La bellezza effimera

Non si dovrebbe mai dare per scontata la bellezza e, di contro, occorre restare sempre consapevoli di quanto possa essere effimera. D’altro canto la bellezza a volte non è tale in sé ma grazie alle circostanze del momento nel quale ne possiamo godere: bisogna saperlo cogliere e vivere aprendo la mente, il cuore e l’animo così da alimentarsi pienamente della sua energia possente e fugace, consci che quel momento non ha dimensione e può durare un istante oppure di più ma comunque, prima o poi, svanirà.

Una bellezza potente e effimera come quella generata da una nevicata novembrina, quanto mai rara in quest’epoca di clima deteriorato, l’opportunità straordinaria da cogliere per godere del paesaggio impreziosito dalla coltre scintillante, il momento da cogliere, da vivere pienamente e del quale alimentarsi per catturare almeno un poco di quella bellezza prima che tutto svanisca, senza dare per scontato che si manifesterà di nuovo. Ma restando sempre pronti a goderne ancora, nel caso: perché prima che la bellezza possa salvare il mondo, noi che lo abitiamo la dobbiamo preservare e dentro di noi, prima che fuori.

Così forse, io credo, sarà meno scontata ed effimera.

N.B.: le foto che vedete sono state scattate con uno smartphone da un non fotografo, cioè lo scrivente, dunque non sono sicuramente belle come quelle di chi sa veramente fotografare. Infatti qui non servono a fissare tanto la bellezza di una visione quanto la densità di un’emozione, per il cui fine, più che tecnicamente belle, devono essere narrativamente efficaci. Spero che lo siano sul serio, posto quanto appena affermato.

Quando la montagna diventa un “cyborg”, a Livigno e altrove

Alcuni amici nelle scorse settimane mi hanno esternato il proprio sconcerto, per non dire altro, osservando nelle immagini diffuse dai media come quella soprastante (già pubblicata qui) l’enorme cantiere e la conseguente pesante alterazione di un’ampia fascia del versante del Mottolino, a Livigno, nella quale sorgeranno alcune delle piste e delle infrastrutture per le gare olimpiche di Milano Cortina 2026.

Fatto sta che a lavori finiti, la superficie interessata dai lavori verrà sistemata, ricrescerà l’erba e, magari, si avrà cura di far ricrescere almeno un po’ degli alberi abbattuti. Tutto ciò, come accade in questi casi, verrà portato quale “ottimo” motivo dai committenti dei lavori per sostenerne la bontà. «Non c’è stata nessuna devastazione delle montagne, è tutto come prima!» probabilmente affermeranno.

No, c’è stato di peggio: l’artificializzazione di un’ampia porzione di montagna, alla quale è stata modificata la morfologia, l’equilibrio naturale, alterata la superficie e la cotica erbosa ove presente sotto la quale vi saranno tubi, cavi, pozzetti, impianti vari al servizio delle infrastrutture di superficie. D’altro canto basta osservare un pendio montano sul quale transita una pista da sci per comprendere subito la notevole differenza rispetto a una zona ancora naturale e gli effetti della presenza della pista sul terreno. Lassù al Mottolino sarà come avere di fronte un androide: fuori apparentemente tale e quale a una persona vera, dentro un corpo artificiale, metallico, pieno di cavi e di schede elettroniche.

Una montagna-cyborg, in pratica.

[In quest’altra immagine in quella sottostante, lo stesso cantiere in due fasi precedenti.]
È accettabile che per alimentare un business puramente economico, come quello dello sci di massa, si stravolga in questo modo il valore ecologico di un territorio naturale? C’è veramente bisogno di farlo e di arrogarsi il diritto di fare alla montagna ciò che l’immagine evidenzia bene? Non si poteva essere meno invasivi e più rispettosi del territorio coinvolto, del suo ambiente naturale e del paesaggio che lo contraddistingue?

E dunque, in fin dei conti: è ancora “montagna”, quella nell’immagine? O, come detto, è qualcosa di apparentemente simile ma in concreto ormai diversa, alterata, snaturata? E tutto il marketing conseguente legato alla “natura incontaminata” così usato (e abusato) dalla promozione turistica, che fine fa? Che senso ha più?

Sia chiaro: per quanto mi riguarda non ne faccio una questione ambientale ma culturale, profondamente culturale. D’altro canto il paesaggio è cultura, soprattutto quando venga gestito con cura e attenzione alle sue peculiarità.

Sovente, nel dissertare sui temi legati al turismo montano, ci si pone il problema del necessario rispetto di un limite nell’antropizzazione delle montagne. Be’, secondo me sul Mottolino, a Livigno (ovvero in altre località nelle quali sono stati eseguite simili trasformazioni dei versanti montani), questo limite è stato ampiamente e drammaticamente superato.

