S-mascherare (l’insulsaggine)

Insomma, il dibattito fondamentale che in questi giorni infiamma (sic) la “grande” politica italiana, i suoi più “prestigiosi” leader e le “intellighenzie” delle segreterie di tutti i partiti, tanto da finire a caratteri cubitali su alcuni dei maggiori quotidiani nazionali (quello lì sopra, ad esempio), è la mascherina.

Cioè, quando togliersela. Se il primo luglio o il cinque o il quindici o che altro.

Già.

Caspita!

Un dibattitone, proprio, di livello politico altissimo.

Be’, a me torna in mente (permettetemi l’immodestissima autocitazione) quanto scrissi più di un anno fa, ancora in piena “prima ondata” pandemica, riguardo invece a come una mascherina speciale, insonorizzante, sarebbe da far portare il più a lungo possibile a certi personaggi pubblici. Altro che fino a metà luglio o pure prima!

Ecco.

Il Cervino come la Tour Eiffel

Non contenti di aver ridicolizzato le più pittoresche vallate, ora si parla di trasformare in una volgare Tour Eiffel la più bella montagna delle Alpi. La ferrovia della Jungfrau poteva passare, ma prendere anche il Cervino è troppo […]. Un tempo i veri svizzeri furono fieri di portare questo nome e se ne resero degni lottando contro l’invasore. I tempi sono cambiati: ora si è svizzeri giusto per convenzione, e con la scusa del progresso ci si sottomette vilmente a ogni sacrilegio. Presto la caricatura di Alphonse Daudet e del suo Tartarino si trasformerà in realtà […]. Ma dobbiamo veramente subire senza dire una parola la ferrovia sul Cervino? Dobbiamo veder sprofondare nella volgarità la cima più nobile delle nostre Alpi? Il popolo svizzero si renderà complice di un atto così vile nel nome del denaro?

Questo brano è tratto dall’articolo Un ascenseur au Cervin pubblicato sulla “Gazette de Lausanne” il 14 gennaio 1907, al tempo in cui si voleva raggiungere la vetta del Cervino con un sistema di cremagliere e funicolari. È interessante e significativo denotare come l’articolista del quotidiano elvetico, per protestare contro l’utopico e scriteriato progetto – lo sarebbe tutt’oggi, figuriamoci allora! – propone e obietta, nei modi del tempo, delle considerazioni che appaiono assolutamente valide anche per il presente dacché infatti si leggono di frequente nei dibattiti in merito a similari progetti infrastrutturali contemporanei in alta montagna o in territori di similare pregio. Ciò per dire: è trascorso un secolo e passa da allora ma intorno a tali questioni le discussioni restano, significativamente, sempre le stesse. Segno che – mi viene da ritenere – quanto meno a livello teorico e “dottrinale” in tutto questo tempo non ci siamo granché evoluti, eh!

Per la cronaca, la citazione l’ho tratta da Enrico CamanniLa nuova vita delle AlpiBollati Boringhieri, 2002. L’immagine che utilizzo a corredo del post, invece, ritrae un’altra ferrovia di alta montagna di Zermatt, la Gornergratbahn, coeva al progetto sopra menzionato, il cui percorso si snoda proprio di fronte al Cervino/Matterhorn e raggiunge la cresta di Gorner (Gornergrat, appunto), a 3089 m di quota.

Il Mottarone e la pornografia del dolore

Io sono assolutamente tra quelli che il video dell’impianto di sorveglianza della Funivia del Mottarone non lo avrei mai diffuso, come invece ha deciso di fare la redazione del TG3 Rai.

Ragioniamoci sopra un attimo: a cosa serve diffonderlo pubblicamente, ora, peraltro con l’indagine sulle cause della tragedia ancora in corso?

A promuovere le indagini? Certamente no, visto che gli inquirenti lo hanno già visionato – è materiale facente parte del dossier aperto presso la Procura di Verbania – e chiunque altro lavori nel settore funiviario attende le risultanze dell’indagine e delle perizie tecniche, non i servizi di un telegiornale e i commenti dei suoi “giornalisti”.

