Vedo ma non ci credo

Fino a qualche tempo fa, quando ci si trovava di fronte a qualcosa di dubbio oppure non lo si aveva davanti e dunque c’era la necessità di una relativa constatazione diretta, valeva la celebre “regola pseudo-evangelica” del “se non vedo non ci credo”.

Oggi, a quanto pare, l’analfabetismo funzionale pandemico sta sempre più imponendo una nuova “non regola”: non vedo ma ci credo. Alla quale l’unione di un’altra “regola” questa volta di genesi biblica, “vox populi, vox dei” (che oggi potrebbe essere drammaticamente aggiornata in “vox social, vox dei”), finisce per generare danni culturali (e dunque inevitabilmente sociali) spaventosi.

Vediamo invece di rendere valido un ulteriore e ben diverso “precetto”: vedo ma non ci credo. Ovvero, giammai l’invito a un relativismo rigido e radicale ma a verificare sempre e nel modo più articolato possibile una realtà prima di poterla ritenere una “verità”. Vedo ma ci crederò, insomma – dopo aver appurato ciò che mi è stato detto e/o spacciato per cosa certa.

È questione di qualche attimo, con le infinite possibilità informative e culturali disponibili grazie al web. Sì, appunto: mica ci sono solo i social – così come non c’è solo la TV – e mica vale più come un tempo il citato “vox populi, vox dei”. Perché se il popolo per sua ampia parte non capisce ciò che dice, state pur tranquilli che non ci sarà onniscienza divina che tenga. Anzi, l’esatto opposto, purtroppo per noi tutti.

(Immagine trovata sul web con testo in inglese, semplicemente tradotta.)

La battaglia di chi scrive è una battaglia (persa) con se stesso (Paolo Nori dixit)

Ieri, alla ventesima scuola elementare di scrittura emiliana, mi è venuto da dire che la battaglia di chi scrive è una battaglia con se stesso: non con gli editori, non con i critici, non con i librai, non con i distributori, non con i lettori, con se stesso.
E è una battaglia che spesso quello che scrive la perde. E è una cosa stupefacente. Ci sei solo te, e perdi.

(Paolo Nori, preso da qui.)

Forse – credo, temo – ha ragione, Nori. E forse – temo, anzi speroè un bene che sia così. Una vittoria, ovvero credersi “vincitori” su sé stessi, in letteratura potrebbe essere una gran tragedia. Tutt’al più si può sperare in un pareggio, ma con la certezza che anche in tal caso la “sconfitta” è sempre dietro l’angolo, ben più di qualsiasi vittoria.

I libri hanno una “scadenza”?

Un libro può avere una “data di scadenza”, ovvero essere considerato passato?

A volte ascolto autori che presentano i loro nuovi libri e ho la vivida sensazione che a quelli precedenti si riferiscano come a qualcosa di sorpassato, di obsoleto, e non solo perché siano stati scritti quando essi fossero – comprensibilmente – meno esperti del mestiere letterario o perché trattino temi e storie non più “in voga” e nemmeno perché sia ovvio (e funzionale alle vendite) ritenere che il proprio libro “migliore” debba sempre essere l’ultimo, semmai perché sembra siano convinti (per accettazione piuttosto pedissequa d’un certo modus operandi pseudo-culturale contemporaneo) che solo il “nuovo” conta, il resto no, o conta molto meno.

Io credo invece che un buon libro non possa avere alcuna “scadenza”, dacché se un “buon libro” è tale, lo è in quanto dotato in primis d’un altrettanto (ovvero originario) buon valore letterario, prima che d’una storia accattivante o di altre similari peculiarità “commerciali”; e se è “buono” oggi, appena pubblicato, lo sarà anche tra cinque, dieci o cento anni. Un prodotto culturale atemporale, insomma, perché è la cultura, quando autentica e di valore, a non conoscere tempo, fase o epoca né tanto meno “mode”, e a sapere sempre dire, raccontare, comunicare, trasmettere, insegnare qualcosa a chiunque. Viceversa, scrivere qualcosa che possa/debba valere molto oggi, per determinate circostanze momentanee, per valere assai meno (o nulla) domani, è uno dei più gravi errori che un autore possa commettere: è come se si negasse alla fonte la genetica artistica della letteratura, oltre che il necessario valore culturale. In altro modo, è assoggettarsi a quella devianza meramente consumistica e anti-culturale che oggi troppo spesso, purtroppo, affligge certa produzione editoriale, la quale inevitabilmente avrà una “data di scadenza” perché di suo, fin da subito, è obiettivamente scadente.

Sul “volo” politico di Fabio Bonetti (sì, quello lì!)

Siccome qualcuno mi ha chiesto cosa ne pensassi del recente “attivismo politico bipartisan” (!) di Fabio Bonetti (lo scrivo così per non incorrere in censure peraltro comprensibili), e avendone poi letto qui e là in ogni senso, dirò che la mia opinione è molto semplice: nulla può vietare a chicchessia di manifestare pubblicamente i propri pensieri quand’essi non ledano diritti altrui, nemmeno lo scrivere e il pubblicare con pervicacia “libri” di m**da.
Che, tanto, tali restano e soprattutto in quanto editi in modo letterariamente acritico e acquistati in maniera decerebrata ma i quali, ribadisco, non vietano affatto la libertà d’opinione e d’espressione di Fabio Bonetti, tanto meno l’eventuale consenso a quanto da egli pubblicamente dichiarato e neppure operazioni di marketing editoriale tanto palesemente demenziali ma evidentemente, per lo stato in cui siamo messi, efficaci.

Ah, la foto in testa al post è la sola decente che ho trovato del Bonetti. Almeno per me, ovvio.

Salvezze letterarie (Italo Svevo dixit)

Fuori della penna non c’è salvezza.

(Italo Svevo, Racconti, saggi, pagine sparse, Dall’Oglio, 1968.)

Così, Svevo, un secolo fa. E oggi, fuori della (e dalla) tastiera?
(Ma lo strumento di scrittura non è il “soggetto” di tale interrogativo, ça va sans dire.)