Lo Chalet Mollino a Sauze d’Oulx è ancora così degradato o si è rimediato ai danni fatti?

[Stazione della Slittovia al Lago Nero nel suo aspetto originale, 1946-47. Photo E.P.T., tratta da qui.]
Nei mesi scorsi aveva fatto abbastanza scalpore, almeno tra le persone sensibili alle cose belle e a quelle brutte che avvengono in montagna, la trasformazione della ex slittovia al Lago Nero di Carlo Mollino a Sauze d’Oulx (Valle di Susa, Piemonte), una delle opere alpine più iconiche del grande architetto torinese, convertita in chalet-punto di ristoro sulle piste da sci con il bene placito del Comune locale. Una trasformazione da molti ritenuta orrenda, rozza, irrispettosa del valore storico e architettonico dell’edificio, denunciata con dettaglio dal “Giornale dell’Architettura” lo scorso marzo che l’ha definita un intervento

che tradisce l’edificio, vanifica i risultati di un attento restauro e anche delle moderate modifiche, finora rispettose, portate dalla nuova funzione […] Il fatto, inconfutabile, è che l’ex slittovia che oggi si presenta agli occhi di sciatori e appassionati di trekking è molto cambiata. La completa assenza di un progetto ne zavorra pesantemente a terra la leggerezza e lo slancio caratteristici delle architetture di Mollino, e lo fa compiendo poche scelte sbagliate, sciatte e di gusto discutibile, sebbene interne e reversibili.

Un’analisi che è stata approfondita più avanti da Luca Gibello storico e critico di architettura contemporanea, presidente dell’associazione “Cantieri d’alta quota”, che sulla “Rivista del Club Alpino Italiano” n°15 di luglio 2025 ha definito l’intervento

Un festival del posticcio, in omaggio a un “Pinterest alpino” che suona tanto kitsch.

Aggiungendo poi alcune considerazioni che trovo particolarmente interessanti:

Occorre comunque chiedersi perché si possa giungere a tanto, pur di mettere a reddito ogni centimetro quadro disponibile, in un comprensorio turistico già. affollato e inflazionato. Stupisce il laissez faire della pubblica amministrazione, che non poteva non sapere, e che sul suo sito web saluta lo Chalet Mollino come “una delle più importanti opere d’architettura moderna presenti in Italia”. Inoltre, si badi bene che la Soprintendenza è stata tenuta all’oscuro di tutta l’operazione, sebbene, in base al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, gli edifici pubblici costruiti da più di 70 anni da autori non più viventi risultino automaticamente sottoposti a vincolo di tutela.

Quello appena descritto da Gibello è nella sostanza lo stesso atteggiamento che vedo assunto da molte amministrazioni di montagna nei confronti del proprio territorio naturale: un identico laissez faire pur di “valorizzare”, cioè mettere a valore e (s)vendere sul mercato turistico, le proprie montagne anche quando le infrastrutture relative risultano palesemente impattanti e degradanti in modi e con conseguenze che, parimenti, quelle amministrazioni non potevano non sapere.

[Ancora un’immagine della Slittovia originale, di nuovo tratta da qui.]
Un atteggiamento che rimarca non solo una carenza culturale nei confronti delle proprie montagne oltre che una notevole incompetenza riguardo il portato di ciò che vi si delibera e si realizza, ma pure una relazione degradata con i luoghi vissuti e amministrati, verso i quali non si dimostra la cura, l’attenzione e la sensibilità che il decisore politico per primo, e in modo esemplare, dovrebbe manifestare. Ancor più in territori così meravigliosi e al contempo delicati e fragili come quelli montani.

Al riguardo cito ancora Gibello:

Si auspica un pizzico di sensibilità in più, in grado di comprendere il valore del patrimonio costruito, compreso quello contemporaneo. Una sensibilità che consenta di porci qualche domanda, e magari fare qualche verifica, prima di avventarci sulle cose. In altre parole, imparare ad apprezzarle. Così come, durante la pausa tra una sciata e l’altra, magari riusciremo ad accorgerci del paesaggio che ci circonda se non verremo storditi dalla musica unz unz sparata a palla dallo chalet di turno incontrato lungo le piste.

