Lui. (Il cialtrone perfetto)

Lui è il tipico cialtrone italiota, furbesco e meschino. È quello che arriva all’ultimo momento e si prende il merito del lavoro fatto da altri, ma è altrettanto prontissimo a scaricare sugli altri tutte le proprie colpe – perché in fondo non gli importa fare le cose per bene bensì accusare gli altri di farle male, e ovviamente peggio di come le farebbe lui se le facesse – ma tanto non le fa, anche se dice di saper fare tutto. Se tira un sasso contro un vetro e lo rompe, è colpa del vetro che non ha resistito; se piove e non ha l’ombrello, lo ruba a quello accanto e poi lo accusa di bagnarlo tutto, con quegli abiti inzuppati che si ritrova addosso; se esce di strada con l’auto e va addosso a un albero, è capacissimo di accusare l’albero del trovarsi proprio lì dove con la sua auto è finito, e poi pretende che tutti gli alberi della zona vengano abbattuti. È quello che si vanta di cose pindariche ma se osi chiedergli qualche dimostrazione di ciò che afferma ti dà subito del malfidente, di contro affermando boriosamente che è la fiducia ciò che conta, soprattutto conta quella verso di lui e dunque conta la sfiducia in chi gli è contro. È “generoso” con i soldi degli altri, ma se deve esserlo con i suoi ti accusa di volerlo derubare; dice di credere nell’amicizia ma abbandona all’istante qualsiasi “amico” che non gli serva più; è menefreghista alla massima potenza, almeno quanto pretende che tutti gli diano attenzione e gli portino rispetto.

Non si mette in evidenza per le proprie doti (che d’altro canto non ha) ma per biasimare continuamente altri di non averne, e nuovamente se gli osservi le sue mancanze ti dà subito del ciarlatano e dell’ipocrita, conscio del fatto che al giorno d’oggi viene creduta più vera una bugia urlata il più forte possibile che una verità solida e argomentata pacatamente. Così lui urla di continuo per non far parlare gli altri, ma se lo si interrompe ecco che subito accusa tutti di privarlo della libertà di parola. È scaltro, in ciò: in fondo sa che se non vuol essere accusato di una colpa che ha deve essere lui per primo ad accusare altri della stessa colpa, anche se è tutto falso, e poi di un’altra colpa e di un’altra ancora, così da non dare il tempo agli altri di ribattere e contando sulla memoria cortissima di chi gli crede – dei quali è senza dubbio più furbo, ma di quella furbizia che mira soltanto a fare terra bruciata attorno a sé, dacché pure di quei suoi seguaci non gli frega un bel niente, li usa per i propri fini e basta.

Quando è sul punto di cadere in disgrazia urla al complotto e fa la vittima, si atteggia a martire che fa le cose “buone” e “giuste” (per chi a parte lui non si sa) sostenendo che per questo viene preso di mira dai “malvagi” che non vogliono che faccia quelle sue cose “buone” e “giuste”. Nega sempre l’evidenza, anche la più lampante, ma appena gli conviene il contrario smentisce rabbiosamente di averla negata e accusa gli altri della stessa negazione. Se proprio si ritrova con le spalle al muro e non gli riesce di salvarsi, fugge via e sparisce – è pure parecchio codardo – ma di sicuro dopo un tot di tempo tornerà e ricomincerà tutto daccapo, ovviamente negando di voler ricominciare tutto daccapo. Alla fine sa benissimo che per i cialtroni come lui ci saranno sempre una via di fuga e di salvezza, perché a tanta, troppa gente piacerebbe essere cialtrona proprio come lui, solo che non riesce a essere così furbesca e meschina da imitarlo. A questa gente non resta dunque che essere sua seguace, in una drammatica competizione a chi dimostra più viltà e meschinità che inevitabilmente contagia ogni cosa che a lui, e a questo suo “mondo” non vi si opponga fermamente. Fermamente.

Lo scandalo infinito

Intanto lor “signori” intonacati, in barba agli ormai incalcolabili casi da tutto il mondo dei quali ogni giorno di più si hanno notizie (ovviamente pressoché ignorate da molti media italiani) e dei relativi procedimenti giudiziari, ma di contro forti della sostanziale impunità garantita loro dalle gerarchie ecclesiastiche – a partire dal capo supremo, quello che molti definiscono “rivoluzionario” – oltre che dalla viltà dei loro fedeli, continuano a palesare tutta la loro pericolosa devianza mentale e morale, da un lato credendosi (e facendosi credere) depositari della parola di Dio in Terra, e dall’altro rendendosi protagonisti di tali ripugnanti episodi (e non solo di questi).
Non resta che sperare che si realizzi al più presto la loro inesorabile sorte, quella di “soffocare” nell’immoralità da essi stessi creata nei secoli. Sarebbe la prova migliore e più concreta dell’esistenza di una “giustizia divina” e, forse, l’unica possibile salvezza per la fede di cui sono così abietti rappresentanti, già.

Questo è il lato più atroce dell’insegnamento morale quale è impartito dai papi e dal clero: che esso sviluppa i lati più vili della natura umana.

(Gaetano Salvemini)

Non ce l’ho fatta, nemmeno questa volta!

