Evadere dalla prigione

[Immagine tratta da osservatorioglobalizzazione.it.]

Voi siete in prigione e tutto ciò che potete desiderare, se avete del buon senso, è di evadere. Nessuno può fuggire dalla prigione senza l’aiuto di coloro che sono già fuggiti. Solo essi possono dire in qual modo l’evasione è possibile e far giungere ai prigionieri gli utensili e tutto ciò che può essere necessario.

(Georges Ivanovič Gurdjieff, citato in Pëtr Dem’janovič Uspenskij, Frammenti di un insegnamento sconosciuto. La testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G.I. Gurdjieff, Casa Editrice Astrolabio, 1976, pag.37.)

Vivremo strani giorni, ora

Tale è stata da sempre la mia “venerazione” – termine virgolettato ma che non è così esagerato, in effetti – per Franco Battiato che volli aprire Libero, il romanzo edito nel 2009 che posso considerare il primo testo in prosa “adulto” della mia pur risibile produzione letteraria (al quale resto parecchio legato perché racconta ancora bene una certa parte della mia visione del mondo), con un omaggio particolare al maestro siciliano che potete leggere qui sotto, a rimarcare non solo la personale grande considerazione artistica e culturale ma anche, se non soprattutto, il valore assoluto di figura di riferimento per lo scrivente – tutto quanto da parametrare a me che non sono nessuno, sia chiaro, ma per il “signor nessuno” (ribadisco) che sono qualcosa di importante, di prezioso, di oltremodo illuminante. Allora scrivevo, sull’onda delle sensazioni (in gran parte fervidamente giovanili) fin a quel momento maturate, che Battiato con la sua opera artistica stava incamminandosi verso l’empireo dei “miti”; oggi, peraltro conscio di come in quell’empireo a volte vengano ficcate di forza – cioè dietro la spinta di un consenso popolare spesso artificioso – figure di spessore culturale ben più scarso, mi rendo conto che Franco Battiato è una figura così superumana (anche in senso nietzscheano, perché no: in fondo Manlio Sgalambro, autore e coautore di tanti sublimi testi, fu filosofo d’estrazione tedesca, nietzscheana e schopenhaueriana in primis) e metafisicamente terrena da non poter essere ridotta a categorie pur “alte” ma non poco idealizzate e per questo altrettanto banalizzate – pur in presenza di buone intenzioni. Battiato è Battiato: un mondo reale eppure sovrannaturale, una dimensione unica e poliedrica, un’essenza laica e insieme spirituale che si fa entità metafisica singolare e assoluta. Quando era qui tra noi sembrava che al contempo fosse altrove (e lo era, sicuramente); ora che non c’è più è e sarà sempre e comunque qui.

♫♪…i saw it from their hands you look at the hands not at the face
if you want to stay out of trouble…
…mi lambivano suoni che coprirono rabbie e vendette di uomini con clave
ma anche battaglie e massacri di uomini civili…
…Strani giorni
Viviamo strani giorni…

L’unico vantaggio che puoi avere dallo stare fermo in coda nel traffico, in auto, per degli interi quarti d’ora, è che puoi pensare. Se poi hai anche Battiato che gira come colonna sonora, nell’autoradio…
Molte delle sue melodie hanno un qualcosa di istintivo, è maestro nel catturare l’armonia ancestrale di certi accordi sonori tanto semplici quanto primigeni, in qualche modo, qualcosa che è e deve essere così, e sembra che non sia tanto il musicista a crearli, ma che solo egli sia stato capace di catturarli da quella dimensione sovrumana nella quale stanno tutte le cose sublimi, superiori, che non possono essere confuse con quelle altre che fanno parte della quotidianità, in maniera più grezza, più pragmaticamente attuale, contemporanea – dunque con ben poca armonia, forse nulla, e più superficiale, senza senso proprio ma con il senso che gli viene imposto dal è-giusto-così, deve-essere-così e stop. Invece Battiato, questa musica, mai troppo elaborata eppure così sublime in molti passaggi – non c’è solo lui, anche altri, ma pochi, pochissimi – riesce a elevare con sé anche la mera azione indiretta dell’ascolto, come se anche il corpo dell’ascoltatore vibrasse della stessa frequenza armonica degli accordi del pezzo, così che, su di esso e nella connessione euritmica avvenuta, le parole dei testi s’illuminano e profondano nella mente con l’obbligo della riflessione, la più attenta e accorta possibile. Realtà cantate, verità narrate con la forza evocativa che solo in quell’armonia superiore può nascere e crescere. Testi difficili, troppo intellettuali – tanti dicono, ma forse solo perché non capiscono, non hanno voglia di capire, di pensare. E’ un visionario, egli vede la realtà, quando oggi chi “non vede” è la normalità – questo normale, quello “strano”, “eccentrico”, “stravagante”; nelle sue canzoni vi sono visioni e sapienze lontane, non solo nelle distanze ma spesso nelle (in)comprensioni – appunto; è come se abbia voluto racchiuderle e conservarle nello scrigno armonico della sua musica, quanto più possibile.
E poi Franco Battiato ha intrapreso con evidente signorile discrezione la segreta strada che porta verso il mito, da quella volta in cui, ospite del solito frivolissimo e pacchiano show televisivo – forse cantava giusto questo pezzo – ♪ …Strani giorni ♫ – già peraltro vederlo in una trasmissione del genere, certo obbligato dalle leggi del cosiddetto music business, va da sé – finisce di cantare, la trasmissione è quasi finita, entra in scena la conduttrice, apoteosi della pacchianità catodica nazional-popolare, lo invita a restare per il grande balletto finale, e lui, un sorriso pacato, non ironico, un leggero ed elegante inchino: «No, grazie…». Esce di scena indietreggiando a passi piccoli e tranquilli, escono i musicisti del suo gruppo, la conduttrice esterrefatta, il volto contrattosi istantaneamente in una espressione che al concorso internazionale degli ebeti – manifestazione potenzialmente affollatissima – si piazzerebbe assai bene. Un mito, o se non tale ancora, sulla buonissima strada. Un sogno, un desiderio frequente – che bello poter fare lo stesso con tanta di quella gente che ti vuole imporre ciò che tu non vuoi solo perché si sente in potere di farlo, se ne arroga il diritto, e tu, fermamente e gentilmente: “No, grazie”! Fermamente e trionfalmente, peraltro, la vittoria con la forza gentile di chi sa imporsi veramente contro chi si vuole imporre solo con la forza becera, quella che rivela invero la più grande debolezza. E quante volte tale forza becera viene usata tutti i giorni, travestita sovente da legge, da imposizione istituzionale, da dovere, ma anche da conformismo, da opinione pubblica, da pensiero perbenista… Quante smerdate, come si potrebbe dire con termine triviale – ma che soddisfazione!
E intanto qua, trecento metri o nemmeno in dieci minuti. Pensare, pensare, meditare, sognare… Il sogno del prigioniero, in gabbie di lamiere fumanti, puzzolenti, rumorose, dominate da menti confuse e smarrite. Bel pensare, se bisogna pensare a questa nostra tribù d’intorno di selvaggi domestici, gente che se ne sta in coda per delle intere mezz’ore, che butta via una cospicua parte del tempo della propria esistenza chiuso nelle auto e nel traffico, e poi, appena ti fermi nei pressi di una striscia pedonale per far attraversare una signora con la sua bella borsa della spesa – gesto di cortesia la cui frequenza è ormai peculiarità di un tempo giurassico – ecco che parte subito la clacsonata, e nello specchietto leggi il labiale dell’improperio sul viso contratto in un livore subitaneo – caspita, cinque metri persi, potevano essere nuovamente fermi ben cinque metri più avanti! Come potrò mai farmi perdonare? Evviva la routine, manna dal cielo per questa nostra civiltà, che tutto rende normale, accettabile, sopportabile – tutto ciò che dovrebbe essere anormale e insopportabile e viceversa, ovviamente, giusto come il doversi fermare per una cortesia da nulla…
…Strani giorni
Viviamo strani giorni… ♫