Già, perché se si banalizza e degrada un’opera in origine così bella e sensata come l’ex slittovia di Mollino, inevitabilmente si degrada anche il modo con il quale viene vissuta e con essa il luogo in cui si trova, del quale si perde la facoltà di riconoscerne la bellezza, appunto, e il valore naturale peculiare, ostacolando di conseguenza qualsiasi buona relazione culturale che vi si possa e debba intrattenere. Un po’ come l’effetto “periferia degradata” nelle città: in un quartiere mal tenuto con palazzi brutti la relazione con il luogo e la qualità di vita di chi lo abita inevitabilmente decade.

[Carlo Mollino di fronte alla sua slittovia, in un fotomontaggio tratto dalla pagina Facebook “Rovine e rinascite“.]
Dunque ora, visto che a breve ripartirà la stagione sciistica e di conseguenza la fruizione turistica dello “Chalet Mollino” e siccome in molti hanno chiesto di eliminare quelle brutture applicate all’edificio ripristinandone il più possibile l’aspetto architettonico precedente, chiedo a chi magari scierà da quelle parti: sono stati sistemati i danni perpetrati, oppure tutto è rimasto come prima?

Perché, se fosse così, se tutto fosse rimasto inalterato dalla scorsa stagione, sarebbe veramente il caso di chiederne giuridicamente conto agli amministratori di Sauze d’Oulx (che già in passato hanno deliberato attrazioni turistiche altrettanto discutibili) e di metterli di fronte alle loro evidenti responsabilità al riguardo nonché alla mancanza di sensibilità nei confronti delle loro montagne.

N.B.: le foto qui pubblicate sono ©Cristiana Chiorino e le ho tratte da “Il Giornale dell’Architettura“.

Come costruire il futuro del turismo invernale nelle Alpi (se la politica italiana lo vorrà)

Ripensare il turismo invernale nelle Alpi, in particolar modo nelle località sciistiche i cui comprensori non vadano oltre i 2000 metri di quota, è una strategia ormai ineludibile vista la realtà di fatto di quei territori, non solo dal punto di vista climatico e ambientale. D’altro canto è comprensibile che tale ripensamento risulti ostico da attuare, nella forma e nella sostanza, in località che per decenni si sono basate su un turismo monoculturale dominante come quello dello sci e che per questo hanno messo da parte, se non perso, strumenti e culture atte a promuovere la transizione ricavandone risultati proficui per le comunità residenti.

A tale riguardo il Consorzio TranStat, finanziato dalla UE attraverso il programma Interreg Alpine Space e che comprende numerosi soggetti istituzionali, accademici e scientifici che operano in vari modo nell’ambito montano (per l’Italia ci sono l’Università degli Studi di Milano con il Polo Unimont/Università della Montagna di Edolo e Regione Lombardia[1]), di recente ha pubblicato un documento di indirizzo dal titolo “Ripensare il turismo invernale nelle Alpi. La posizione del consorzio TranStat sulla transizione delle destinazioni montane alpine”, che sintetizza i principali risultati dei lavori del Consorzio e le relative raccomandazioni politiche per una transizione sostenibile del turismo invernale alpino. Il documento fornisce indicazioni concrete per i decisori politici a livello europeo, alpino e nazionale, con l’obiettivo di supportare le località montane nell’adattamento ai cambiamenti climatici, promuovendo al contempo la diversificazione economica, la coesione sociale e la resilienza ambientale.

Di seguito le principali azioni indicate nel documento TranStat:

  • A livello europeo, il Consorzio sollecita un riconoscimento più forte e coerente delle aree montane all’interno delle politiche dell’UE e propone lo sviluppo di un Patto Europeo per le Montagne dopo il 2027, al fine di garantire un sostegno dedicato ai territori montani in transizione.
  • A livello regionale alpino, propone l’istituzionalizzazione di meccanismi di pianificazione partecipativa che coinvolgano le comunità locali, il rafforzamento della formazione e dell’istruzione professionale per sviluppare competenze di transizione, l’integrazione delle politiche di turismo, mobilità, uso del suolo e ambiente in un approccio unitario e, infine, la creazione di un Tavolo Permanente di Transizione Alpina sotto l’egida di EUSALP.
  • A livello nazionale, il documento raccomanda di rafforzare la governance e le capacità tecniche dei piccoli comuni, di includere l’adattamento climatico e la prevenzione del rischio nelle politiche turistiche e di promuovere economie montane più diversificate e sostenibili, sostenute da istruzione e innovazione.