P.S.: quello della “montagna-cyborg” è un tema che ho già affrontato qui.

Qual è il lago più alto delle Alpi? La ricerca continua!

[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Eccovi alcuni aggiornamenti alla “challenge” (per appassionati di montagna geonerd, ribadisco) su quale sia il lago, ovvero un bacino idrico definibile come tale, alla quota più elevati sulle Alpi. Le condizioni basiche per poter considerare tali specchi d’acqua sono che abbiano una dimensione almeno di qualche decina di metri in lunghezza e larghezza, che non siano palesemente effimeri e, per ciò, siano indicati sulla cartografia ufficiale; viceversa non è importante che posseggano un toponimo (o idronimo), dato che spesso sono laghi di recente formazione, dovuta quasi sempre al ritiro di apparati glaciali e alla conseguente fusione del ghiaccio, e dunque può essere che al momento non siano ancora dotati di un nome che li identifichi.

Andrea su Facebook mi segnala l’esistenza, da me effettivamente verificata, di un piccolo lago appena sotto la vetta del Ciarforon, una delle sommità più note e prominenti (in forza della sua peculiare morfologia) del massiccio del Gran Paradiso, alta 3642 metri. Il minuscolo bacino è lungo circa 40 metri e largo circa 10, si è formato in una conchetta deglacializzata appena a sud ovest della sommità principale ed è posto a circa 3630 metri di quota:

Toni invece mi ha testimoniato la presenza di un laghetto in prossimità della vetta della Roccia Viva, sempre nel massiccio del Gran Paradiso, dunque a 3650 metri di quota. Tuttavia non trovo tracce di tale bacino sulla cartografia, nemmeno su quella tecnica regionale: potrebbe ben essere che in passato si fosse formato, sempre a causa della fusione glaciale, e poi per motivi geodinamici si sia svuotato.

Ringrazio entrambi per le segnalazioni e tutti gli altri amici che me ne hanno fatte altre di bacini a quote inferiori ma comunque oltre i 3000 metri.

Se alcuni ritenessero questi due specchi d’acqua troppo piccoli e precari per poter essere considerati veri e propri laghi, segnalo che ancora nel gruppo del Gran Paradiso, a oriente della cresta che unisce le vette della Tresenta e della Becca di Montcorvè, nel bacino che ospita il Ghiacciaio di Noaschetta, si è formato e ormai stabilizzato un lago ben più grande, lungo circa 230/240 metri e largo, nel punto maggiore, circa 60 metri, con una circonferenza superiore ai 500 metri, che si trova a 3275 metri di quota, quindi un po’ più alto del Laghetto del Quarnero sul Monviso (posto a 3260 metri) che nel precedente post avevo segnalato come il più elevato al momento rintracciato.

[Quest’immagine del maggio 1928, scattata dal pioniere dell’aviazione svizzera Walter Mittelholzer, mostra la notevole estensione all’epoca del Ghiacciaio di Noaschetta. Ho indicato la posizione del lago e delle vette principali che lo circondano.]
Bene, questo è quanto al momento. Resta ovviamente valido l’invito a chiunque frequenti spesso le alte quote montane, o sia un gran appassionato di geografia e cartografia, a segnalare la presenza di bacini lacustri che non siano mere pozze post-pioggia o di fusione glaciale oppure altro di ancora più effimero, a quote ancora più elevate di quelle di cui avete appena letto.

Che è poi un modo – da geonerd, ribadisco, ma tant’è – di rimarcare da un lato la trasformazione a volte significativa (e inquietante, obiettivamente) delle nostre montagne in forza degli effetti della crisi climatica, e dall’altro l’importanza fondamentale delle risorse idriche che le montagne possono darci, a loro volta soggette alle variazioni conseguenti al cambiamento climatico e ambientale in divenire, che inevitabilmente condizioneranno – poco o tanto – la presenza umana in quota, anche quella stanziale, nei prossimi anni.