A “commemorare” i quattordici morti? Personalmente non vedo come lo potrebbe fare dacché mi pare che faccia il contrario, promuovendo un presunto “scoop” attraverso le immagini di una tragedia con così tanti morti.

A fare un scoop, appunto? Vedi sopra: nel caso, è un’esclusiva che sfrutta la morte di quattordici persone.

A fare informazione? No, perché non aggiunge nulla a quanto si conosce al momento sull’accaduto. E poi è informazione quella che mostra – ribadisco – la morte di quattordici persone?

A fare cronaca? Niente affatto, visto che mostra un evento ma non spiega nulla delle sue cause, dunque sarebbe (è) comunque una cronaca parziale e per ciò quanto meno azzardata, deontologicamente, se non proprio pericolosa.

Quindi, a cosa serve quel filmato del TG3? Be’, dal mio punto di vista, serve soltanto a produrre pornografia del dolore. O dei sentimenti, delle emozioni, ovvero voyeurismo della morte, quello che piace alla parte più volgare e ignorante dell’utenza web. Serve pure a oltraggiare in modo inaccettabile la memoria delle persone decedute e dei loro cari, e serve a renderci evidente, una volta ancora, quanto possa essere bieco e spregevole certo giornalismo televisivo contemporaneo – italiano, di frequente. Infine, serve a sottolineare la necessità (ineluttabile, secondo me) di spegnere il televisore, quando sia sintonizzato sui canali tradizionali e su certe produzioni televisive, (pseudo)giornalistiche e non. E basta.

Fake DOP

Condivido pienamente quanto scrive Paolo Ciapparelli, del Consorzio Salvaguardia Storico Ribelle – Presidio Slow Food, in occasione del venticinquennale della “DOP” assegnata ai formaggi valtellinesi Bitto e Casera, mettendo in luce tutta l’ambiguità (per usare un termine parecchio eufemistico) di tale titolazione ora “festeggiata” e di quanto c’è veramente dietro la sua immagine pubblica. Tutte cose risapute da tempo, ormai, ma che è sempre utile mantenere in evidenza. Per chi non avesse Facebook può trovare il testo di Ciapparelli qui, in pdf.

Ne approfitto per invocare, da operatore e promotore culturale nei territori di montagna in primis ma non solo lì, una approfondita riflessione, finalmente, sul senso, la sostanza reale e le finalità di tutte queste titolazioni così ambite da molti – DOP, DOC, IGT/IGP, “Patrimoni Unesco”, marchi di protezione e salvaguardia di vari generi con relative normative istituzionali, eccetera – le quali di contro, e non di rado, presentano all’interno del loro ambito di influenza criticità, incongruenze e devianze non indifferenti, a volte piuttosto palesi (come nel caso del Bitto/Casera DOP) e alla fine inficianti il senso stesso di salvaguardia e valorizzazione che quelle titolazioni dovrebbero garantire e promuovere.

Ovviamente non intendo dire che DOP, Unesco e compagnia bella siano cose da demonizzare oppure da disdegnare: al solito non è nello strumento di salvaguardia che sta il problema, ma nel modo in cui viene interpretato, utilizzato e sovente, prima, ottenuto. Anche in questi ambiti a volte l’abito non fa il monaco, insomma, tanto più se è un vestito “firmato”, ma può capitare che il monaco si faccia l’abito e se lo faccia a suo piacimento più che a quello dei suoi discepoli.

In ogni caso, il titolo fondamentale che ogni prodotto, manufatto, territorio, luogo può e deve cercare di conseguire resta quello del consenso più pieno e consapevole del suo fruitore. Con l’assenso inconsapevole dacché indotto e forzato, invece, nessuna cosa andrà mai da nessuna parte, fosse pure all’apparenza la più preziosa che esista: la sua reale natura prima o poi salterà inesorabilmente fuori, già.