una riflessione assolutamente interessante anche per come riguardi una pratica tanto diffusa e reclamizzata come “virtuosa”, da molte amministrazioni pubbliche, quanto spesso che si rivela di facciata e ipocrita, ovvero un esercizio di green washing di livello notevole, cioè notevolmente bieco. Basti pensare ai tot-mila alberi che pianta di continuo Milano tra mirabolanti titoloni mediatici e poi, spenti i riflettori delle TV e i tablet della stampa, lascia spesso morire nel disinteresse più assoluto, come ho scritto qui qualche tempo fa, e nel mentre che il consumo di suolo in città aumenta anno dopo anno, senza tregua.

Insomma: questo mio è un convinto invito a leggere – se già non lo fate – gli scritti di Luigi Torreggiani, su “Sherwood” e ovunque siano pubblicati, perché meritano assolutamente di essere letti e meditati. A partire da questo, ribadisco:

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di piantagione di alberi (bene!!!).
Molte di queste iniziative hanno come slogan quello di mettere a dimora “un albero per ogni cittadino”: un albero per ogni italiano, per ogni abitante della tal regione, della tal città, del tal quartiere, un albero per ogni cliente, per ogni associato ecc. ecc.
Non c’è niente di male in questo, ci mancherebbe. C’è però un piccolo-grande rischio comunicativo che andrebbe tenuto in considerazione: quello della deresponsabilizzazione rispetto a problemi ambientali enormi, che riguardano gli stili di vita di tutti noi.
Sapere che il tal politico, la tal azienda o la tal associazione pianterà un albero a mio nome, infatti, non significa affatto: “bene, quindi adesso posso tornare a vivere e inquinare come prima”.
Non sarà certo il nostro albero in più a cambiare le sorti di problemi enormi e globali come la crisi climatica o la perdita di biodiversità. È un’azione lodevole e importante, nessun lo nega, ma non basta. Siamo sicuri che questo sia chiaro proprio a tutti?
Sarebbe interessante e credo utile leggere questa banale considerazione a margine delle campagne di piantagione di alberi che scelgono di usare (legittimamente) lo slogan “un albero per ogni cittadino”: ad esempio spiegare quanto davvero, un singolo albero, può compensare le emissioni medie di un essere umano che vive nella parte ricca del Pianeta.
Sarebbe una mossa controproducente dal punto di vista del marketing? Probabilmente sì.
Ma rappresenterebbe un passettino in avanti verso l’educazione alla sostenibilità. Penso che la nostra società, malata di slogan, ne abbia parecchio bisogno.

Milano, la città-centro commerciale che svende se stessa e la propria identità

Qualche giorno fa, sono in auto, ascolto la radio. In un notiziario si parla di Merlata Bloom, a Milano.

[Immagine tratta da https://www.merlatabloommilano.com/ ]
«210 negozi, 43 ristoranti tutto sparso su 70mila metri quadrati è il nuovo lifestyle center di Milano!» si dice nel servizio del notiziario.
Ah, dico io, un nuovo centro commerciale!
«Un progetto di pianificazione urbana dal cuore verde!» dice il servizio.
Comunque un ennesimo centro commerciale, dico io.
«Un grande intervento di rigenerazione urbana, un “winter garden” caratterizzato da aree verdi interne e ampie aree finestrate!» dice il servizio.
Mettetela come volete, è in ogni caso un altro megacentro commerciale, dico io.
«Un luogo di incontro e condivisione, che ripensa il tempo libero, le occasioni di socializzazione, il benessere e il rapporto con la natura.» dice il servizio.
Un. Nuovo. Maxi. Centro. Commerciale, dico e ribadisco io.
Ecco.
Risultato:

[Per leggere l’articolo cliccate sull’immagine.]
La pianificazione e la rigenerazione urbana, il benessere, la natura… sì sì, come no.

Nuovamente, incessantemente, pervicacemente, Milano svende la propria anima al consumismo più spinto e sfrenato, mettendo sul mercato la propria identità a favore delle brame degli immobiliaristi, dei signori della gentrificazione, del cemento, del panem et commercium «accaventiquattro», come si dice oggi.

Come scrive Lucia Tozzi nel suo illuminante libro L’invenzione di Milano, quella in atto è «la privatizzazione della città pubblica, dei suoi spazi e delle sue istituzioni sociali e culturali» a danno innanzi tutto dei suoi abitanti naturali, i milanesi, che infatti se ne stanno andando dalla città, allontanati e espulsi dal suo corpo urbano. Ovvero, come scritto altrove sempre a proposito del libro, «Milano propone una grande illusione collettiva, una grande allucinazione, dove ciò che rimane è la disneyficazione delle città e la foodification.»

A ben vedere, il vero maxi centro commerciale, a Milano, è la stessa città, sottratta ai milanesi e svenduta ai forestieri – bravissime persone e piene di belle idee e buona volontà, sicuramente, ma che non c’entrano nulla con l’anima cittadina, con il Genius Loci meneghino, con la sua dimensione storica urbana.

D’altro canto, è bene rimarcarlo come fa “Milano Today” nell’articolo dal quale ho ricavato buona parte delle citazioni lì sopra, il nuovo centro commerciale “Merlata Bloom” è stato edificato

su un’area che fino a qualche anno prima di Expo era completamente agricola

nella città che è già la più cementificata d’Italia. Un primato del quale evidentemente va molto fiera e che vuole consolidare il più possibile. E intanto incombono le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, altra ottima occasione per ulteriori perversioni urbanistiche di vari ordini e gradi.

Be’, addio, meravigliosa Milano. Città tanto sublime nella forma architettonica, così degradata nella sostanza urbana e civica. Chissà, magari tornerai in te prima o poi. Magari invece no, e forse è giusto così.