L’unione di tante persone che “fa la forza” in difesa delle montagne, a Bormio e altrove

Riempie veramente l’animo di gioia e di speranza la visione dell’Auditorium dell’Istituto Alberti di Bormio gremito di persone, lo scorso venerdì per l’incontro pubblico dedicato alla questione della “Tangenzialina dell’Alute” (riassumo per chi non sappia di che si tratta: è la strada – opera “olimpica” – che il Comune di Bormio vorrebbe realizzare nel mezzo della piana dell’Alute, zona paesaggisticamente meravigliosa e emblematica nonché ultima rimasta a vocazione rurale nella conca bormina, al fine di portare gli sciatori più rapidamente agli impianti di risalita ma che agevolerebbe l’urbanizzazione e la cementificazione della piana). Un incontro nel quale si è fatto il punto della situazione e presentato le prossime mosse a difesa dell’Alute, in primis il ricorso congiunto depositato al TAR della Lombardia per chiedere l’annullamento del decreto che ha prorogato i termini per la realizzazione della Tangenzialina, anche in forza degli atti illegittimi compiuti al riguardo dal Comune di Bormio (il quale pubblicamente dichiarava l’opera “sospesa”). Trovate lo stato di fatto della questione e le prossime mosse che verranno messe in atto nel comunicato diffuso dal Comitato per la tutela dell’Alute e dalla sezione di Sondrio di Italia Nostra, qui.

D’altro canto le tante persone presenti lo scorso venerdì, così come nei precedenti incontri pubblici organizzati sulla questione, non sono che una parte ben rappresentativa della maggioranza della comunità bormina che non vuole la tangenzialina, come più volte constatato in passato – anche grazie alla richiesta di un referendum consultivo che il Comune ha negato, temendo chiaramente la sconfitta – e che vuole manifestare palesemente quanto abbia a cuore la tutela dell’Alute e, in generale, dell’intero territorio bormino già ampiamente antropizzato e turistificato.

Tutte quelle persone così partecipi in sostegno della causa a difesa dell’Alute non fanno altro che dare voce a un appello, forte, chiaro e inconfondibile, che si alimenta anche della sensibilità di chiunque abbia conoscenza della vicenda e appoggi la tutela del paesaggio bormino e la cui destinataria è il sindaco di Bormio, in quanto massima carica amministrativa locale prima responsabile – tanto nel bene quanto nel male – di ciò che sta accadendo e referente principale – idem come sopra – per i cittadini bormini e per chiunque abbia a cuore la località e il suo paesaggio.

Un appello innanzi tutto ad ascoltare il proprio territorio, a ritrovare il dialogo con il suo Genius Loci, a percepirne l’anima identitaria specifica, a relazionarsi in maniera profonda con il suo paesaggio che lo identifica in quanto insieme armonico di geografie naturali e umane, almeno dove l’antropizzazione non abbia già generato guasti.

Un appello a dimostrare attenzione, sensibilità, cura, cognizione, consapevolezza di ciò che è l’Alute, di cosa rappresenta, di quanto il luogo sia fondamentale, per ciò che è, per l’intero territorio di Bormio e della sua conca, e pure di come il luogo verrebbe svilito e degradato se sfregiato come la “Tangenzialina” farebbe, azzittendo il Genius Loci che lì dimora, soffocandone la vitalità sotto l’asfalto e il cemento e per ciò abbruttendo inevitabilmente l’intero paesaggio bormino.

Un appello ad ascoltare, appena dopo il territorio, la sua comunità, che si identifica nell’Alute e che identifica la piana in sé nel legame antropologico ineludibile tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore, nel suo viverla, abitarla, frequentarla, considerarla parte della propria dimensione vitale, della propria quotidianità, della propria relazione con il luogo e dell’inestimabile valore culturale, nel senso più ampio della definizione, che rappresenta.

È un appello a porsi di fronte all’Alute, a osservarla, a percepirne i profumi e i suoni, a coglierne la presenza peculiare nel territorio circostante, a sentirsi parte di essa in quanto elemento del paesaggio antropico, a domandarsi quanto sia importante e salutare per sé l’Alute e quanto si voglia essere realmente importanti e benefici per essa.

E poi chiedersi, infine, se si abbia veramente il coraggio di guastarla, sfruttarla, degradarla, banalizzarla, consumarla, rovinarla con una grande strada che impropriamente si definisce “tangenzialina” e con le conseguenze inevitabili che per lungo tempo comporterebbe, forse irreversibilmente.

Ecco perché tutte quelle persone che hanno a cuore la difesa dell’Alute sono così belle da vedere e infondono così tanta speranza. Non solo per la salvaguardia della piana e del territorio bormino ma, in molti modi emblematici e esemplari, per tutte le nostre montagne cioè ovunque possa palesarsi una simile manifestazione collettiva di cura e sensibilità a supporto della loro tutela.

Occorre solo augurarsi che il sindaco di Bormio e la sua giunta sappiano ascoltare tale appello cogliendone il senso, la sostanza, il messaggio e la richiesta fondamentale. Per l’Alute, per i bormini, per tutti.