Niente, nemmeno questa volta ce l’ho fatta. Non sono riuscito a non cedere alla solita tentazione.
Ma c’ho provato, credetemi! Appena l’ho vista mi sono detto «No, no, via! Fammici stare il più lontano possibile!». Ho cercato e trovato distrazioni d’ogni sorta, ho lasciato che la mia irrefrenabile curiosità per ogni cosa mi colmasse la mente di qualsivoglia altro pensiero. Ho vagato per tutte le viuzze che portassero dalla parte opposta cercando nei negozi qualcosa da acquistare che ovviamente non ho trovato ma così sperando di fare abbastanza tardi da non aver tempo da perdere, là, e ho persino dato peso alla scusa del troppo caldo, della troppa afa per fare qualsiasi cosa e soprattutto quella cosa.

Poi è venuta l’ora di tornarmene a casa e, convinto di avere ormai sotto controllo la situazione e di saper benissimo resistere alla tentazione al punto da sfidarla apertamente, ho deciso: ci sarei passato proprio davanti, già, tanto non mi avrebbe catturato. Sarei andato oltre in perfetto self control, questa volta incurante delle sue lusinghe, guardando orgogliosamente altrove come se nemmeno esistesse, come se dentro di me, lì dove si generano le emozioni e le suggestioni, la sua non fosse che una presenza evanescente, trascurabile, qualcosa della quale poter tranquillamente fare a meno.
Ecco.

Risultato: 5 (cinque) nuovi libri acquistati, tra cui due tomoni (di saggistica) da 500 e più pagine.

Niente, non ce la faccio proprio, è inutile. O mi tolgono di torno le librerie, intendo dai luoghi in cui sto o passo, oppure ci finisco dentro, ovviamente senza mai uscirne a mani vuote. È una “malattia”, una specie di “sindrome ossessivo-compulsiva” – come se a casa non avessi già qualche centinaia di libri ancora da leggere, e dunque acquistandone sempre più di quanto ne possa leggere, col tempo a mia disposizione. Perché secondo voi con un tale irrefrenabile “impulso volontario a compiere una determinata azione con il fine di placare, seppur momentaneamente, l’ansia generata dal contenuto egodistonico delle ossessioni, che sono pensieri, comportamenti o immagini mentali che ricorrono in maniera insistente dominando la vita psichica di un individuo.” (definizione di “compulsione”, da Wikipedia) mi si placa, appunto, l’ossessione dell’entrare in una libreria e acquistare libri?
No, non si placa.
Ecco.

Pensare troppo fa viver male

Non c’è nulla da fare.

Pensare è una gran brutta cosa, già.
Perché il pensiero allena e acuisce l’intelligenza, l’intelligenza aiuta a capire meglio il mondo d’intorno, capire meglio il mondo d’intorno significa troppo spesso constatarne le numerose brutture, e constatare le così numerose brutture – quasi sempre ad opera degli umani – significa inesorabilmente guastarsi l’animo e rodersi il fegato.
Fa vivere male, insomma.

Certo, per quanto sopra il pensiero aiuta pure a percepire, comprendere e godere delle tante bellezze materiali e immateriali che ci sono al mondo: ma che succederebbe se le suddette brutture dovessero accrescersi e diffondersi sempre più e soffocare definitivamente le residue bellezze rimaste ad allietarci la mente e lo spirito?

Ah, si direbbe proprio che facciano bene i tanti, tantissimi, che ormai dimostrano di non pensare più, per attitudine genetica, per menefreghismo indotto o per scelta precisa: moriranno cretini ma vivranno spensierati, senza capire niente di nulla e, dunque, nemmeno la loro inutilità.
Beati gli idioti, già. Perché se dei poveri in spirito sarà il regno dei cieli, evidentemente dei poveri di mente è il regno terreno. Lo sappiano, i Sapiens, almeno questo: sennò che “Sapiens” sono, eh?

Di necessari provvedimenti giuridici (ri)alfabetizzanti

Eppure, accidenti, si deve pur trovare un modo di formulare una definizione di “analfabetismo funzionale”che non sia solo di natura sociologica (e tecnicamente tale) ma anche filosofica e lo sia al punto da risultare pure giuridica, così da poterla sancire a chi dimostra di esserlo senza tema di smentita ed esponendo finalmente l’analfabeta funzionale conclamato ad “adeguate” conseguenze legali!
Adeguate, sì: nel senso che, per un analfabeta funzionale, ad esempio la lettura di buoni libri rappresenta una condanna terribile, oppure il divieto di guardare la TV o di accedere ai social… ma adeguata, qualsivoglia sanzione che si commini, anche perché l’analfabetismo funzionale è veramente una piaga terribile per la società contemporanea e una sorta di imbarbarente cancrena che, se non bloccata rapidamente, rischia sul serio di portare al trionfo definitivo della cretinaggine più assoluta. E in tal senso siamo già a buon punto, basta guardarsi intorno e giudicare la realtà delle cose.

Quindi forza, filosofi del diritto di tutto il mondo: unitevi, meditate, formulate e teorizzate indi determinate! Fate presto, ribadisco, prima che voi stessi diventiate vittime di quello stesso imbarbarimento pandemico e finiate per essere creduti quelli che perdono tempo a filosofeggiare intorno al principale colpo del gioco del tennis solo perché l’abbiano detto in tivù o scritto su facebook con relativi n-mila like!