Nel complesso, il documento di indirizzo rappresenta uno sforzo collettivo per ripensare il futuro del turismo invernale nelle Alpi. Costituisce un passo concreto dal livello della ricerca a quello dell’azione: un impegno condiviso da tutti gli enti coinvolti dal Progetto TranStat e dai suoi partner per garantire che le regioni alpine diventino luoghi più resilienti, inclusivi e sostenibili in cui vivere, lavorare e da visitare, di fronte ai rapidi cambiamenti climatici ed economici.

È un documento di grande importanza che con altrettanta lucidità indica le azioni fondamentali attraverso le quali le suddette località montane ormai destinate a diventare nei prossimi anni ex sciistiche possono avviare la necessaria transizione verso un’era turistica ben più consona alla realtà attuale e futura, sostenibile per i territori e l’ambiente nonché efficace e vantaggiosa in primis per le comunità residenti in essi.

[Foto Ansa, fonte www.3bmeteo.com.]
È un documento così chiaro, esemplare e sensato che, temo, la gran parte delle autorità politiche italiane deputate al governo dei territori montani ne faranno lettera morta, continuando a perseguire e supportare pervicacemente le iniziative turistiche monoculturali legate allo sci più fallimentari e deleterie per quei territori di media-bassa quota, con il rischio di condannarli non più solo ad un lento e inesorabile oblio ma a una rapida e definitiva decadenza economica, sociale e culturale.

Ma, ovviamente, mi auguro di tutto cuore di sbagliare e di potermi ricredere al più presto. Nel frattempo vi invito caldamente a scaricare (qui) il documento TranStat, a leggerlo e a meditarne i contenuti, in particolar modo se siete abitanti dei territori montani e delle località sciistiche verso le quali il documento si rivolge.

Potete seguire le azioni e le iniziative del Consorzio TranStat da questa pagina del sito dell’Unimont di Edolo.

[1] Immagino di sapere cosa state pensando riguardo alla presenza nel Consorzio di Regione Lombardia: sono le stesse cose che probabilmente penso io.

MONTAG/NEWS #6: notizie interessanti e utili da sapere dalle terre alte

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.


IL TRENINO ROSSO DEL BERNINA, TRA RECORD TURISTICI E DISAGI LOCALI

Anche il celeberrimo Bernina Express, da tutti conosciuto come il “Trenino Rosso del Bernina” deve fare i conti con i paradossi dell’overtourism: i costanti record di viaggiatori e, nei periodi di punta, il tasso di occupazione superiore dei posti al 100% ne decretano il successo turistico ma causano crescenti disagi alla popolazione locale, dato che la linea resta un trasporto pubblico utilizzato quotidianamente da molti studenti e lavoratori. Così il dibattito e la protesta montano


LE ALPI SONO SEMPRE PIÙ UN LABORATORIO DI “INNOVAZIONE SOCIALE”

Una ricerca congiunta Università di Torino-Istat presentata qualche giorno fa evidenzia come le Alpi diventino un laboratorio di resilienza: l’immigrazione straniera e interna contribuisce a rivitalizzare i territori, introduce competenze e innovazione sociale, mentre l’adattamento alla crisi climatica può servire a valorizzare la sostenibilità e rafforzare i servizi locali, trasformando le difficoltà demografiche e ambientali in opportunità per attrarre nuovi residenti.