Nota finale, ultima ma non ultima: durante l’incontro è stato rinnovato un altro appello, altrettanto importante e accorato, a tutti i cittadini (bormini e non) per contribuire a sostenere le spese legali necessarie alle azioni in corso, ben sapendo che, come è stato affermato, «Ogni donazione è un mattone fondamentale per costruire la difesa del nostro patrimonio». Le donazioni possono essere effettuate tramite bonifico bancario al seguente IBAN, intestato al “Comitato promotore referendario a tutela dell’Alute”: IT 38 A 05696 52260 00000 3719X39 

Le recenti elezioni regionali (e non solo) osservate da un punto di vista… montano

Riguardo le elezioni regionali appena svoltesi in Veneto, Campania e Puglia, e in generale rispetto alle elezioni d’ogni genere degli ultimi anni in Italia, personalmente trovo parecchio significativo il reiterarsi del solito atteggiamento dei politici d’ogni parte nei confronti dell’unica, vera e ormai sancita “vittoria” che emerge da tempo, appunto, da tali consultazioni: quella dell’astensionismo.

Ormai quasi 6 italiani su 10 non vanno a votare eppure gli esponenti politici cantano vittorie o lamentano sconfitte dei propri schieramenti come nulla fosse, limitandosi a qualche commento infastidito sulle percentuali così alte di italiani che non votano: probabilmente perché sanno che, al netto di chi proprio di votare non gliene importa nulla a prescindere (ma credo sia solo una piccola parte dei non votanti), l’astensionismo rappresenta la vera e unitaria sconfitta di tutta la politica italiana, per motivi che è inutile ribadire nuovamente e che solo i tonti non capiscono ancora. Motivi ai quali va ormai aggiunta l’incapacità di dire e fare qualcosa per contrastare tale crescente astensionismo: i politici proseguono imperterriti con le loro messinscene propagandistiche di parte, proprio come dei guitti sul palcoscenico di un teatro dalla cui platea il pubblico se ne sta andando ormai stanco e infastidito dallo spettacolo, ma quelli lo continuano come nulla fosse e senza pensare che non sia più il caso di riproporlo. Perché la colpa – pensano i suddetti “teatranti” con tutta la loro boria – è certamente del pubblico che se ne va, non dello spettacolo che non funziona più!

[Infografica tratta da qui.]
Be’, è lo stesso atteggiamento – uno sconcertante mix di altezzosità, menefreghismo, inettitudine e ipocrisia – che trovo nei politici i quali, nonostante l’evidenza lapalissiana della crisi climatica e degli effetti concreti sull’ambiente, continuano a reiterare idee, interventi e opere come nulla fosse: in ambito globale (si veda come sta andando l’ennesima COP in merito ai combustibili fossili, ad esempio) così come sulle nostre montagne riguardo lo sfruttamento dei territori in quota per fini ben poco consoni alla realtà corrente. Sotto i 2000 metri di quota non nevica più a sufficienza e non ci sono le temperature atte a garantire la sostenibilità delle stazioni sciistiche? «Si finanzino nuovi impianti di risalita e di innevamento artificiale!» rispondono i politici. Il mercato turistico dello sci è stagnante mentre è in crescita costante la frequentazione alternativa della montagna invernale? «Si finanzino nuove funivie e si amplino i comprensori sciistici!» insistono i politici. Le montagne stanno continuamente perdendo i servizi di base in forza dei tagli alle risorse pubbliche e faticano a garantire una vivibilità confortevole alle proprie comunità, così alimentando lo spopolamento? «Si stanzino risorse per nuove infrastrutture al servizio dei turisti!» ripetono i politici. Sempre meno italiani vanno a votare, di fatto sancendo la sconfitta anche dei partiti che “vincono” le elezioni? «Abbiamo vinto!» esultano i politici.

Perché la colpa è sempre di chi evidenzia l’incongruenza e l’insostenibilità di certi progetti e dei soldi pubblici che li finanziano rispetto alla realtà delle cose, mai loro che quei progetti insensati continuano a proporli e imporli nonostante questa stessa realtà.

Ecco. Non aggiungo altro, non credo serva.

P.S.: un appunto interessante riguardo i risultati elettorali in Veneto… Sarà una coincidenza ovvero un dato da contestualizzare ma la provincia ove si è presentata ai seggi la minor quantità di persone è Belluno, guarda caso quella con maggior territorio montano e alla quale sono state imposte le opere olimpiche per Milano Cortina 2026, tra le quali la contestatissima nuova pista di bob da 120 milioni di Euro. Non solo: è anche quella dove il Presidente della Regione uscente e non più eleggibile, grande promotore delle Olimpiadi e in particolar modo della suddetta pista di bob, ha preso il minor numero di preferenze personali.