Più di un cavallo

Per i libri di cucina o sulla cucina, forse più che per qualunque altro, vale la sentenza di Plinio il Giovane: «Non c’è nessun libro così cattivo che non abbia in sé qualcosa di buono.» Se ne scrivono tanti che è ormai quasi impossibile trovare un titolo per ognuno. Già il primo di questi libri, quello del siciliano Archestrato, li aveva praticamente esauriti perché, come dice Ateneo, era intitolato, secondo Crisippo, La gastronomia, secondo Linceo e Callimaco, La buona tavola, secondo Clearco, L’arte di cucinare e, secondo altri, La cucina.
Ma nei periodi di decadenza il culto della cucina diventa eccessivo. Plinio lamentava che un cuoco costasse più di un cavallo. «Clitone» scrisse La Bruyère «ebbe in vita due sole occupazioni: desinare la mattina, cenare la sera».

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.15.)

Una zuppa repellente

Era una bella giornata di primavera, il cielo, come dice Ferravilla, era del colore della cartasciuga. Faceva caldo, sembrava di essere laggiù… a Mérida, nello Yucatán (Messico). Mi feci portare ai Dos Tulipancitos, il ristorante migliore, specialità la sopa de lima, la zuppa di lima, squisita, leggera, bella da vedere e, benché calda, perfetta anche col calore dei tropici. La lima è un limoncino tropicale, perfettamente rotondo e grande come una pallina da golf, color verde-rana, sugoso, di sapore diverso da quello del limone. Lima, plurale lime, è la voce italiana per lo spagnolo lima, plurale limas e l’inglese lime, plurale limes. Essendo il primo significato di lima (e quasi sempre l’unico sul dizionario) quello del noto utensile di acciaio, l’idea di una zuppa di lime è, al primo momento, di una assurdità repellente. Sarebbe più logico se la lima si chiamasse limo, così il limone diventerebbe quello che in pratica è già: un grosso limo.

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.15.)

 

Stupidità Progresso

La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.

(Ennio Flaiano, Ombre grigie, elzeviro sul Corriere della Sera, 13 marzo 1969; riportato anche in La solitudine del satiro.)

Flaiano, inutile rimarcarlo, fu un intellettuale di intelligenza e sagacia più unica che rara nonché di lucidità forse tutt’oggi inimitabile. La citazione sopra riportata lo dimostra bene: pare scritta per i giorni nostri, perfetta nell’illustrare in breve quanto sta accadendo in ampia parte dell’opinione pubblica (assimilate “mezzi di comunicazione” ai contemporanei social media e il gioco è pressoché fatto – e il tutto anche a prescindere dalla situazione sanitaria in essere da un anno a questa parte) ma, come vedete, è di più di cinquant’anni fa. Perché la voce dei grandi intellettuali è sovente accomunata da due peculiarità: una, il saper prevedere come andrà il mondo (ovvero l’essere più avanti del mondo stesso); due, il non essere quasi mai realmente ascoltate e tanto meno comprese.
Ma forse è inevitabile che vada così. Come lo stesso Flaiano disse, in un altro dei suoi fulminanti aforismi:

Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso.

(Da Taccuino del Marziano, 1960.)

P.S.: il titolo di questo posto ovviamente cita questo.