
In Spagna ci sono più di 1.800 centri abitati con un solo abitante registrato nel censimento. Sono gli ultimi abitanti della Spagna rurale, dove l’esodo e lo spopolamento continuano. Il 42% dei comuni spagnoli è a rischio di spopolamento, molto lontano dal 7% di Francia, Italia e Germania.
La Galizia e le Asturie sono in cima alla lista dei luoghi dove è più comune trovare villaggi con un solo vicino, ma possiamo anche trovare questi sopravvissuti nei Pirenei o nella cosiddetta Siberia andalusa. Chi vive dove non vive nessuno?
3.400 comuni spagnoli, il 42%, sono a rischio di spopolamento. Un abitante su quattro ha più di 64 anni, la maggior parte di loro sono uomini. In Francia, Italia e Germania questa percentuale è inferiore al 7%, secondo l’ultimo rapporto della Banca di Spagna.
È un estratto di questa notizia della RTVE, la radiotelevisione pubblica spagnola. Non so se quel 7% citato anche per la realtà italiana sia un dato certo, non conoscendo i criteri utilizzati per tale calcolo – ad esempio, a giudicare da questo recente articolo dell’agenzia “Adnkronos”, si potrebbe ritenere ben più alta, quella percentuale, per i comuni italiani – ma, al di là dei numeri, ciò che si evince è che certi fenomeni sociali, che se analizzati più attentamente diventano sociologici e antropologici ancor più che economici o politici, presentano una comunanza continentale piuttosto inquietante. E certamente non è che un tale mal comune possa generare alcun gaudio, né mezzo né quant’altro: sarebbe di contro interessante studiare il fenomeno anche da questo punto di vista continentale, perché il coma demografico delle aree rurali non può che provocare un altrettanto stato vieppiù comatoso dell’identità culturale europea più autentica e preziosa, quella che serva da base per costruire qualsiasi relazione con i luoghi di vita (e non solo con quelli ma soprattutto con). E forse, alla base della deprecabile debolezza della comune identità continentale che si riverbera poi sulla rilevanza geopolitica dell’Europa nel mondo di oggi, c’è anche il silenzio, la solitudine e l’abbandono crescente delle aree rurali e dei tanti piccoli borghi che davano – e darebbero tutt’oggi – loro vita.


Se “Natale” dev’essere, almeno che lo sia nel senso più alto (e forse unico) possibile: fate pure regali a destra e a manca, spendete ciò che volete ma, per quanto vi è possibile, donate qualcosa a chi è meno fortunato, a chi soffre, a chi una sorte avversa sta imponendo disagi e sofferenze. Un dono materiale o immateriale, un po’ del vostro tempo e della vostra considerazione, la solidarietà tra esseri umani – alla fine, ricchi o poveri, fortunati o meno, quello siamo e quello restiamo, tutti quanti indistintamente – quella semplice tanto quanto fondamentale vicinanza che può far sentire ogni individuo, anche il più solitario, parte di una vera, solidale, rispettosa, evoluta civiltà. Peraltro, inutile dirlo, di occasioni per donare ovvero di situazioni di difficoltà ce ne sono fin troppe in questo nostro mondo: un mondo che spesso crediamo tanto bello, avanzato e ricco di tante cose ma non dell’elemento più importante di tutti, di umanità.