SNOWTUNNEL: SCIARE TUTTO L’ANNO, MA COME DEI CRICETI

Mentre crisi climatica, fattori economici e culturali mettono sempre più in crisi lo sci e interi territori alpini, “Lo Scarpone” riferisce di un progetto australiano chiamato “Snowtunnel” (ma dove c’è anche l’italiana TechnoAlpin) che promette di far sciare tutto l’anno dentro un grande cilindro in rotazione: una sorta di “ruota per criceti” innevata, dove il pendio non finisce mai. Si salverà così, lo sci, oppure tali “innovazioni” finiranno solo per accelerarne la fine?


DAL 2000 IN SVIZZERA È SPARITA UNA STAZIONE SCIISTICA SU SEI

La Svizzera, scrive il “Corriere del Ticino”, è una delle grandi nazioni dello sci. Eppure, sempre più persone stanno voltando le spalle agli sport invernali. Secondo un’indagine dell’Osservatorio svizzero dello sport del 2022, solo una persona su quattro scia regolarmente. Cambiamento climatico, costi di gestione in aumento e disinteresse crescente verso gli sport invernali hanno prodotto una vera e propria tempesta perfetta.


IL LAVORO MIGLIORE? È IN MONTAGNA!

Il “GognaBlog” pubblica il report dell’Ufficio Studi della CGIA, basato sull’indagine BES-Istat condotta nel 2023, secondo il quale le aree geografiche con il più alto livello di soddisfazione lavorativa sono Aosta, Trento e Bolzano: tutti territori di alta montagna. Nelle posizioni di vertice si osservano prevalentemente realtà geografiche di dimensioni contenute, caratterizzate dalla presenza di piccole attività produttive, con un impatto ambientale trascurabile, ben armonizzate con i territori montani nelle quali operano.

I «sentieri secondari» di Ornella Vanoni

[Ornella Vanoni in una foto di metà anni Sessanta, tratta da https://biografieonline.it.]

Tutta la vita sono stata passeggera e ho sempre cercato sentieri secondari. Sono sempre affascinata da quello che non conosco, sono quelli i sentieri secondari. Ed è quella la mia meta.

[Da un’intervista su “7” del gennaio 2021.]

I grandi personaggi sono tali anche perché sanno essere influenti e ispiranti anche al di fuori del proprio ambito ordinario e magari lo sono implicitamente, senza volerlo ma essendolo comunque in forza del loro valore umano e culturale.

Ricordavo l’affermazione sopra citata di Ornella Vanoni nella quale parlava di “sentieri” senza in realtà riferirsi a quelli montani – o forse sì, non so, ma comunque qui di sicuro indirettamente, appunto. Poche parole tuttavia capaci di manifestare molti valori umani preziosi e importanti per ogni persona: la libertà di pensiero e di azione, il viaggio consapevole nel tempo della vita, la volontà di conoscenza, la meta da raggiungere che dà compiutezza al proprio cammino. Che sono poi doti che guarda caso ricerca proprio chi cammina consapevolmente lungo un nuovo sentiero in montagna: la sensazione di libertà, anche nel cambiare sentiero e scegliere quelli meno battuti per vedere cose nuove, il camminare quale forma primaria di viaggio, la scoperta di angoli mai visti prima dai quali farsi affascinare, la conoscenza dei luoghi, la meta da raggiungere che può essere effettivamente tale oppure il non averne una – «il viaggio è la meta» e «i viaggi sono i viaggiatori» – ma che in ogni caso dà uno scopo al cammino compiuto.

Anche per questo perdere una persona come Ornella Vanoni rattrista molto e molti. Perché è come se da ora si avesse un “sentiero” in meno da seguire, un angolo di bellezza in meno da raggiungere e esplorare, una “meta” in meno alla quale arrivare.

RIP.

Tocca restare impotenti di fronte alle moto che scorrazzano sui sentieri?

«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose.
In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente.
Un cordiale saluto.»

Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.

Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.

Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.

D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.

[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]
Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.

Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:

  • Nucleo Carabinieri Forestale Lecco: 0341/494668, casella mail Pec: flc43204@pec.carabinieri.it
  • Comando Stazione Carabinieri Nucleo Forestale Barzio: 0341/996393
  • Comando Nucleo Carabinieri Forestale Margno: 0341/840059

Unità superiori:

Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.

[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]
Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.

Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?