…e si perse in Patagonia, in questa parte del mondo dove non si fanno domande e il passato è semplicemente una faccenda personale.
(Patagonia Express, pag.117.)
[Foto di Elena Torre, editata da Marco Bernardini, CC BY-SA 2.0: fonte originaria qui.]Leggo della morte di Luis Sepúlveda – che non troppo distante dalla Patagonia era nato – e me ne dispiace veramente molto. Non ho letto molte sue opere ma di sicuro Patagonia Express è stata una di quelle che ha contribuito a formare il mio sguardo e la conseguente visione di viaggiatore – geografico, mentale, spirituale – del mondo, dei suoi luoghi e degli umani che li abitano. D’altro canto Sepúlveda era tra quei personaggi di cultura e di fama sempre capaci di dire cose interessanti e sovente preziose, e di farlo con la leggerezza e la sagacia che solitamente si addice agli spiriti più grandi e illuminati.
Eppoi, in fondo, sempre su Patagonia Express, scrisse che
La morte inizia quando qualcuno accetta di essere morto.
(Pag.8)
Mi viene da credere che egli, spirito libero, anarchico e indomito, col ricordo di sé e dei suoi libri farà in modo di non accettarlo tanto facilmente. Ecco.
Ma i libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità.
[Caricatura di Stéphane Lemarchand Caricaturiste, editor Eugenio Hansen, OFS, CC BY-SA 4.0; fonte qui.](Jean-Paul Sartre– che moriva esattamente quarant’anni fa a Parigi -, Le Parole, Il Saggiatore, Milano, ed.2011.)
Ehi?! Come si permettono, questi maledetti crucchi, a sostenere cose del genere? Come a dire che tutti gli italiani siano dei mafiosi!
Ops!
Beh… come a dire che quasi tutti gli italiani siano dei mafiosi. O che alcuni (tanti, sicuramente) non lo siano, ecco.
Tu guarda a volte il “caso”, due notizie di tal genere che si ritrovano pubblicate fianco a fianco – qui sulla home page del sito dell’“Agi”, ieri pomeriggio (cliccate sulle immagini per leggere i relativi articoli).
Anzi no, che dico? Il “caso” non esiste. Mi viene in mente, piuttosto, quello che scrisse Balzac al riguardo:
La causa fa intuire un effetto, come ogni effetto consente di risalire a una causa.
Non posso che condividere quanto ha scritto l’amica Marina Morpurgo, fenomenale scrittrice e persona di rara sagacia, sulla propria pagina facebook questa mattina:
Ha perfettamente ragione. L’era della post-verità o “verità post fattuale”, o delle fake news in genere, non è certamente cominciata oggi o ieri ma tempo fa; semmai è fuor di dubbio che i media contemporanei e le reti sociali ne hanno amplificato la portata a dismisura. Al punto da trasformare un’emerita stupidaggine in regola condivisa e accettata: cioè che oggi non conta più la verità effettiva delle cose, ma conta essere convinti che una cosa sia “vera”. Il che elimina qualsiasi necessità di conferma, dimostrazione, attestazione anche dove ve ne sia un bisogno palese: tutto quanto è sostituito dal consenso. Uno si convince che una cosa è “vera”, quella cosa è probabilmente vera; tanti si convincono che quella cosa sia vera e sarà certamente vera.
Non è cattiveria, come dice Marina Morpurgo, è l’effetto di una strategica programmazione mentale, episodica ma di lungo corso. Che magari a qualcuno verrà di definire “lavaggio del cervello” e senza bisogno di tirare in ballo bislacche teorie complottistiche, alle quali d’altro canto ci si può credere solo per mera convinzione, mica per realtà di fatto. Già.
Diversivo. Distrazione. Fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Senza cambiamento, corpo e cervello marciscono.