C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Cevedale

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie di articoli voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Cevedale, ad esempio. Ecco come si presentava tra gli anni Sessanta e Settanta:

Ecco come si presentava lo scorso 11 agosto, ripreso dalla webcam soprastante il Rifugio Casati:

Ecco gli altri articoli finora pubblicati nei quali ho scritto di ghiacciai ove si praticava lo sci estivo:

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Corvatsch

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Corvatsch in Alta Engadina, ad esempio, circa il quale ha destato un certo angosciato scalpore la notizia di qualche giorno fa che la Rete svizzera di monitoraggio dei ghiacciai (Glamos) ha sospeso la raccolta dei dati in quanto l’apparato glaciale si è talmente ridotto, in particolar modo quest’anno, da non poter più essere misurabile ed è ormai prossimo all’estinzione:

[Foto di Matthias Huss, https://twitter.com/matthias_huss.%5D
Ma anche sul Corvatsch dagli anni Sessanta e fino agli anni Ottanta del Novecento si sciava d’estate. Le due immagini qui sotto sono tratte da un servizio d’archivio della SRF – la televisione svizzera di lingua tedesca – del 25 agosto 1967, dalle quali si evince quanto fosse ampio il ghiacciaio, che all’epoca ricopriva con gran spessore l’intero versante del Piz Murtèl, anticima del Piz Corvatsch, sul quale erano presenti due skilift. Cliccateci sopra per vedere l’intero video.

Altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto:

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Sommelier

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Sommelier, ad esempio. Ecco com’era tra gli anni Sessanta e Settanta:

Ecco com’è oggi:

Altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto:

Una cartolina dall’Adamello

A volte le montagne più grandi e imponenti, che per questo si potrebbero ritenere degne di considerazione da parte di chiunque se le ritrovi davanti, a partire dall’essere dotate dunque di un toponimo degno di quell’importanza geografica, sono rimaste invece senza nome per lungo tempo, come fossero ignorate o trascurate. D’altro canto, se così fosse, non sarebbe affatto sorprendente: più le montagne erano imponenti e dunque elevate, meno interessavano agli abitanti dei territori circostanti, che dai loro ghiacciai e dai versanti scoscesi e pericolosi non potevano ricavare nulla di utile alla loro già difficile sussistenza. Dunque, non c’era nemmeno il bisogno di trovare loro un nome.

L’Adamello, uno dei gruppi montuosi più articolati e vasti delle Alpi italiane oltre che tra i più spettacolari, in forza dei suoi enormi ghiacciai oggi purtroppo in forte regresso, è uno di quelli che, stranamente (o no, vedi sopra), per lungo tempo non ha avuto nessuna denominazione; poi, da quando l’ha ottenuta, la sua origine è rimasta piuttosto indeterminata. Il toponimo Adamello appare per la prima volta solo nel 1797, e unicamente per mere esigenze cartografiche, nella Carte Générale du théatre de la guerre en Italie et dans les Alpes del barone Louis Albert Guislain de Bacler d’Albe, capo dell’ufficio topografico di Napoleone, redatta nel corso della Campagna d’Italia e pubblicata nell’anno citato; tuttavia su questa carta la posizione della montagna appare piuttosto approssimativa, segno che non la si era ancora geograficamente ben identificata e compresa. D’altro canto quasi sessant’anni dopo, nel 1853, il cronista Arturo Caggioli indicò la montagna con l’arzigogolata denominazione di «Gran Masso Monte Glaciale Nomato», confermando la permanenza dell’incertezza geografica e toponomastica presente in loco.

Il celebre alpinista inglese Douglas William Freshfield tra il 1864 e il 1874 fu uno dei primi a percorrere le vallate sottostanti l’Adamello avendo la conoscenza della citata carta napoleonica, e ricordò che il toponimo era sconosciuto sia in Val Rendena (sul versante trentino) che in Valle Camonica, mentre era noto ai pastori della Valsaviore e della sussidiaria Val Adamé (versante lombardo). Dante Ongari, storico della montagna che fu presidente della Società Alpinisti Tridentini, al quale è intitolato uno dei rifugi presenti nel gruppo, sostenne che sarebbe stato il parroco di Saviore a suggerire il nome di questa montagna ai cartografi francesi, indicando la possibilità che il termine sia dovuto agli antichi abitanti frequentatori della Val Adamé, territorio che molti pensano abbia preso il nome dalla montagna quando invece pare che sia accaduto il contrario e la valle abbia dato il nome al monte. Il toponimo «Adamé» deriverebbe dal latino hamae, termine che indica le pozze d’acqua presenti nei pascoli acquitrinosi in quota; così, come spesso accade, tale toponimo “vallivo” probabilmente traslò verso l’alto a denominare prima la montagna (in senso lato) che dominava quei pascoli e poi, per georeferenza condivisa nonché funzionale alla differente relazione coi monti sviluppatasi dall’Ottocento in poi, la sommità più elevata.

(La fotografia della cartolina è tratta da www.parcoadamello.it.)

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Presena

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio Presena, ad esempio. Ecco com’era negli anni Settanta:

[Immagine tratta da retrofutur.org.]
Com’era nei primi anni Duemila:

Ecco com’è oggi:


(Qui potete vedere com’era e com’è il Ghiacciaio della Marmolada.)

N.B.: qualcuno, non qui ma altrove, ha osservato che l’immagine centrale che io avevo inizialmente riferito al 1980 sia invece degli anni Duemila e non sia estiva ma invernale. Probabilmente è vero, ma è bene sapere che per creare la comparazione fotografica ho utilizzato l’immagine in questione ricavandola da una sezione del sito pontedilegnotonale.com (dunque il sito della località in questione) con la dicitura che vedete nella riproduzione dell’immagine qui sotto, in basso a sinistra, la quale mi ha tratto in inganno – dunque chiedo scusa per questa mia svista. Anche a me pareva strano che fosse una foto così vetusta, ma come mettere in dubbio la dicitura di chi l’ha diffusa? Sul Presena ci ho sciato innumerevoli volte, le ultime suppergiù a cavallo del 2000 e fino ad allora il ghiacciaio, già in smagrimento, restava morfologicamente simile agli anni precedenti; in ogni caso il web è pieno di immagini del Presena e di quando vi si praticava sci estivo, da fine anni Sessanta fino ai primi anni Duemila, dunque verificare e comparare ulteriormente è attività assai facile.

Tuttavia, consentitemi di notare che, se la foto non è degli anni Ottanta ma dei Duemila, la questione è ancora più grave: in vent’anni, e non in quaranta, il ghiacciaio è sostanzialmente scomparso. Che poi la foto sia invernale e non estiva, poco conta: a parte il fatto che sui ghiacciai sovente c’è(ra) più neve a inizio estate che in pieno inverno, la differenza di morfologia del ghiacciaio è comunque definita e evidente a prescindere dalla neve che lo copre e la perdita di massa, spessore, estensione del corpo glaciale è a dir poco spaventosa, al di là di ogni altro dettaglio.